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André Gide, I falsari, Bompiani 2026

  

[…] “Io vorrei,” diceva Lucien, “raccontare la storia, non di un personaggio, ma di un posto, – ad esempio di un viale di giardino come questo, raccontare quello che vi accade – dalla mattina sino alla sera. Dapprima apparirebbero delle bambinaie, delle balie con i nastri… No, no… dapprima della gente tutta grigia, senza sesso né età, per spazzare il viale, annaffiare l’erba, cambiare i fiori, infine preparare la scena e lo sfondo prima dell’apertura dei cancelli. Capisci? E poi, l’ingresso delle balie. Dei bimbi impastano sabbia, si accapigliano; le bambinaie li schiaffeggiano. In seguito c’è l’uscita delle scuole elementari – poi le operaie. Qualche povero viene a mangiare su una panchina. Più tardi qualcuno che si cerca, qualcuno che si sfugge; altri che si isolano, dei sognatori. E ancora la folla, all’ora della musica e dell’uscita dai magazzini. Degli studenti, come adesso. La sera, degli amanti che si baciano; altri che si lasciano piangendo. Infine, al tramonto, una vecchia coppia… E d’improvviso un rullare di tamburo: si chiude. Tutti escono. La rappresentazione è finita. Cerca di capire: qualcosa che dia l’impressione della fine di tutto, della morte… ma senza parlare della morte naturalmente.”
“Sì. Mi sembra di vederlo benissimo,” disse Olivier che pensava a Bernard e non era stato ad ascoltare neppure una parola.
“E questo non è tutto; non è tutto!” riprese Lucien con foga. “In una specie di epilogo vorrei mostrare questo stesso viale la notte, dopo che tutti se ne sono andati via, deserto, molto più bello che di giorno; nel grande silenzio, l’esaltazione di tutti i rumori naturali, il rumore della fontana, del vento tra le foglie, e il canto di un uccello notturno. Dapprima avevo pensato di farvi circolare delle ombre, forse delle statue… ma credo che diverrebbe tutto più banale: che ne pensi?”
“No, non delle statue, non delle statue,” protestò distrattamente Olivier, poi, rispondendo allo sguardo triste dell’altro, esclamò con violenza: “Ebbene vecchio mio, se riesci sarà straordinario.”

Dalla Parte Prima, Cap. I

Devo confessarvi che tra tutte le nauseabonde emanazioni umane, la letteratura è una di quelle che più mi disgustano. Non ci vedo che compiacimento e adulazione. E dubito persino che possa mai mutare, almeno sinché non avrà spazzato via il passato. Viviamo di sentimenti convenzionali che il lettore si immagina di provare, perché egli crede a tutto quello che viene stampato; l’autore vi specula sopra, come su convenzioni che crede essere le basi della propria arte.

Dalla quarta di copertina

Primo e unico vero romanzo di André Gide e allo stesso tempo antiromanzo per eccellenza, I falsari, pubblicato nel 1925, è un atto d’accusa nei confronti della letteratura per la mancanza di coraggio, per lo scarso approfondimento, per l’oscura coscienza, per essere complice nella costruzione della menzogna, dello psicologismo facile e assolutorio. Sorprendente e affascinante, diverso da qualsiasi altra cosa eppure forte di una struttura perfettamente riconoscibile, mette in scena le vicende di un gruppo di personaggi disparati, moltiplicando i punti di vista, i generi e le linee narrative secondarie, distaccandosi così dalla tradizionale narrazione lineare. Per mostrare i limiti delle pretese del romanzo di riprodurre il mondo Gide concerta quest’opera come una sinfonia, sviluppando i temi a lui più cari: i tormenti dell’adolescenza, i disturbi dell’identità e soprattutto la falsità e la menzogna, quella mancanza di autenticità che i romanzieri, i veri e propri falsari, sono i primi a creare e diffondere nella loro sciocca illusione di poter aderire perfettamente alla realtà. Scritto in quella prosa cartesiana che è la vera cifra stilistica di Gide, I falsari, antesignano del Nouveau Roman e di tanto postmodernismo, rimane un testo fondamentale per capire la Francia di ieri, ma anche l’intera Europa scomparsa nel fuoco dell’ultimo grande conflitto mondiale.

Dal risvolto

A. Gide, I falsari, Bompiani 2026. Traduzione di Oreste Del Buono. Prefazione di Piero Gelli.

Titolo originale: Les Faux-monnayeurs.

André Gide (1869-1951). Premio Nobel nel 1947, è stato uno degli scrittori più influenti del primo Novecento europeo, forse l’ultimo rappresentante di un’idea di scrittura tersa, armoniosa, cartesianamente razionale. Maestro di più generazioni, la sua influenza si è estesa dalla cultura al costume, sia per l’incessante ricerca di nuove forme letterarie sia per le sue coraggiose prese di posizione in materia morale e politica, rivolte soprattutto contro l’istituto borghese della famiglia e l’ipocrisia religiosa. Centrali nella sua produzione letteraria sono i temi del viaggio e della confessione, commisti di ambiguità, sincerità e narcisismo. Molti scrittori europei hanno subìto il suo influsso, la sua ascendenza, per poi, magari, gidianamente liberarsene: da Sartre a Malraux, da Camus a Barthes in patria; da Rilke a Mann, da Flann O’Brien ad Huxley, da James Baldwin a Yukio Mishima.

 

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