Luca Taddio, Il tramonto dell’umano, Il melangolo 2026
[…] la tecnica diviene qualcosa di più di un’estensione del vivente, in quanto inizia a organizzarsi secondo logiche proprie, a sviluppare processi di autoregolazione, adattamento, apprendimento. Qui emerge il punto di rottura: la tecnica, da prodotto del biologico, diventa una nuova ontologia del biologico, una forma di vita secondaria che assume come proprio modello non la macchina meccanica, bensì l’organismo. La fusione di tecnica e natura non è un progetto ideologico né una fantasia transumanista: è l’esito interno della logica dell’esteriorizzazione. Questa direzione era stata già intravista da larga parte della filosofia della tecnica, ma senza essere portata fino alle sue estreme conseguenze. In Heidegger la tecnica è concepita nei termini di una modalità del disvelamento dell’essere. Tuttavia resta in ombra la possibilità che tale disvelamento, una volta emancipato dall’orizzonte del mondo della vita, possa operare in forma autonoma, come un processo che non richiede più il soggetto umano come luogo di manifestazione. Anche in Simondov l’oggetto tecnico tende alla concretizzazione e all’integrazione funzionale, assumendo i tratti di un quasi-organismo; resta da compiere il passaggio ontologico che consiste nel riconoscere che questa individuazione tecnica entra in concorrenza con la vita stessa, contendendole il ruolo di principio di organizzazione della realtà. […]
[…] Non siamo semplicemente di fronte a un’accelerazione tecnologica. Ci troviamo davanti a una mutazione ontologica che va riconosciuta come processo strutturale. La tecnica, da esteriorizzazione del corpo, tende a divenire ambiente che lo ingloba; da prolungamento della vita, tende a configurarsi come sistema operativo della vita stessa. Per porre la questione della governance in termini adeguati occorre smettere di pensare la tecnica come oggetto e iniziare a pensarla come principio di mondità, come forza capace di ridefinire dall’interno il confine tra natura e artificio. La tecnica non si contrappone al biologico: ne prolunga il processo di individuazione su un piano storico-materiale. Per questo la questione decisiva riguarda il futuro del mondo prima ancora del futuro dell’umano. Si tratta di comprendere se il mondo continui a operare come orizzonte originario del senso oppure se prenda forma una costellazione di ambienti funzionali entro cui il senso emerge come effetto dell’operazione, inscritto nelle sue procedure. È qui che si apre oggi la frattura ontologica decisiva.
Dal cap. 3
Non tramontano l’arte, la filosofia o la religione: entra in crisi una forma di vita. Nell’era del digitale, l’ordine del senso che ha orientato l’esperienza umana cambia sotto la spinta di un apparato tecnico che trasforma il mondo e ne ridefinisce le condizioni d’esistenza. Questo libro analizza il punto in cui l’umano si trasforma, mostrando come la tecnica incida sull’esperienza e modifichi il nostro rapporto con il mondo.
Dalla crisi delle strutture simboliche tradizionali alla comparsa di nuove forme di soggettività emerge una diagnosi del presente: l’integrazione crescente dell’umano in un sistema che riorganizza il senso secondo criteri di efficienza e calcolo. Il tramonto dell’umano non annuncia una fine, indica una trasformazione. In questo passaggio si gioca la possibilità di pensare il futuro della nostra forma di vita.
«Il mondo, che per secoli ha orientato la nostra esistenza, si dissolve nel crepuscolo della tecnica. All’alba di un nuovo inizio, si profila il tramonto dell’umano sentire.»
Dalla quarta di copertina
L. Taddio, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale. Volume 1, Il melangolo 2026.
Luca Taddio (1974) è Professore associato di Estetica presso l’Università di Udine. Cofondatore della società Mim Edizioni, è stato direttore editoriale delle case editrici Mimesis e Meltemi. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’analisi critico-fenomenologica del mondo digitale, in una prospettiva che intreccia estetica e metafisica. Tra le sue principali pubblicazioni si segnalano: Fenomenologia eretica (2011), L’affermazione dell’architettura (con D. Cantone, 2011), I due misteri (2012), Verso un nuovo realismo (2013), Merleau-Ponty (2024). Ha curaro, tra gli altri, Filosofia del digitale (2020) e La politica del mondo digitale (2023). È responsabile scientifico della casa editrice “Società Aperta”, del Festival Mimesis e del Premio Udine Filosofia. Dirige il Master in Filosofia del digitale e collabora con diverse testate giornalistiche.