Anne Carson, Antropologia dell’acqua, Donzelli 2010
[…] Vivere con un malato di mente richiede tante piccole trovate geniali – è l’opposto del momento in cui Helen Keller grida: «Acqua!»: guardare nel mondo dei pazzi e improvvisamente capire come funziona. Mia madre ci riuscì. Io no, io cominciai a interessarmi alla penitenza.
Cerchiamo di essere delicati quando facciamo domande ai nostri padri.
Solo quando diventò pazzo cominciai a capire che lo avevo sempre fatto arrabbiare. Non ho mai saputo il perché. Non lo chiesi. Invece imparai a fare sondaggi come chi saggia la profondità di un pozzo. Getti un sasso e ascolti. Aspetti che ci sia una pausa e dici: «Sì».
Ero una persona bloccata. Avevo toccato il fondo. Qualcosa doveva rompersi. Scrissi una poesia: Sono una Dislocata Finestra di Me Stessa (che mio padre trovò sul tavolo della cucina e ricoprì con le parole VENERDÌ GIORNO DI IMMONDIZIA scritte a matita quaranta, cinquanta volte). Pregai e digiunai. Lessi i mistici. Studiai i martiri. Cominciai a pensare di essere assetata di Dio. Poi incontrai un uomo che mi parlò del pellegrinaggio a Compostela.
Era un uomo pio che sapeva quali domande fare. «Se non abbandoni la tua vita, come puoi vederla?», mi disse. La penitenza cominciò a sembrare più interessante. Fin dai tempi più antichi i pellegrinaggi erano stati fatti nella convinzione che una domanda può viaggiare verso la risposta come l’acqua verso la sete. Il più venerabile pellegrinaggio della cristianità è il Cammino di Compostela – 350 km di colline, deserto e stelle da Saint-Jean-Pied-de-Port sul versante francese dei Pirenei alla città di Compostela sulla costa occidentale spagnola della Galizia. I pellegrini hanno intrapreso questo cammino fin dal IX secolo. Dicono che l’apostolo Giacomo sia sepolto a Compostela e che si compiaccia di essere oggetto di visita. In effetti è tradizione che i pellegrini portino a Compostela una richiesta. Puoi domandare a san Giacomo di cambiare la tua vita. Io ero giovane, forte, frugale non appartenevo a nessun genere specifico: tutte doti per un pellegrino. Così partii, nel vento della tarda primavera che esplodeva nelle sue verdi parate.
Cercare la domanda più banale, i fatti più ovvii, le porte che nessuno può chiudere, questo è ciò che intendevo con la parola antropologia. Ero un animo forte. Guarda, cambierò ogni cosa, ogni significato!, pensai. Mi feci lo zaino: calzini, borraccia, matite, tre taccuini vuoti. Non portai mappe. Non so leggerle – perché sigillare l’acqua che scorre? Dopo tutto, l’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.
Da Sete
«La voce più originale della letteratura in lingua inglese oggi», così Michael Ondaatje – l’autore del Paziente inglese – ha definito Anne Carson. A scorrere le pagine di questo piccolo capolavoro della celebratissima autrice canadese, finalmente disponibile in italiano – nella traduzione di tre firme d’eccellenza come Antonella Anedda, Elisa Biagini e Emmanuela Tandello –, non si fa certo fatica a comprendere le ragioni di una simile ammirazione: Anne Carson rompe qualsiasi schema e ha il dono raro di risvegliare nei suoi lettori energie emozionali e intellettuali assolutamente nuove. La lettura di questi testi non potrà che affascinare chi non crede nei «generi». Antropologia dell’acqua è infatti felicemente inclassificabile: possiede il ritmo della poesia e la concretezza della prosa, la logica della matematica e il respiro del pensiero. Saggi, diari, appunti di viaggio, racconti: i diversi materiali che compongono il volume sono in primo luogo una riflessione sulla natura liquida del linguaggio, sul suo stagnare, scorrere, dissolversi. Le pagine sono mappe su cui seguire la relazione tra le creature e l’acqua, tra l’amore e l’acqua, tra la morte e l’acqua. È un libro di viaggio che spalanca la descrizione per riflettere davvero sull’enigma del visibile, è una coraggiosa meditazione sul dissolvimento dei nostri legami e sulla nostra impotenza a trattenere chi amiamo, proprio come è impossibile trattenere l’acqua tra le dita. Un libro filosofico e poetico, tessuto, ma non appesantito, di citazioni, fitto di microracconti, a volte conclusi altre volte no, come accade del resto nella vita, perché Anne Carson ha la capacità di trasformare la parola stessa in orizzonte.
Dalla quarta di copertina
A. Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, Donzelli 2010. A cura di Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello.
Titolo originale: The Anthropology of Water © 1995 Anne Carson.
Anne Carson (1950) è tra i massimi autori canadesi contemporanei. Poetessa, saggista, traduttrice, insegna Letteratura greca e Letterature comparate all’Università del Michigan. Nel 2000 le è stato conferito uno dei più prestigiosi riconoscimenti della letteratura in lingua inglese, la MacArthur Fellowship. È autrice di numerosi volumi, tra cui Autobiografia del rosso (Bompiani, 2000).