Salvatore Leone
Mentre esci dal mare
penso: un giorno bacerò terra, inchinato,
poi mi leverò sulle gambe.
Mi chiedo a chi appartiene
la bella valle, dove gli argenti convergono.
Parlerò una nuova lingua che esplora le costole,
tradotta in piccole gocce d’acqua
che scendono a finire il corpo.
Corro, libero da braccia salate,
baldoria di porpore e oro che si contendono
l’orizzonte. L’alba presa per i capelli.
Mi chiedo se l’angelo scriverà ancora
sulle mie scapole, venti d’Oriente mi braccheranno
lì dove avanzi sulle pietre bianche, solenne.
Mi chiedo se amore è
in questo abbandono di mare,
che lasci
e t’ingioiella.
*
Sono l’ombra di tutte le cose, lo scuro che segna le braccia,
col sole alto alla roccia, frescura del grande gelso.
Sono quella cosa nera intorno al collo, la notte
che arrotonda le labbra. L’inverno fermo alle costole.
Non esco mai nel mezzo del giorno, quando la luce
è un taglio alla nuca.
Nel dolore perpendicolare, grido di carne e cicale.
Non sono altro che un ricordo di luna alle scapole,
ventre immolato d’argento.
La testimonianza d’un tramonto scivolato sui fianchi.
Sono tutto il male di cui ho bisogno per un po’ di luce sul petto,
e vederti risplendere al torrente, in ogni luogo e i miei deserti.
Sono la pece di una lunga estate,
[il pianto corvino di noi ragazzi.
E se scrivo, sono il silenzio intorno alle parole,
quel sapore d’alba alle mani.
Sono tutte queste cose nere.
S. Leone, La schiena di Joseph, Il Convivio 2024, collana Occhionudo.