Massimo Viganò, [Luci della notte e luce del giorno], Anterem 2026
[…]prologo[la parabola del sonno]
confido[…]
[…] che del sogno invidio il sonno e al sonno l'(in)capacità di narrarsi, di dis—
porsi (come ci fosse) dis—velarsi agli occhi [e altri ammennicoli] durante la
pronuncia[nel gesto e nella movenza] il dormiente, volendo ricordarlo,
legge/tradisce il sogno (pure, sostiene di averlo fedelmente trascritto! “perché
non fugga”) e ne
riempie i vuoti, smorza i silenzi, le soste e ne svuota i vasi, fino ad allentare i nerbi
estra(rr)e/so—spiri abbattere i voli/le parabole
cancellarne le volute spegner le fughe, le spire così
[che]sbatta nel vento (come gli infissi di certe case inabitate) e dissangui e possa
essere agevolmente (ri)condotto a un senso
fesso (purché sia com—preso e ragionevole
dignitoso appaia, decente) sì che passi all’ostensione ove
decantare e sublimare (piuttosto che rapprendere, anchilosare)
[…] pure , non siam fatti che di carne e sonno: a sognare, tra una veglia e presenza
sono le mani, i piedi , braccia e gambe (arti) ch’empi colmano (accidentali)
intere esistenze di false condotte istruiscono insensatezze immaginifiche
immani mancanze
ch’insegnano
a perder sensi[ri—cavare accidentali coscienze…]
sognare della vita i tragitti superbi, inventare le parabole
segnare il tempo segreto
*
l’appeso (c’è una foglia sul ramo)
Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito.
Il mondo si legge anche all’incontrario. Tutto è chiaro
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati
è il mio pensiero (o sogno) questo?
che mette catene
e parla che sprigiona
in lunghe sterminate (eternamente) catenelle
di suoni come i rami ritorti – e fosse linfa?
le voci fossero, incoerenti,
gli umori che dal terren la radica
succhia? io esangue
(ch’appeso nutro di luce)
restituirei dunque
in parole, in evidenze me al mondo
e voce questi umori stillando capovolto (in terra)
di nuovo alla terra finalmente
di ritorno
Le luci della notte e la luce del giorno. Ossia, molteplici le luci nella notte e una sola, invece, la luce che abita il giorno. E non potrebbe essere altrimenti. Non potrebbe esserlo per la materia su cui e con cui Massimo Viganò fonda e costruisce la sua raccolta. La materia di cui parliamo è il sogno, il sogno che nel luogo/spazio notte si genera e rigenera, si fa vigilanza e permanenza, presenza e resistenza. Luci, al plurale appunto, che autonomamente fioriscono nella notte, e che dicono il loro coappartenere a quell’io che nel sonno li sta accogliendo. Da qui un amalgama ontologico in cui si specchia un senso di libertà originaria, e in cui diventa possibile toccare, interiorizzare, i bordi dell’essere, e l’essere nella sua totalità. Così, dunque, i sogni/luci nella notte, ma che cosa succede al mattino, con il risveglio? Il reale, ciò che accade, si impone, esplode, diventa l’unica possibile luce. E il solo modo perché rimanga multipla è continuare a sognare anche al risveglio, confondendo notte e risveglio, come fa K che si affaccia al ballatoio e che di fatto non sappiamo se ciò che pensa e vede è nel sonno o nel momento in cui gli occhi si sono aperti. Sogna ad occhi aperti? Forse. Di certo in questa singolare condizione in cui i sogni/luci della notte e il reale/luce del giorno vengono a sfiorarsi non si può che sognare la fine del mondo, il momento in cui non si ha più contezza della luce. Qualcosa potrebbe salvare da questo, dal sognare la fine del mondo? Forse potrebbe farlo il fumare oppio nel reale, perché così i sogni della notte potrebbero mutarsi in visioni, e le visioni, radicandosi nel reale, diventare moltiplicatori di luci. Potrebbe? La domanda rimane aperta e dice la complessità di un pensiero che si snoda in questa raccolta in modo raffinato e colto e la complessità anche di una parola altrettanto raffinata e colta che l’autore ci offre, spesso scomponendola e ricomponendola e aggiungendole parentesi e lettere, nei suoi compositi piani. Una complessità, questa di Massimo Viganò, che ci mette in contatto con il nostro io più profondo mostrandocene il suo radicale sbilanciamento tra sogno sonno veglia e visione. Tra le luci della notte, appunto, e la luce del giorno.
Silvia Comoglio
M. Viganò, [Luci della notte e luce del giorno], Anterem 2026.
Massimo Viganò, nato a Sondrio il 04/06/1959, vive e lavora in Toscana, tra Firenze e Pontedera. Laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne (Indirizzo Filologico-letterario) all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Di professione traduttore e Technical Writer, ha coltivato da sempre la passione per il teatro (nel 1992 partecipa, con la compagnia torinese Margutte Teatro di cui è fondatore, alla XXII edizione del Festival Santarcangelo dei Teatri) e la poesia.
Sue poesie hanno ricevuto diversi riconoscimenti, tra i quali vogliamo ricordare: Premio Lorenzo Montano, Premio David Turoldo, Premio Letterario InediTO, Premio Sandro Penna, Premio Letterario Castelfiorentino, Premio Bologna in Lettere, Premio Paul Celan, Premio Murazzi.
Nel 2010 ha pubblicato la raccolta di poesie Tra(s)duzioni (Edizioni della Meridiana), vincitrice del Premio Sandro Penna 2009.
Sue poesie sono state pubblicate sulle riviste Carte nel vento (Anterem), Fili d’acquilone, Il Segnale (Zacinto Edizioni), Osiris Poetry International Poetry Journal (Greenfield – Massachusetts – USA).