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Alejandra Pizarnik, Poesia completa, Crocetti 2026

 

14. 

La poesia che non dico, 
quella che non merito. 
Paura di essere due 
avvicinandomi allo specchio: 
qualcuno che in me dorme 
mi mangia e mi beve. 

Da Albero di Diana 

Poco so della notte 
ma la notte sembra sapere di me, 
e piuttosto mi assiste come se mi amasse, 
mi rimbocca la coscienza con le sue stelle. 

Dalla quarta di copertina

Poesia completa di Alejandra Pizarnik restituisce integralmente il percorso di una delle autrici più influenti del secondo Novecento. La sua opera, segnata da una tensione costante tra desiderio di purezza e attrazione per il silenzio, indaga i limiti della lingua e dell’identità femminile con una radicalità ancora oggi esemplare. In un’epoca che ha smarrito il rapporto con l’interiorità e con la parola come forma di conoscenza, Pizarnik torna a interrogarci sulla possibilità di dire l’indicibile. La sua voce – fragile, lucida, ossessiva – continua a esercitare una forza magnetica sui posteri, che in essa riconoscono la potenza dell’inquietudine come forma di verità. Il volume, con testo originale a fronte e accompagnato da uno scritto di Concita De Gregorio, raccoglie l’intera opera fino agli ultimi versi, rimasti per anni inediti.

Dal risvolto

A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti 2026. A cura di Matteo Lefèvre. Con uno scritto di Concita De Gregorio.

Alejandra Pizarnik (Avellaneda, 1936 – Buenos Aires, 1972), nata da famiglia ebrea di origine russa, comincia a fare poesia già negli anni universitari, in una Buenos Aires di artisti e intellettuali legati al surrealismo e poi alle nuove correnti dell’esistenzialismo e della psicoanalisi. I suoi versi d’esordio (La tierra más ajena, 1955) risentono di tali suggestioni, ma a partire dalle raccolte successive (La última inocencia, 1956; Las aventuras perdidas, 1958) si affaccia un realismo inquieto, sofferto, e Pizarnik comincia a mostrare un’accentuata singolarità sul fronte dello stile e dei contenuti, riflesso delle nevrosi e delle insicurezze che ne punteggiano l’avventura esistenziale. A Parigi, nella prima metà degli anni sessanta, stringe amicizie con personalità del calibro di Georges Bataille, Simone de Beauvoir, Julio Cortázar e Octavio Paz (il quale scrive anche un prologo alla sua quarta silloge, Árbol de Diana, 1962), inizia a lavorare come traduttrice e si lega sentimentalmente ad altre donne. Da qui in avanti la sua poesia, che alterna con frequenza verso e prosa, si fa più complessa, misteriosa, dolorosamente consapevole. Tornata a Buenos Aires, pubblica le sue raccolte più conosciute (Los trabajos y las noches, 1965; Extracción de la piedra de locura, 1968; El infierno musical, 1971), ma vede aggravarsi il suo stato depressivo cronico, che la obbliga a diversi ricoveri psichiatrici. Nei versi dell’ultimo periodo trovano sfogo, con una modalità d’espressione assolutamente originale e riconoscibile, le ossessioni e le ombre che ne accompagnano la parabola fino al suicidio.

  

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