Ricominciare. Ripensando Angelo Lumelli (1943-2024), di Marco Ercolani
Angelo Lumelli, in Le poesie (edizioni del verri, 2020), raccoglie la riscrittura della sua opera poetica, ri-pronuncia in un nuovo inizio la sua voce lasciando intatti solo i titoli delle raccolte: oblivion, vocalises, seelenboulevard, bambina teoria, trattatello incostante, cosa bella cosa, la porta girevole dell’Hotel Excelsior. Ri-comincia tutto da capo e con i materiali dei volumi già scritti ritrova un libro inedito, come un bambino ripercorre la squinternata avventura del suo essere al mondo. Il suo lavoro non è il risultato di una memoria capitalista e fondante ma di un ricordo lacunoso e straccione, che riempie di buchi i tessuti del senso, traforando la lingua, o meglio beccandola, con una visione arcaica di potente inflessibilità teoretica. «Nobili pirati conoscono il mestiere – hanno in testa fazzoletti a quadretti / nel tempo ci vanno a cavallo – gli passano sopra con grandi velieri/ non vengono presi sul fatto – raccontano che dappertutto è lontano / che qui è più lontano di tutto // per questo la verità gli va dietro – cammina svelta / con la gonna con lo spacco / li rincorre traballando sui tacchi di vetro». Angelo Lumelli appare ora il tipo estasiato che rincorre immagini mistiche nel cervello, ora il ragazzo che getta biglie nell’aia di qualche rustico cortile, ora il poeta assorto che insegue “pensieri per conto loro”. Leggere Lumelli è un’esperienza che assorbe e coinvolge: un libro come Le poesie, che sembrerebbe un’opera omnia con qualche pretesa di completezza, non è affatto un libro concluso: è il tracciato di uno spirito balzano che usa il linguaggio in modo impertinente e improvvisato, saltando spesso di palo in frasca. La sensazione di smarrimento, a leggere queste poesie, si affianca a una impressione di libera freschezza, di incongrua felicità. Lumelli scrive come se inventasse vertigini leggere, ma il loro fondo tragico resiste, come una fiaba tremenda: «allora direi a un mio bambino / preserva il vuoto con le azioni / così che il mondo / volando nel vuoto / volando da te / tu prendilo al volo / con in tasca un sacchetto / di lacrime d’oro». La “bambina teoria” delle sue affabulazioni è una teoria che mostra, da lontano, l’holderliniana torre di Tubinga: è la follia stessa, che lo spirito del poeta preserva come tesoro di libertà, immune dalle offese di un mondo arido, inaccettabile, sensato. «La poesia come finitezza non tollera la parola vagabonda, che arriva all’ultimo, sovrappensiero, quella che si pone tra i versi, letteralmente, tra una riga e l’altra. Il problema non è la variante, divertimento per i filologi, bensì la presenza, nel testo, di questa parola pellegrina, attesa da sempre, arrivata davanti all’espressione già chiusa». E Angelo, nelle pagine teoriche che chiudono il libro, ci sorprende con il dono di una poesia che è fiamma presentita, eccedente, iperbolica, oppure frammento ridotto al minimo; mai roccaforte e castello, mai latifondo sicuro, forse piuma vagante alla ricerca di un uccello incantato e balordo che, urtando nel muro, ha perso la strada: «Ma io non sono il sonetto, bensì la sua pausa che si accende, spiritata come un ventilatore dello spirito, facendo volare coriandoli. Il mio compito è di fornire l’errore, sottoposto alla giustificazione, portando in scena relitti. Per questo ho rovesciato, ogni volta, la calza del testo, per curiosità infantile, per incredulità, per penitenza, sventando la faccia tosta dell’espressione per ritrovare l’appello misterioso, senza la protezione di fatti terzi, senza storie esclusive e fatali di fronte al grido della mente». Il “grido della mente”, il nucleo necessario della follia, quello che Hölderlin ricamava in terzine tranquille, Lumelli lo organizza con tenero sarcasmo («oh grande notte / oltre I fili del tram / stai tu con me – se con nessuno / mi sono smarrito») nel minimo tessuto, nel piccolo strappo della lingua. «C’è, nella natura della poesia, una passività intrinseca, una conoscenza senza la distrazione dell’agire, un sapere inciso sulla pagina di cristallo?». Per Lumelli, che torna e ritorna a concertare (sconcertare) i suoi versi, la pagina non è cristallo: è papiro trasparente, carta velina, foglio che convoca sempre le stesse ma altre poesie. In ogni poesia quello che conta è la partenza, anzi la falsa partenza. Scrive Hölderlin: «Ahimè, dove prendo quando/ è inverno i fiori e dove// il lume del sole/ e ombra della terra?». A queste parole Angelo ironicamente risponderebbe: «Nella nostra vita millenaria i secoli sono una bazzecola. Ci ritroveremo come se fosse passato un breve istante, il tempo che ci vuole per andare a far la spesa. Riprenderemo esattamente da quel punto, la mente ripulita, come nuova».