Libri

Donatella Di Cesare, Il dominio e il dissenso, Feltrinelli 2026

 

[…] La parola non viene più proibita: si ritrae. Un fenomeno ancora poco analizzato è l’autocensura nelle democrazie occidentali. […] Si tratta di un fenomeno storicamente inedito: una perdita di libertà che non deriva da una repressione esterna, né dall’introduzione di dispositivi autoritari. […] La questione non riguarda dunque i regimi apertamente illiberali, ma le democrazie che continuano a definirsi tali. […] Si tace per non esporsi, per non incrinare relazioni, per non perdere protezioni, reputazione, appartenenza. Prima di parlare si valuta il costo della parola e lo si giudica troppo alto. Non è una rinuncia consapevole, quanto un gesto preventivo. […]

[…] Il regime di guerra ha ristretto la cornice interpretativa: questa è la militarizzazione del dibattito pubblico. Gli esiti molteplici non sono ancora stati chiariti. Il primo è la “licenza di mentire” che ha destato scalpore perché – al di là della propaganda tradizionale – ha contribuito a cancellare ogni criterio di verità. La notizia spacciata per realtà non ha più bisogno di rendersi verosimile. Ecco una prima novità: non la menzogna che inganna, ma la menzogna che governa. Di qui la mutazione di media in agenti di guerra, vettori capaci di mobilitare le masse, accenderne l’isteria, ma anche soffocare ogni posizione di dissenso. […]

Dal cap. 2

[…] Quando il conflitto sembra minacciarla, la politica si fa polizia: disciplina i corpi, assegna le parti, regola la partizione dello spazio pubblico.
Il dominio contemporaneo alterna due strategie: tollerare il dissenso finché resta disperso ai margini come rumore di fondo, criminalizzarlo quando si avvicina al centro e diventa attrito visibile. Interrompere significa sottrarsi a questa alternativa, al doppio dispositivo. […] Oggi reprimere è troppo plateale – criminalizzare è ben più efficace: non crea martiri, produce sospetto. […] Il dominio non teme il singolo evento, l’esplosione momentanea. Teme ciò che persiste, che non rientra nel ritmo precedente. […]

[…] Un post che denuncia un abuso viene condiviso, commentato, rilanciato. Una diretta che mostra una carica di polizia suscita una tempesta di reazioni. Per qualche ora sembra che tutti ne parlino. Ma poi l’intensità si sposta. Un nuovo evento prende il posto del precedente.
Quel passaggio dall’indignazione al legame politico – su cui la filosofia ha a lungo riflettuto –  non è mai stato arduo come oggi. Il dominio sa gestire l’esplosione emotiva, sa tradurla in polemica, schieramento, consumo. Non blocca il dissenso – lo amplifica, lo estremizza. Lo coglie nel momento di massima esposizione. Fatica invece a governare un’alleanza.
Allearsi significa trasformare l’esposizione di ciascuno in un legame che dura, che va oltre la reazione immediata. […]
Un raduno contro un decreto sicurezza. Striscioni, slogan, cori. L’isolamento s’interrompe – negli altri si riconosce la stessa rabbia, la stessa inquietudine. Ma il giorno dopo tutto sembra svanire. E resta la domanda: che cosa ci teneva insieme?
Siamo esposti, connessi – ma non legati.
Allearsi non è coincidere […]
Allearsi vuol dire trasformare l’energia dell’indignazione in vincolo politico, restare legati anche quando l’urgenza si abbassa, i contrasti affiorano. Senza questo passaggio, per quanto difficile e precario, il dissenso non può proiettarsi nel futuro. […]

Dal cap. 4

Un tempo il dissenso si misurava con la repressione. Oggi accade qualcosa di più sottile e per questo più insidioso: il dissenso non viene tanto vietato quanto disperso, neutralizzato, reso innocuo. Si può parlare, ma senza incidere. Si può protestare, ma restando ai margini. E quando la parola diventa efficace, sopravviene la criminalizzazione, lo stigma, l’isolamento.
In questo manifesto, lucido e radicale, Donatella Di Cesare analizza le forme contemporanee del dominio: una tecnocrazia che svuota il conflitto, un regime emotivo che impone di “sentire come tutti”, una sfera pubblica frammentata in cui le voci si moltiplicano ma perdono peso. Sullo sfondo, la guerra come principio ordinatore del presente: non solo evento militare, ma grammatica che impone schieramenti, riduce la complessità, e trasforma il dissenso in colpa.
Eppure, il dissenso resiste. Non più come forza compatta o progetto alternativo, ma come costellazione fragile: gesti minimi, atti di cura che interrompono l’ordine e ne rivelano le crepe. Dalle “mille Antigoni” che si chinano sui corpi esclusi agli intellettuali sempre più delegittimati, emerge una nuova figura del dissidente, senza protezione e senza garanzie.
Il dominio e il dissenso è un libro che chiama a prendere la parola. Un invito a riconoscere dove passa oggi la linea del conflitto, a non accettare che la guerra diventi l’ultima parola.

Dal risvolto

D. Di Cesare, Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste, Feltrinelli 2026.

Donatella Di Cesare è filosofa e saggista. Insegna Filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma, dove è membro della Scuola Superiore di Studi Avanzati. Le sue opere, tradotte e discusse all’estero, hanno suscitato un ampio dibattito. Il suo pensiero, che attraversa i temi del linguaggio e dell’interpretazione, si concentra sulla politica, la violenza e l’alterità, interrogando le forme contemporanee del potere e dell’esclusione. In questo percorso emerge l’esigenza che la filosofia torni alla polis, prenda posizione, si esponga. Tra i suoi ultimi libri, Tecnofascismo (2025). La sua è una voce netta e riconoscibile, che attraversa l’attualità senza attenuarne i conflitti e interviene sui nodi critici della democrazia, del dissenso e della pace.

 

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