Libri

Enrico Terrinoni, Oltre abita il silenzio, il Saggiatore 2019

 

[…] William Blake spiega nei suoi proverbi sempre meno letti che «qualunque cosa sia possibile credere è un’immagine della verità», il che ricorda un verso di Tom Waits: everything you can think of is true. Questo perché la verità profonda appartiene al sogno, non al visibile. È parte di un orizzonte che ancora non esiste. Nel Libro dei Numeri leggiamo: «Il Signore disse: “Ascoltate ora le mie parole; se vi è tra di voi qualche profeta, io, il Signore, mi faccio conoscere a lui in visione, parlo con lui in sogno”». Una sorta di comunicazione onirica, diciamo, tra maestro e adepto, simile a quella che avviene tra Dracula (non a caso chiamato spesso Master, nel capolavoro del dublinese Stoker) e la sua vittima Mina Harker. E quest’ultima chi è, poi, se non «una che presta orecchio» (to hark = «ascoltare»)?
Come in Blake e in Bruno, anche qui siamo in un campo sfumato i cui confini sono descritti solo dalle ombre delle idee. Ma ci troviamo anche nel bel paese delle meraviglie in cui Alice sa bene di poter pensare persino sei cose impossibili (e dunque impensabili?) prima di colazione. È impossibile, infatti, non quel che non si può ottenere, ma quel che non è stato ancora ottenuto. Ce lo dimostra la stessa pratica della lettura e dell’interpretazione. Solo scandagliando in profondità gli abissi di un qualunque libro possiamo consentirgli di sopravvivere alla propria morte, che è poi solo una morte apparente. Un’opera non letta è non interpretata e dunque non «vive». Ma è al contempo impossibile non presupporre una sorta di inconscio latente, da risvegliare. Un libro chiuso è un cadavere da riesumare, e tramite l’atto di leggerlo gli è data l’opportunità di trasumanare. […]

Dal cap. 1

«Ogni testo è un’ombra, un riflesso. Come il sangue, scorre, e quando se ne ferma la circolazione, il testo come il corpo morto cade. Allora, nel tradurre bisogna mettere in campo strategie creative, non di emulazione, consapevoli che l’immateriale non sopporta le prigioni della forma.»

Dalla quarta di copertina

Saggio eretico di teoria della traduzione, avventura donchisciottesca nelle infinite possibilità del linguaggio, atto d’amore per la letteratura di lingua inglese, James Joyce in primis: Oltre abita il silenzio è il distillato alchemico di decenni passati a strettissimo contatto – amicale, amoroso, doveroso – con l’opera del dublinese per eccellenza, che Enrico Terrinoni conosce come pochissimi altri in Italia. Tradurre Joyce significa spingersi dove nessun traduttore si è mai spinto, alle estreme propaggini della parola, dove la lingua corteggia un silenzio che non è afasia, bensì infinita potenza creativa. D’altronde, in inglese, fra word e world non c’è che una lettera di differenza, una lettera per nulla morta; e lì si gioca la partita.
Da questa esperienza nasce una considerazione che, pur nella sua apparente semplicità, è rivoluzionaria: siamo esseri traducenti, tutto in noi è traduzione. Traduciamo il mondo nella nostra mente e noi stessi nel mondo, traduciamo sentimenti in idee e idee in parole, traduciamo persino, a volte, prigionieri da un carcere all’altro. E se il linguaggio è una gabbia che ci arresta, solo traducendo possiamo forzarne le sbarre ed essere liberi. Ne fuoriesce un’idea nuova della letteratura, la quale corrisponde non a quanto avviene sulla pagina, nel rincorrersi delle parole di inchiostro, bensì all’energia creatrice che si libra, e si libera, dalla pagina per balzare al di là, oltre, dove abita il silenzio.
Per inseguire questa idea di traduzione e di letteratura, Enrico Terrinoni sublima la forma saggio e ne fa svaporare ogni rigidità: labirintico e rocambolesco, Oltre abita il silenzio richiede una lettura a perdifiato, in caduta libera, come Alice quando capitombola nel mondo del Bianconiglio. Lasciate ogni preconcetto o voi ch’intrate: in queste pagine non c’è rispetto che non sia irriverente. Il lettore che sta al gioco – play, in inglese, è giocare ma anche creare, come dimostrano i plays di William Shakespeare – non troverà più nulla di innocente nell’atto di aprire un libro e iniziare a leggere: un gesto semplice, quotidiano, automatico, eppure magico, potente: un gesto elettrico, un gesto-lampo che – come nel Frankenstein di Mary Shelley – dà vita dove prima non c’era che materia inerte.

Dal risvolto

E. Terrinoni, Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura, il Saggiatore 2019.

Enrico Terrinoni è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, e insegna Traduzione editoriale all’Università IULM. Ha un PhD in English / Anglo-Irish Literature and Drama presso l’alma mater di Joyce, University College Dublin, dove ha studiato con Declan Kiberd. È stato Visiting Fellow e Research Fellow in numerose istituzioni internazionali tra cui University of Notre Dame, Indiana University, Maynooth University, Marsh’s Library, University College Dublin. È autore di molti volumi tra cui Occult Joyce: The Hidden in Ulysses (2007), Attraverso uno specchio oscuro. Irlanda e Inghilterra nell’Ulisse di James Joyce (2014), James Joyce e la fine del romanzo (2015), Irlanda. Un romanzo incompiuto (2018), Chi ha paura dei classici? (2020), Fantasmi e ombre. Roma, James Joyce e Giordano Bruno (con Vittorio Giacopini, 2021), Su tutti i vivi e i morti: Joyce a Roma (2022), La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale (2023), La letteratura come materia oscura (2024), Leggere libri non serve (2025). La sua prima traduzione dell’Ulisse ha vinto il Premio Napoli per la Lingua e la Cultura Italiana nel 2012. Sempre di Joyce ha curato Lettere e saggi (2019), e co-tradotto con Fabio Pedone i libri III e IV del Finnegans Wake (2017-2019) vincendo il Premio Annibal Caro nel 2017. Alla traduzione annotata de L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Master è stato assegnato il Premio Von Rezzori / Città di Firenze nel 2019. Ha tradotto scritti e opere di Bobby Sands, Brendan Behan, James Stephens, Francis Bacon, Nathaniel Hawthorne, Oscar Wilde, Muriel Spark, Michael D. Higgins, Alasdair Gray, George Orwell, Leo Benedictus, Umberto Eco, Gabriele Frasca e Simon Armitage. Per il centenario di Ulysses ha curato, con Declan Kiberd e Catherine Wilsdon, il volume Ulysses: The Book about Everything. Ha co-curato volumi di Joyce Studies in Italy, The Internationalist Review of Irish Culture e Costellazioni. Scrive regolarmente su Il manifesto, Left, Il Venerdì, Il tascabile e suoi contributi sono apparsi su diversi quotidiani, blog e riviste nazionali e internazionali. È attualmente presidente della James Joyce Italian Foundation.

 

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