Goffredo Fofi
[…] La mutazione reale, vera, dopo questo fallimento della Storia e dell’utopia venuto con gli anni Settanta, è stata quella degli anni Ottanta, Novanta e Zero di questo secolo; gli anni che io chiamo «il trentennio». Come quelli della mia generazione, sono abituato a parlare del fascismo dicendo «il ventennio». Ma trent’anni sono più lunghi di venti. In più, nel ventennio, la società italiana proponeva, in sostanza, due tipi di umanità: quella del fascismo e delle sue classi di sostegno e quella degli analfabeti, due realtà che non si sono mai incontrate se non nell’impresa africana, perché lì Mussolini riuscì a ingannare gli analfabeti, i contadini, con la promessa del «posto al sole». Il trentennio è stato molto più lungo. E non si trattava più di due storie parallele ma di una stessa storia, perché negli anni della ricostruzione e del miracolo economico tutti gli italiani erano andati a scuola ed erano stati acculturati dalla TV, sapevano leggere e scrivere, giravano l’Italia e spesso il mondo non più da migranti ma da turisti, e avevano raggiunto col benessere uno standard di vita che comprendeva ampi consumi culturali: una generale alfabetizzazione che ha portato a un’omologazione di tipo piccolo borghese, quella stessa che temeva la Woolf, ovvero un ceto medio che si dilata e appiattisce o divora sia la borghesia che il proletariato. Culturalmente, non economicamente, questo ceto si fa dominante, diventa tutto. Tutti noi oggi siamo dei piccolo borghesi, abbiamo consumi abitudini gusti di piccolo borghesi… L’Italia è questo.
Torniamo alla cultura popolare e alla sua trasformazione. In questa Italia, e nel mondo che più ci somiglia, quello privilegiato e più stabile, come si fa politica? come il potere controlla la situazione? La si controlla non più col manganello mussoliniano o con il gulag staliniano, ma con il mercato, con un certo benessere, e sempre di più con i media, con le TV e le radio, con la scuola, con le chiese, e con la cultura. In termini antropologici, sempre di cultura si tratta. Di cultura di massa. Per le masse di analfabeti che negli anni precedenti vedevano l’accesso alla cultura come una forma di riscatto per sé e soprattutto per i figli, come uno strumento di liberazione, di acquisizione di idee e confronto di punti di vista, di scoperta del mondo e di scoperta di sé nel confronto con gli altri, la cultura diventa un oppiaceo. Nel mondo in cui viviamo l’oppio dei popoli non è più la religione, l’oppio dei popoli è la cultura. Pensate a cosa davvero leggono i lettori, vedono gli spettatori, sentono gli ascoltatori. Scorrete l’elenco dei best seller sui quotidiani, considerate i libri più venduti, i film più visti, i programmi TV più seguiti. È questa la «cultura» per la cui conquista hanno lottato i nostri padri?
Ho detto spesso con una battuta ahimè attendibile che i principali nemici della cultura in Italia sono, nell’ordine, «La Repubblica», «Il Corriere della Sera» e la TV alla Fazio, e a rigor di logica dovrei aggiungerci tanta radio, quasi tutta. Essi impongono alla piccola borghesia di cui noi facciamo parte quello che deve leggere, le persone che devono ammirare, i bonzi che devono venerare, che sono poi quelli che si sono affermati nel trentennio, che hanno prosperato e sono diventati importanti e famosi in quel periodo. Molto spesso si è trattato di persone (metta i nomi il lettore) che si dicevano di sinistra accettando bensì tutte le regole del gioco e i vantaggi del sistema berlusconiano. La cultura del trentennio è stata una cultura massimamente conformista. Morivano i grandi al cui pensiero e alle cui opere ci abbeveravamo – Sciascia il più lucido si tutti, Pasolini, Calvino, Fortini, Morante, Ortese, Carlo levi, Primo Levi… i grandi poeti come Zanzotto, Giudici, Rosselli… i grandi registi come Fellini, Monicelli… e i grandi uomini di teatro come Carmelo bene, e da ultimo Luca Ronconi… E ne dimentico. La generazione cresciuta nel trentennio del massimo conformismo, di morte della sinistra, è stata una generazione di orfani: senza rapporti con il passato con la parte minoritaria intelligente critica del passato, e influenzata e manipolata da un sistema culturale più che da singoli manipolatori (anche se dei nomi possiamo ben farli, tra i più responsabili il presidente della Repubblica venuto dal PCI, e giornalisti come Scalfari e Mieli, e tanti altri divi e guru della comunicazione e dell’università, e «grandi medici» e «grandi architetti» complici compiacenti di un sistema di corruzione morale e intellettuale, insieme ai tanti volti nuovi – largo ai giovani – dei nuovi padroni dell’economia e della finanza, e dei maggiordomi e lacchè della cultura al loro servizio).
Nel trentennio si è creato soprattutto un sistema di complicità collettiva: i soldi circolavano, l’economia per quanto fasulla tirava, ed eravamo diventati un popolo di forti consumatori. Consumatori di tutto e di più. Il consumo attutisce le ferite, con l’ausilio del Prozac. Disse una volta Oscar Wilde: «Dio, liberami dai mali fisici che da quelli psicologici ci penso da me». I mali fisici sono la fame, l’insicurezza, i bisogni fondamentali che nelle società della scarsità spingevano alla rivolta, alla presa di coscienza, all’azione. Senza di quelli, senza una tradizione di civismo consolidata, abbiamo dovuto constatare che bastava il consumo a soddisfarci, incuranti del resto. Stavamo cominciando a diventare dei cittadini, e si è stati indirizzati su altre strade, produttive e tranquillizzanti per il potere: da fragili cittadini a frenetici consumatori.
Un passo indietro. Simone Weil ha scritto una volta che «il sogno dell’uomo del Novecento è di diventare una macchina». Credo che questo sogno si sia realizzato: ci siamo fatti macchina, rispondiamo a impulsi esterni, ben calcolati da chi li manda… Come i cani di Pavlov. L’uomo si adatta a quasi tutto, se ne viene premiato (o per timore di una punizione). […]
G. Fofi, Il cinema del no, elèuthera 2024.