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Marius Schneider, Il significato della musica, SE 2007

 

[…] I miti dei popoli primitivi e le speculazioni cosmogoniche delle civiltà alte insegnano che il sostrato di tutti i fenomeni dell’universo è un elemento vibratorio e, specificamente, acustico. La prima manifestazione sensibile della creazione è un suono che, secondo le tradizioni, emana dal tao, dall’abisso primordiale, da una caverna, da un singing ground, da un uovo fulgente, dal sole, dalla bocca spalancata di un dio o di uno strumento musicale che simboleggia il creatore. Questo suono emana dal vuoto nel quale si è formato un pensiero il quale fa vibrare il Nulla. Trasformandosi in monologo questo pensiero si riveste di un corpo ed è questo corpo sonoro che costituisce la prima manifestazione percettibile dell’Invisibile.
L’abisso primordiale è dunque un cavo risonante e la prima sostanza percettibile è un suono che, propagandosi, crea lo spazio sottoposto a un ritmo. Questo suono è la forza creatrice e la sostanza dell’universo.
In tutte queste cosmogonie l’organizzazione del corpo umano sembra sia servita da modello. Tale modello trova la sua espressione classica nella rappresentazione dell’universo per mezzo di un dio o di un gigante sacrificato la cui testa forma il cielo mentre il tronco e le membra inferiori costituiscono la terra e il mondo sotterraneo. Ora, nell’uomo la sensazione dell’irradiamento della forza, che si produce nella respirazione profonda e sonora, si situa nella colonna d’aria che sale dal diaframma al naso e alla bocca, allorché le corde vocali, il cranio e l’intelaiatura ossea del corpo incominciano a vibrare. È allora che l’uomo diventa una grande cassa di risonanza. Nei miti della creazione questa forza sonora viene descritta talvolta come un soffio o uno scoppio di risa, talaltra come un grido o un canto su certe vocali o sillabe mistiche che creano tutte le cose dando loro un nome. Non a caso le famose sillabe di grande potenza magica come OM, HUM, SUM hanno consonanti particolarmente adatte a produrre robuste vibrazioni.
Nel primo stadio della creazione la natura del mondo è dunque puramente acustica. Il creatore stesso non è che un canto, uno strumento musicale o una caverna che risuona, ed è assai probabile che la materializzazione dell’idea del creatore sotto specie di strumento musicale, di caverna, di corpo oppure soltanto di testa umana o animale sia soltanto una concessione al mito cui si voglia dare un carattere più concreto. In realtà il creatore è un essere puramente acustico, un canto o un grido, emesso probabilmente da una voce di testa che crea un mondo di suoni e di luce. L’apparizione della materia è il prodotto di un atto posteriore, reputato molto spesso uno stadio di decadenza. Anche i primi uomini erano esseri sonori e luminosi che planavano nell’aria. […]

Dal capitolo Musica e magia

Non farà meraviglia che Schneider abbia riscontrato rapporti simbolici uguali fra le tradizioni sciamaniche siberiane, le magiche africane, le danze rituali di Spagna. Il rapporto centrale della vita è fra cielo e terra, ed è stabilito da una figura di mediatore ambiguo che appartiene all’una e all’altra sfera. Il rapporto ha modalità complicate che si esauriscono nel corso del sole attraverso le varie stazioni zodiacali, ed è patrimonio dello sciamano, di colui che ha imparato a discernere la musica occulta dell’universo e a riprodurla con la sua voce. Per virtù di ascesi egli diventa cassa di risonanza, svuotato, domina il proprio respiro, e, valendosi anche di strumenti, riproduce l’atto sonoro originario, il Verbo creatore che echeggia nel rombo, nel tuono, nel mareggiare, nell’urlo belluino.
Il mondo fu creato dalla morte, che canta il canto della morte creatrice, il quale si solidifica in pietre e carni. Dalla quiete o morte originaria sorge il desiderio, la fame o brama come allo spezzarsi di un uovo la creatura: il Verbo, designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto luminoso. In Egitto è il sole cantante, o Thot che dà una risata settemplice; nei Veda era un inno di tre sillabe. Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo è la sua voce. Nella tradizione vedica si dice che il Verbo si è diffuso nel creato, cioè: ogni tono musicale corrisponde a una figura astrale, a un momento dell’anno, a un settore della natura, a una parte dell’uomo.
L’uomo deve rifarsi alle origini ogni volta che s’accosti alla morte (solstizio, malattia, trapasso da una condizione all’altra). Gli tocca essere allora incantato, pietrificato, svuotato, fatto risuonare; solo colui che periodicamente subisca la pietrificazione e l’ammutolimento può crescere, cantare una nuova vita.
Alla prima fase dell’iniziazione corrisponde un labirinto, una notte, una puntura di scorpione. Alla seconda una battaglia o ascensione, alla terza un’inversione; allora la natura divina e l’umana, il cielo e la terra s’incontrano.
Il canto dell’inno corona la trasformazione: si è giunti a ristabilire il sacrificio sonoro, si è in armonia col canto e con la luce donde proviene tutto il creato, si ode il concerto delle sfere celesti. L’essenza di questo canto è il giusto rapporto fra i suoni, cioè la serie di rapporti numerici che costituisce le armoniche di una nota, perché ogni volta che risuoni una nota musicale s’incarna qualcosa di misterioso: un modello minimo della creazione, un sistema di oscillazioni polari; è richiamato il principio stesso della creazione, la musica delle sfere.

Dallo scritto di Elémire Zolla

M. Schneider, Il significato della musica, SE 2007. Traduzione di Aldo Audisio, Agostino Sanfratello e Bernardo Trevisano. Con uno scritto di Elémire Zolla.

Marius Schneider è il massimo etnomusicologo del Novecento. Nato il 10 luglio 1903 a Hagenau (Alsazia), ha studiato filologia, musicologia, pianoforte e composizione a Strasburgo (1921-1924), Parigi (1924-1927) e Berlino (1927-1930); in qust’ultima città si è laureato con una dissertazione su L’ars nova en Italie et en France (1930), prima di una serie di studi sulla polifonia che l’hanno portato a estendere le sue ricerche anche ai continenti extraeuropei. Questo minuzioso lavoro gli ha permesso di trascrivere una notevole quantità di materiale inedito, le cui registrazioni furono raccolte nel Phonogramm-Archiv di Berlino, del quale egli divenne vicedirettore nel 1932 e, due anni più tardi, direttore. In questo periodo avviò un imponente lavoro di comparazione tra la polifonia extraeuropea e quella europea medievale, che costituì la base intorno a cui elaborò la sua monumentale storia della polifonia. Dopo aver prestato servizio militare durante la guerra, nel 1944 ebbe il permesso di trasferirsi in Spagna per organizzare la sezione dedicata al folclore dell’Instituto Español de musicología di Barcellona, dove ebbe modo di approfondire i suoi studi sull’origine delle tradizioni popolari e sulle relazioni esistenti fra l’architettura medievale e la musica. Dal 1947 professore all’università di Barcellona, nel 1955 è stato chiamato all’università di Colonia quale titolare della cattedra di musicologia. Da allora le sue ricerche hanno privilegiato lo studio dei significati e delle relazioni simboliche esistenti tra la musica e la filosofia nelle religioni antiche. Dal 1966 al 1970 ha insegnato nell’università di Amsterdam. È morto a Marquarstein in Baviera nel 1982.

 

  

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