Fascinazioni

Rubina Giorgi

  

Caro R. P.,
    non abbiamo dunque affatto preso « sul serio » la cosmoetimologia del Cratilo, e tuttavia ci è piaciuta intensamente. Ché se i nomi hanno movenze cosmiche, c’è da sperare che il cosmo abbia movenze linguistiche. E non antropomorfiche, se abbiamo assunto che il linguaggio dell’uomo stesso contenga forze eccentriche dall’uomo, che pure lo interessano. Questo c’importa in una cosmolinguistica: che c’invii cognizioni, che ci implichi in esperienze più larghe dell’umano. Che liberi l’uomo del problema (del pró-blema) dell’uomo, del suo ostacolo.
    Dunque l’uomo – così ci piace augurare – s’impegnerà in un « conosci te stesso » che sarà da commutare in un salto di se stesso per giungere almeno in traiettoria con le cose che chiamano nel cosmo… Lasciar cadere tutto il vecchio se stesso, i vecchi modi umani, tranne i più lontani, i primordiali il più possibile: per andare con le nascite alle nascite. Ci è accaduto già molte volte d’osservare che curiosità dell’incognito tende ad associarsi con curiosità del sepolto nel passato. La norma di questo movimento è dunque il balzo indietro per saltare in avanti nell’inesplorato.
« Rendere l’anima mostruosa » diceva Rimbaud: noi diciamo « farsi l’anima primordiale ». È in certo senso lo stesso; dobbiamo renderci infinitamente plastici. Imbeverci d’acqua e di fuoco. Innervarci delle diramazioni del tempo. Il sentimento del tempo, che appartiene a tutti, riattiva i movimenti e le figure della creazione. Liberare dalla sabbia il « fiore della mente » e con esso esercitare il sentimento del sentirsi nascere, del risentirsi creati dal tempo nel sentimento degli inizi. Un’iniziazione difficile certo: incorporare poteri e forze diffusi nel cosmo, presenti nel mondo, trascurati dall’uomo. Avanzare col talismano di piccole ebbrezze, giacché è tempo di piccole ebbrezze nell’orizzonte della fine: scoperte impercettibili, labili segni da ciò che ricerchiamo…
     È la plasmabile argilla che prima è imbevuta d’acqua, poi di fuoco: vengono in mente i babilonesi che avevano case e templi d’argilla e tavolette d’argilla per la scrittura; e l’uomo nel mito babilonese della creazione era stato creato dall’argilla. Scrivendo, allora, restituiamo mondo e uomo, e la scrittura stessa, alla loro origine. E scrivendo così a un tempo cancelliamo. Di guisa che contenga più cose l’oblio che non il ricordo: dilatiamo il tempo.
     Dilatare il tempo: mai troppo ricorderò di ricordare la mirabile coincidenza di come l’uomo prossimo alla sua esplorazione estrema ha nostalgia, risente il sommovimento di quella prima che l’ha portato alla nascita.
    Tu pensi che « un uomo cosmico » sia nato insieme al genere umano e che ogni uomo, o vivamente o labilmente, lo rechi impresso? Dobbiamo per deciderlo affidarci, a nostro rischio, al nostro sentimento-de-tempo? o riconsiderare tradizioni filosofiche e religiose più esperte di noi nel pensiero cosmologico? È certo giusto fare questa seconda cosa, ma per ciò che sai di quello che dico e anche da queste minime righe riassuntive capirai che è la prima che conta molto; altrimenti resteremmo nel pensiero, che non senz’altro sarebbe il pensiero esperiente.   

  


R. Giorgi, Lettere di lavoro e d’amicizia. Quaderno cosmografico, Ripostes 1983.

  

          

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