Michel de Certeau
[…] Quel che caratterizza allora l’esperienza di un «infinito» (lasciando la parola tra virgolette, come ciò che non cessa di sfuggirci nel momento in cui ne parliamo), è che l’infinito ci è necessario precisamente in quanto ci sfugge. Nel suo fondo, è percepito nell’esperienza come ciò senza cui un uomo non può vivere, ciò senza cui una comunità, un gruppo di uomini, non può esistere. È qualcosa di così fondamentale che l’esserne privati sarebbe perire. E tuttavia, non lo si può cogliere, né trattenere. Così lo diciamo in-finito.
Per caratterizzare questa esperienza radicale, utilizzerei una parola che non è specialmente mistica (sebbene se ne trovino equivalenti presso gli spirituali). È di un filosofo. Heidegger cercava di definire il rapporto che abbiamo con l’essere, caratterizzandolo mediante il fatto che non se ne può parlare senza di esso. Questa categoria, il «non senza», enuncia infatti la tensione di un rapporto e il luogo indefinitamente ritrovato dall’esperienza.
Che cosa vuol dire «non senza»? se da parte mia la riprendo, penso che tale categoria possa designare quel che il Vangelo ci insegna di più misterioso: Dio non può vivere senza di noi. Questo vuol dire ancora che Gesù, come uomo storico, non può vivere né parlare senza coloro che lo seguiranno e ancora l’ignorano. Questo nuovamente vuol dire che ciascuno di noi non può vivere senza ciò che ignoriamo, senza un aldilà di noi stessi che non conosciamo più, non ancora oppure neanche mai. Nell’itinerario o nell’incoerenza di ogni esperienza personale, ogni istante di verità – esperienza affettiva, delucidazione intellettuale, incontro con qualcuno – perderebbe il suo significato se non fosse legato ad altri, ed infine all’Altro. Non ha senso se non nella misura in cui è inconcepibile senza altri momenti, senza altri incontri.
In altre parole, il «non senza» designa una circolazione indefinita: ogni momento, ogni testimone, ogni elemento come ogni gruppo storico riceve un significato nella misura in cui è inseparabile da ciò che non dice, da ciò che non è o da ciò di cui non testimonia ancora. Non per questo sparisce, ma trova senso nella sua relazione con ciò che non è e, fondamentalmente, con Dio. Questo «non senza» era già in qualche modo stabilito da Gesù quando diceva: Non sono nulla senza mio padre e non sono nulla senza voi fratelli o senza un avvenire che ignoro. Un’analoga articolazione con gli altri (indefinitamente) e con Dio (infinito) è il modo con cui ognuno di noi, secondo la propria misura (estremamente modesta), si apre all’infinito. Ogni volta, l’infinito è quel che riceviamo e quel che ci manca, ciò di cui non possiamo non parlare, ma ciò che ancora ci condanna. Insomma, ogni testimone particolare è indispensabile a questa esperienza collettiva dell’infinito e deve nello stesso tempo ritenere necessaria l’esperienza degli altri. […]
M. de Certeau, da L’esperienza spirituale in Sulla mistica, Morcelliana 2010. A cura di Domenico Bosco.