Fascinazioni

Alfonso Gatto a cinquant’anni dalla morte (8 marzo 1976-2026)

 

Parole a un pubblico immaginario

Ho scritto la mia prima poesia a vent’anni in una stanza diroccata. Di là dalla finestra c’era il mare, pioveva dolcemente. Avevo visto per vent’anni le montagne chiudere il golfo e contro il cielo una casetta odorare del suo intonaco rosa che la pioggia le risvegliava. Tante sere io mi dicevo: «Dopo di me vivrà il mondo, chissà se altri guarderà questi colli e il mare col mio stesso sguardo e senza saperlo mi ricorderà».
Forse era amore questo desiderio di sopravvivenza. Forse era gloria. Forse era un viaggio di là dai monti – addio a mia madre, addio a me stesso rimasto bambino al balcone per salutarmi. Forse era morte – andare con l’ultima luce, rimpiangermi come io solo sapevo rimpiangermi. E donne, treni, quei tramonti così lunghi che tutte le case n’erano calde, significavano la vita che non dovevo toccare se m’era tutto dentro, avuta col sangue, con gli occhi, con la bocca che mi sorrideva.
Questa fu la poesia che mi si rivelò in quella stanza diroccata ov’io ero seduto: le parole che scrissi allora, poche, timide, ma come sospese nel silenzio che c’era intorno, mi sembrava che fossero proprio quelle con cui la sera voleva essere amata dal suo grande bambino. […]

 

*

 

AMORE

Nella sera armoniosa che rivela
favole calme e sogni al mio passato
l’amore così timido mi svela
desideri perduti, quasi il fiato

delle prime parole in cui si vela
idillio eterno il mondo immaginato.
O di silenzio calda già s’inciela
la rondine nel volo e l’incantato

fanciullo lascia a scorgere serena
la notte che all’oriente s’allontana.
E del mio cuore nulla saprò dire

ad altri mai, fu tenero ed in piena
di sua pietà travolto lasciò vana
memoria al tempo, un sogno di morire.

 

*

 

NON DARTI PACE

Non darti pace se non l’hai, grida
il grido da raggiungere nei gridi.
Sino all’ultimo rompi contro il vetro
della vetrina, spezza la tua luce.
Sferza l’inesprimibile che cade
nel suo frastuono, resterà il silenzio
del mondo fisso a questi gridi un giorno.

  

*

 

LE COSE

Un giorno busseranno ad ogni casa,
chi vive è già colpevole d’avere
la sua vita segreta. Scende il buio
della notte, si resta dietro ai vetri
ad aspettare come giunge il vasto
assurdo della quiete. È nelle cose
di sempre ferme al loro posto il nuovo
sguardo impietrito: l’angolo deserto
mette in salvo il fuggiasco o per lo scarto
gli affaccia la sua muta. Sembra un vano
delirio questo credere alle cose.

 

*

 

 IN QUELL’INVERNO

Dicevi: basterebbe restasse tra noi
il modo di chiamarci, il modo di tacere.
Dicevi: tornerà quest’ansia di stare insieme
in ascolto di noi come del vento,
passerà il bicchiere di mano in mano…

Ora la vita non ha più contento,
nel dividerci ognuno alla sua via
che lo porta lontano.

Non è rimasto nulla, la memoria
a volte accende il fuoco, chiama le ombre
a sedere, a tacere in quell’inverno.

 


A. Gatto, Tutte le poesie, Mondadori 2005. A cura di Silvio Ramat.

 

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