Esperienze

Un essere che trema, di Marco Ercolani. Nota di lettura a “Frammenti di nobili cose” di Massimo Morasso

 

«Dico, un/ amico che è lontano. Uno che/ poeta lo è stato per davvero –/ uno che anche adesso lo è,/ e lo resta per sempre.// Comprendimi. Non intendo/ un cembalo squillante/ come tanti, ma un uomo/ simile a una foglia/ quando il vento l’incalza,//un essere che trema/ perché è vivo,/ e quando trema e si raccoglie/ parla, perché è bello –/ perché, fra noi, chi deve farlo, fa così».

Massimo Morasso, in questa poesia dedicata al poeta italiano più tragico di fine Novecento, Mario Benedetti, e che appartiene al suo ultimo libro Frammenti di nobili cose (Passigli, 2023), rende percettibile un tremore interno dell’uomo non più occultato dalle densità speculative del linguaggio. Questa confessione-evocazione di “un essere che trema”, è l’attenzione poetica che incrocia emozione e pensiero nel ricordo di un poeta essenziale come Benedetti, “dalle povere parole/ risorte come da un abisso”.

Frammenti di nobili cose è, al momento, l’ultima tappa di un percorso poetico costruito come progetto di una nuova percezione delle cose. Imparare a vedere costruisce una seconda vista che ci rende dei medium percettivi, scavando nell’alterità del linguaggio un io poetico distinto dall’ego. Se nel ciclo poetico denominato Il portavoce – che include La leggenda della Primavera (L’Obliquo 1997-2012), Viatico (Raffaelli, 2010) e La caccia spirituale (Jaca Book, 2012) – il poeta aveva espresso la propria identità attraverso una voce plurale, altra da sé, in Frammenti di nobili cose si modella una ulteriore ricerca di identità. Nel testo che apre la raccolta il poeta afferma:

«Per anni, in cerca di sollievo,/ ho tratto dai ricordi le parole,/ma adesso il mio paesaggio si è invertito.// Ora ho levato/ il mondo e/ vivo solo negli anfratti/ meno esposti del reale:/ sono una nostalgia celeste/ ardentemente arresa al suo delirio».

Il libro è diviso in cinque sezioni: la prima si intitola Geopatia e allude alla «sofferenza sulla terra»; Nel sapere della distanzaDiarietto Metafisico, Didascalie e discanti  indagano l’allontanamento dalla materia. La sezione conclusiva, Spine, è un poemetto d’occasione, scritto «per Spinarium, una mostra dell’artista Roberto Pietrosanti che si è tenuta a Roma nel 2018».

Il libro è scavato nel ritmo del frammento, con versi liberi, fluidi, epigrammatici, e costanti  evocazioni di autori classici e contemporanei, da Novalis a Rilke, da Yeats a Celan, da Cristina Campo a Mario Luzi, da Giorgio Caproni (“quell’uomo orecchio/ assoluto e finissimo (a) teologo/ per il quale cosa importa/ se Dio esiste davvero oppure no») a Eugenio Montale («Spesso/ mi è capitato di incontrare/ il bene di vivere»).

Se partiamo da questo capovolgimento del “male di vivere” montaliano, notiamo come Morasso scolpisca il suo lessico non dentro una usurata angoscia esistenziale ma all’interno di un mondo trascendente che accetta l’utopia del divino come una grazia, un “infinito” di leopardiana memoria a cui la sua parola, verticale, ricca di pathos, radicata nelle molteplicità del finito, tende sempre: «In principio fu la Parola / e, per sua grazia, i mondi generati: / la realtà». Realtà mai sola materia, perché abitata da un soffio vitale che  «spira». La poesia, nell’accezione dantesca, è dar voce a “un fiato”, a “l’Amor che ditta dentro”:

«Il vento che mi detta/ soffia, stamattina, ricordandomi:/ per me tu parli, per me tu susciti i significati/ e unifichi le cose alle parole/ sposandole nei nomi./ Il refolo che soffia/ al mio risveglio ha sussurrato:/ per me tu insegui il vero,/ la luce del tuo fuoco,/ la tua chiarezza oscura, solo tua,/ di te che incontri un tu/ nella semenza provvida, del Bene». […]

 

 

Morasso, interrogando il mistero che abita fuori e dentro di noi, difende una funzione sacrale della poesia e della letteratura dove ciò che urge è la possibilità del mistero: «m’imbatto nei nomi come in un miracolo,/ li assemblo tra i segni in cui mi riconosco/ e sillabo, sgranando in una riga/ a mezza altezza, terra e cielo,/ poesia non è, dove non c’è mistero…».

Afferma  il poeta: «In un certo senso tutto è mistero per me. La mia mente non si è mai appagata della natura fisica della realtà. Ogni cosa, io la intuisco in quanto parte di un mistero più grande, e la sento rispondere a una dinamica generativa che affonda nel mistero». Una dinamica esatta, fondante: «Costruire un fortino contro il nulla/ (di terra e di polvere di fumo e d’ombra)/ desiderando un altro desiderio/ per non finire languidi e stagnanti/ tristi bramosi senza oggetto e scopo». Qui il poeta ci mostra – non ci spiega – una delle fondamentali ragioni del suo essere poeta: scrivere “desiderando un altro desiderio”. Ogni artista esorcizza il dissolvimento dell’umano con la costruzione di un sogno: tutti, in questo senso, lavorano a un progetto comune. Ma il sogno di Morasso non è lineare: affonda nel multiverso del suo pensiero complesso, errabondo, rizomatico. Si può perdere la vita, costruendo il fortino, ma non per soddisfare il proprio desiderio bensì per trovarne un altro, siderale, alieno, remoto nello spazio e nel tempo, intriso di eros reale e metafisico, una galassia dove le stelle sono mille ferite. Il languore stagnante, “senza oggetto e scopo”, è il paesaggio visibile: il vero oggetto, il vero scopo, ciò che giustifica la costruzione del fortino “di terra e di polvere, di fumo e d’ombra” contro il nulla, è l’ostinata caccia al paesaggio poetico – plurale, allegorico, visibile e invisibile – ovunque esso si annidi. La poesia è un agguato che coglie alle spalle – uno shock emotivo, estatico, malinconico, mai triste, che ci ammutolisce e che mai potremo guardare in piena luce, come la verità.

Nel suo zibaldone critico Il mondo senza Benjamin (2014) Morasso scrive: «L’esistenza demonica, la tendenza irrefrenabile ad andare oltre se stessi, ad affermarsi senza sosta nel terrore e nell’estasi, va considerata anche al di fuori della psicosi. Ma tutto, in alcuni, poeti o non poeti, artisti o non artisti, accade come se il demonico, che nell’uomo ordinario è come represso o sedato, all’inizio, almeno, di certe malattie riuscisse a saltar fuori, ad aprirsi un suo luogo d’elezione. E questo è conseguenza, occorre precisarlo, non di una malattia nello spirito, che negli artisti come in chiunque appare estraneo all’opposizione tra salute e malattia, ma del processo stesso della malattia, che dà l’occasione, per dir così, dell’apertura di quel varco. Per esprimermi in similitudine, in certi malati mentali è come se l’anima, abbandonata a un brivido metafisico che non è dato a tutti di conoscere, mostrasse all’improvviso la propria profondità per poi, disabitata dalle forze, cadere in rovina e trasformarsi in caos». Ma non è in questo caos che il poeta sprofonda: al contrario, il caos lo espone. Per Massimo il poeta non deve limitarsi a comporre dei versi ma esprimere l“intra-vedere” il sovrasenso del vivente nell’intelligenza della forma poetica. La “Cosa chiamata poesia” (Ortèn) è ancora tutta da esplorare. Nel suo penultimo libro, L’opera in rosso (Passigli, 2016), scrive:

«Vivendo/ vivendo e scrivendo/ fin da piccolo io/ sospeso a mezza via/ nel puro spazio fra parole/ e cose,/ ad occultarmi dentro un’anima/ ingabbiata, sì,/ ma vigile, ma dedita al suo fine./ Il mio,/ o non piuttosto/ il suo?».

Questa domanda è feconda di futuro, di fatalità. Tornando alle riflessioni su Giorgio Caproni, in Frammenti di nobili cose, Morasso scrive: «Fatalità della poesia. E del Dio – amisso/ o non amisso ch’Egli sia (o non sia)». Il senso da seguire è quello, simbolico, della fede poetica nell’anima che si va plasmando nella sua “pazzia d’amore”. Per lei, Massimo parla e sfida il silenzio. Non conta come il poeta dica questo amore: conta che lasci a noi lettori lo spazio per nutrire la nostra cavalcantiana animula vagula blandula. In fondo, come scrive José Ortega y Gasset: «A che pro scrivere, se questa fin troppo facile azione di spingere una penna su un foglio non è resa rischiosa come una corrida e se non affrontiamo argomenti che siano insieme pericolosi, agili e bicorni?». La pagina del poeta non è mai cristallina: è sporca, macchiata, o trasparente, è foglio che convoca sempre le stesse ma altre poesie, scritte da un uomo folle e sapiente che vede nel limite e nell’illimite, non smettendo di giocare con il senso e con l’opposto del senso, estatico e ignaro. Il futuro è aperto, imprevedibile: «È su che si radica/ ogni forma di vita/ stellare l’osserviamo/ con milioni di anni di ritardo/ da quest’inerme geografia/ di terre e d’acque pullulanti/ nel fuoco dell’Origine/ che spinge il Tutto e ogni sua parte/ di galassia in galassia/ muovendoli espandendoli/ nessuno sa verso cosa o chi/ e il sapere è il non sapere/ una gioia tragica».

 

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