Lautréamont, I Canti di Maldoror, Einaudi 2025
CANTO QUARTO
[1] È uomo, pietra, o albero, che va a cominciare il quarto canto. Quando il piede scivola su una rana, si è assaliti da una sensazione di disgusto; ma quand’è la mano che sfiora appena il corpo umano, allora la pelle delle dita si spacca, come i frammenti d’un blocco di mica preso a martellate; e, al pari del cuore d’uno squalo, morto da più di un’ora, ancora ansante, sul ponte, con una strenua vitalità, così le nostre budella si rivoltano da cima a fondo, lungamente dopo quel contatto. A tal punto l’uomo detesta il proprio simile! Può darsi che, nel dire ciò, io mi sbagli; e, forse, no. Conosco, concepisco un male più temibile dell’occhio sopraffatto da dilemmi neri sull’eccentrica natura umana: ma brancolo ancora… senza riuscire a trovarlo! Non credo d’essere meno intelligente d’un altro, e, tuttavia, chi oserebbe affermare che ho portato a effetto i miei indagamenti? Quale fandonia gli uscirebbe da bocca! L’antico tempio di Dendera è a un’ora e mezza di cammino dalla sponda sinistra del Nilo. Oggi, schiere innumere di vespe hanno asservito rigagni ed erte scoscese. Volitano attorno alle colonne, come i ricci fluenti d’una chioma nera. Uniche abitatrici del gelido portico, presiedono all’entrata dei vestiboli, come per un privilegio acquisito. Il frullio delle loro ali metalliche s’aduna all’incessante stridio dei banchi, finiti uno contro l’altro, durante lo scioglimento dei ghiacci polari. Ma se penso alla condotta di colui al quale la provvidenza diede l’imperio su questa terra, ai tre apici del mio dolore fa eco un più grande strepito! Allorché una cometa, durante la notte, appare di colpo in un settore del cielo, dopo ottant’anni d’assenza, mostra agli abitanti della terra e ai grilli la sua viva ed evanescente scia. Senza dubbio, smemora il suo lungo peregrinare; non è così per me: accorre al mio capezzale, mentre le frastagliature d’un orizzonte nudo e cupo riprendon vigore nei recessi della mia anima, m’immergo in sogni misericordiosi e mi vergogno dell’uomo! Piegato in due da borea, il marinaio, dopo aver fatto il suo quarto di notte, s’affretta a riguadagnare la sua amaca: perché un simile sollievo a me non è dato? […]
Dal Canto quarto
La lettura di Maldoror è una vertigine. Questa vertigine sembra l’effetto di un’accelerazione del movimento tale che l’ambiente di fuoco, al centro del quale ci si trova, dà l’impressione di un vuoto fiammeggiante o di una inerte, oscura pienezza. A volte ci si vede in seno a una coscienza sarcastica estremamente attiva e che non è in alcun modo possibile cogliere in fallo. A volte questa prontezza onnipresente, questo turbinio di singoli bagliori, questa tempesta gravida di senso, non dà più del tutto l’idea di uno spirito, ma di un istinto greve, cieco, di una cosa compatta, di quella tenace pesantezza propria dei corpi in decomposizione e delle sostanze colte dalla morte. Queste due impressioni si sovrappongono, agiscono necessariamente insieme. Fanno del lettore un’ebbrezza che corre verso la sua caduta e un’inerzia pronta a impantanarsi. Come potrebbe avere, in queste condizioni, desiderio e modo di riprendere il proprio equilibrio per vedere dove sta cadendo? Procede e sprofonda. È questo il suo commento.
Dalla prefazione di Maurice Blanchot
I Canti di Maldoror del sedicente conte di Lautréamont – nato col nome di Isidore Ducasse a Montevideo nel 1846 da genitori francesi, e morto a soli 24 anni a Parigi in circostanze misteriose, come fu la sua vita – sono un grande poema dell’inconscio, pieno di ferocia, idee morbose e deliri, un vorticoso racconto demoniaco, smodato e ironico, in cui si susseguono sanguinose atrocità, sadiche efferatezze e crudeli trasgressioni delle norme sociali dell’epoca. Una delle imprese letterarie più radicali dell’Ottocento.
Blasfemi, erotici, a tratti grotteschi, questi Canti allucinati catturarono l’immaginazione di diversi artisti e scrittori: Modigliani, Verlaine, Gide, Breton… E non sorprende che i primi ad apprezzare questo libro eccessivo e sconvolgente furono proprio i surrealisti. Come disse il loro capofila: «Tutti i pensieri e le azioni più audaci che si compiranno nei secoli, hanno trovato qui una formulazione preliminare nella loro legge magica».
Con questa raffinata versione del poema, singolarissima e allo stesso tempo intimamente fedele, Luca Salvatore ha vinto il Premio «Città di Monselice» per la traduzione letteraria.
Dalla quarta di copertina
Lautréamont, I canti di Maldoror, Einaudi 2025. Traduzione italiana a cura di Luca Salvatore. Prefazione di Maurice Blanchot. Testo francese a fronte.
Lautréamont (o meglio “Conte di Lautréamont”) è lo pseudonimo con il quale Isidore Lucien Ducasse (Montevideo, 4 aprile 1846 – Parigi, 24 novembre 1870) si impose come una delle voci più originali della poesia francese. Figlio di un funzionario dell’ambasciata francese a Montevideo, diede alle stampe nel 1869, già sotto pseudonimo, I canti di Maldoror. L’editore, A. Lacroix, ritenne tuttavia il libro di eccessiva violenza espressiva e decise di non metterlo in vendita. Una mattina di novembre del 1870, il ventiquattrenne Lautréamont fu trovato morto nel proprio letto d’albergo. Faro dei “poeti maledetti”, la sua opera fu a lungo ignorata e finalmente valorizzata dai surrealisti che lo consideravano un loro predecessore.