Fascinazioni

Carlo Levi

 

[…] Ecco: i due veri partiti che, come direbbero nel Mezzogiorno, si lottano, le due civiltà che stanno di fronte, le due Italie, sono quella dei Contadini e quella dei Luigini. […]

“[…] Ebbene: chi sono i Contadini? Sono prima di tutto i contadini: quelli del Sud, e anche quelli del Nord: quasi tutti; con la loro civiltà fuori del tempo e della storia, con la loro aderenza alle cose […] È un altro mondo: il mondo della magia e della indistinzione, la civiltà della tradizione orale, della lingua fondata, anziché sugli ideogrammi, sugli ideofonemi: è l’oscuro fondo vitale di ciascuno di noi. […] E poi ci sono gli industriali, gli imprenditori, i tecnici: […] non quelli che vivono di protezioni, di sussidi, di colpi di borsa, di mance governative, di furti, […] Gli altri, quelli che sanno creare una fabbrica, quel poco di borghesia attiva e moderna che, malgrado tutto, c’è ancora nel nostro paese, per quanto possa sembrare un anacronismo. E anche gli agrari, magari i grossi proprietari di terre, ma quelli che sanno dirigere una bonifica, ridare una faccia alla terra abbandonata e degenerata. […] E gli operai, non quelli corrotti e alleati senza saperlo dei loro padroni in difesa di un povero interesse di sezione, non quelli che non sai se più compiangere come sfruttati o più disprezzare come infimi sfruttatori, ma tutti gli altri, la grande massa operaia abituata all’ordine creativo della fabbrica, alla disciplina volontaria, al valore che sta nelle cose. Non importa come la pensino, in quale partito siano organizzati: sono Contadini anche loro, e non solo perché vengono in gran parte dalla campagna; ma perché, su un altro piano, hanno la stessa sostanza: la natura per loro non è più la terra, ma sono torni, frese, magli, presse, trapani, forni, macchine; con questa natura di ferro, sono a contatto diretto, e ne fanno nascere le cose, e la speranza e la disperazione, e una visione mitologica del mondo. Sono Contadini tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano. Sono Contadini anche gli artigiani, i medici, i matematici, i pittori, le donne, quelle vere non quelle finte. Infine, se permettete, siamo Contadini noi: […] quelli che si usano chiamare, con una parola odiosa, gli «intellettuali», […] 

[…] E i Luigini, chi sono? Sono gli altri. La grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi d’inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano. Sono la folla dei burocrati, degli statali, dei bancari, degli impiegati di concetto, dei militari, dei magistrati, degli avvocati, dei poliziotti, dei laureati, dei procaccianti, degli studenti, dei parassiti. Ecco i Luigini. Anche i preti, naturalmente, per quanto ne conosca molti che credono a quello che dicono, […] E anche gli industriali e commercianti che si reggono sui miliardi dello Stato, e anche gli operai che stanno con loro, e anche gli agrari e i contadini della stessa specie. […] Poi ci sono i politicanti, gli organizzatori di tutte le tendenze e qualità, […]. Ce li metto tutti: comunisti, socialisti, repubblicani, democristiani, azionisti, liberali, qualunquisti, neofascisti, di destra e di sinistra, rivoluzionari o conservatori o reazionari che siano o pretendano di essere. E aggiungete infine, per completare il quadro, i letterati, gli eterni letterati dell’eterna Arcadia, […] Perché, badate, i Luigini sono la maggioranza. […] Sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. […] perché ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. […] I Luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l’esercito, la Giustizia e le parole. I Contadini non hanno niente di tutto questo: non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni. Sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui”. […]

[…] La verità è che la forma stessa dei nostri partiti è luigina, la tecnica della lotta politica e la struttura del nostro Stato sono luigine: perché un movimento contadino viva, deve trovare le sue forme e i suoi organismi originali. Non avete mai pensato su quale principio si fonda il nostro Stato? Non avete mai riflettuto alla sua straordinaria originalità? Al vero primato morale e civile degli Italiani? […] Si usa dire che ci sono oggi due sole strade, due soli principi su cui costruire lo Stato e la Società: quello russo e quello americano. Ebbene, ce n’è un terzo, del tutto diverso, e ugualmente importante, ed è quello italiano. La via americana sarebbe, dicono, quella della Libertà, la via russa quella della Giustizia: ma la via italiana è un’altra, è quella della Carità. Credete proprio che la Carità, che è una virtù cardinale, sia da meno di quelle? Il nostro Stato è fondato sulla Carità, è uno Stato di Carità. Naturalmente, questa Carità statale, ha certi suoi caratteri speciali: è una carità che si rivolge a se stessa, che riguarda anzitutto e unicamente i componenti dello Stato che su di essa si fonda. Lo Stato è l’incarnazione della Carità, e il suo dispensatore: e la sparge sui propri membri, sui funzionari, sui parenti, sugli amici, su coloro che direttamente o indirettamente ne vivono. […] Qualcuno deve pagare le spese della pubblica carità, le spese di Stato: e questi sono coloro che dello Stato non fanno parte: i Contadini. Non c’è da ingrassar molto neanche per gli altri: il nostro è un paese povero, e i Luigini sono tanti! Ma ci si contenta. Il sistema è vecchio: è ancora quello borbonico; ma perfezionato col tempo, e finalmente, con il fascismo, reso legale e pienamente giuridico. Noi pensavamo di capovolgerlo, ma non ci siamo riusciti: e ora, alla Carità laica dello Stato italiano, stiamo per aggiungere l’ultimo tocco: il crisma della Carità cristiana. Così l’opera sarà perfetta, e il nostro primato incontestabile. Dentro a questo Stato di Carità luiginesca, con i suoi riti, le sue formule, il suo diritto e i suoi interessi consolidati, figuratevi che cosa poteva succedere degli organismi socialisti: il luiginismo vi si spande e propaga come un tumore maligno. Perciò il socialismo non si rinnova, è restato a un secolo fa, e guarda indietro, ogni volta che fa uno sforzo per proseguire, con così toccante e retorica nostalgia. Mettere insieme le forze contadine, non me lo nascondo, è difficilissimo; e la storia ce lo insegna. Non si può farlo dentro ai partiti o con dei partiti, che sono luigini per definizione, e meno ancora con la sfiducia luiginesca nei partiti: è anche difficile farlo per la scarsa capacità di esprimersi e di intendersi dei vari elementi contadini. Bisogna pensare a un’infinità di organizzazioni autonome, che si occupino di problemi veri, quelli che non si usa chiamare politici, e che sono poi la sola politica reale, legate insieme da un’organizzazione comune, che sia quella che parla in nome di tutti. È una impresa quasi impossibile, ma verrà presto il giorno che bisognerà mettercisi. […]

 


C. Levi, L’Orologio, Einaudi 2015. Introduzione di Mattia Acetoso. Prima edizione pubblicata nel 1950.

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