Testo e silenzio, di Antonio Devicienti
Avviare il testo abbandonandosi senza remore al pensiero che “sto scrivendo (penna su carta) questo testo ed è gioia”.
Seguire il minimo curvare della punta della penna, il ritmo dello scrivere, i lievissimi stacchi per avviare la parola successiva.
È per apparente paradosso che da subito si dischiude il più fedele sodale del testo – ed esso è il silenzio.
Solo il suo accoglimento nel silenzio può far respirare il testo disvelandone allusioni e rimandi, intermessure e chiaroscuri.
Come si chiude il Canto della terra di Gustav Mahler sul reiterato “ewig”, suono-sguardo che si slancia oltre il limite apparente delle cose, così il testo (definitivamente affidandosi al silenzio) si getta oltre sé stesso.