Esperienze

Su “Io, cavallo” di Albane Gellé. Traduzione di Lucetta Frisa. Nota di Francesca Marica

 

Albane Gellé è poco conosciuta in Italia. 
In Francia è invece una poeta, scrittrice, saggista, organizzatrice di eventi culturali piuttosto nota e amata, con una lunga lista di pubblicazioni di valore alle spalle. 
Questa mia nota si propone di approfondire Io, cavallo uscito per le Edizioni Joker, I libri dell’Arca, collana Isola delle Voci, a cura di Lucetta Frisa nel maggio 2025. 
Il libro raccoglie in poco più di novanta pagine due lavori della poeta francese, Je, cheval del 2007 e Cheval, chevaux del 2022, entrambi pubblicati in Francia per le Éditions Jacques Brémond ed entrambi tradotti per la prima volta in italiano e quindi totalmente inediti per i lettori di casa nostra.
La traduzione della curatrice Frisa, a sua volta stimata e apprezzata poeta e scrittrice, si dimostra colta, attenta e ricca di sfumature rivelandosi un importante valore aggiunto.
Frisa ha lavorato con millimetrica precisione sul registro linguistico della poeta francese e anche sul sottotesto culturale delle sue opere mantenendo lo stesso impatto emotivo dei testi originari.
Il titolo scelto per la pubblicazione italiana è identico a quello del libro uscito nel 2007 in Francia e immediatamente denuncia il senso dell’operazione complessiva: Gellé, è legata a doppio filo ai cavalli, ha dedicato gran parte della propria vita e della propria produzione letteraria ai cavalli e a riprova del suo amore e della sua dedizione a loro ha fondato l’associazione Petits chevaux et compagnie per promuovere il legame terapeutico tra uomo e cavallo occupandosene attivamente affiancando in tal modo all’attività di poeta quella di educatrice ergoterapica.
Il libro italiano, fedele ai due lavori d’oltralpe, si compone di brevi talvolta brevissime prose.
Com’è è già stato criticamente osservato, i testi non hanno nulla di pittoresco, esoterico o simbolico, il cavallo viene presentato come una figura viva, reale e intima. E ciò non deve stupire dal momento che nell’opera di Albane Gellé la poesia non è un’attività di osservazione contemplativa o di sovrasignificazione del dato di realtà ma diventa piuttosto un tentativo di fusione e comprensione del mondo.

I due libri tradotti e raccolti nel volume italiano pur essendo significativamente in relazione tra loro presentano tuttavia alcune caratteristiche linguistiche e stilistiche differenti che ne suggeriscono, almeno per la mia sensibilità, una lettura e interpretazione distinte.
Con il libro del 2007, che costituisce la prima sezione del volume italiano, Gellé firma una raccolta di rara intensità, in cui il titolo stesso, Je, cheval, annuncia una possibile rivoluzione: la cancellazione del confine tra mondo umano e mondo animale.
La scelta di accostare il pronome personale Io al sostantivo Cavallo, senza alcun verbo di collegamento, rappresenta già di per sé una piccola rivoluzione e non solo sintattica.
Gellé non dice Io sono un cavallo, Gellé diventa un cavallo.
È questa una poesia dell’empatia assoluta, un’esplorazione dell’alterità in cui il corpo della donna e quello dell’animale si fondono e confondono continuamente: il respiro, lo zoccolo, la criniera, il sudore e la paura diventano esperienze condivise e comuni.
Emblematici in questo senso i versi a pagina 6, Non solo nella testa io sono un cavallo. Lo sono sotto i piedi, anche nella terra e sul dorso, negli incavi e su, su fino alla nuca, alle orecchie, fino in fondo. E ancora nella pagina successiva, Dentro la parola cavallo. I movimenti, la muscolatura, nel galoppo, quel calore sotto di me. Quando tutto si compone è insieme riunito, per dare vita a quel cavallo a due teste che siamo noi.
Dal punto di vista stilistico, Albane Gellé rifiuta ogni forma di lirismo e idealizzazione romantica dell’animale. I testi, tutti di poche righe, mostrano una lingua cruda, sincopata e ritmata, come lo sono il passo, il trotto e il galoppo dell’animale.
Ci troviamo di fronte a una lingua scarna, essenziale, terrestre, incollata alla materialità del mondo.
Tutte le brevissime prose funzionano come istantanee di senso riuscendo a catturare la vulnerabilità dell’uomo e quella dell’animale, e così a pagina 20 leggiamo, Un rumore qualunque, forse degli uomini o delle loro macchine, la paura sorprende e si propaga da un corpo all’altro. Al ritorno rassicurarsi che il cavallo ci sia, l’inquietudine è animale.
Al cuore del libro risiede una tensione universale tra la libertà selvaggia a cui l’animale anela e l’addestramento a cui l’uomo lo sottopone. Essere cavallo significa infatti fare l’esperienza del morso, della sella, della volontà altrui.
Così a pagina 32 la poeta ci ricorda, Cavallo! – bambino incollato al suo tiro per la stagione delle morsicature. Fino a quando la tolleranza di un uomo?.
Ecco allora, un altro piano di lettura. Attraverso la figura del cavallo, Albane Gellé allude implicitamente alla stessa condizione umana dove gli slanci e i desideri di libertà vengono costantemente tenuti a freno, quanto non apertamente boicottati, dalle costrizioni sociali o relazionali.
Anche gli uomini sono soggetti a gioghi e morsicature secondo uno schema di soprusi e prevaricazioni che la storia ciclicamente ripropone.
In Je, cheval, siamo dunque di fronte alla storia di un corpo che impara a tacere per ascoltare, siamo di fronte a un dialogo muto tra uomo e cavallo, un dialogo in cui l’istinto sostituisce la parola.
A pagina 19 a tale proposito si legge, (…) Il cavallo e il suo cavaliere. Senza tirare, le mani si raccolgono in un ritorno-atterraggio. Gli occhi davanti conducono il corpo, mentre le due andature dolcemente ricominciano a comunicare.
Gellé riesce in questo libro nell’impresa di decentrare lo sguardo umano ricordandoci senza alcuna retorica o moralismo che, sotto la patina e l’ipocrisia della civiltà, noi umani condividiamo con l’animale non solo esperienze e sentimenti ma anche una stessa comunione di destino.

In Cheval, chevaux (Cavallo, cavalli), pubblicato In Francia nel 2022 con una prefazione del giornalista e scrittore Jérôme Garcin, il cavallo è ancora una volta il nucleo attorno a cui ruota l’intera narrazione. Nel volume italiano questo libro occupa l’intera seconda sezione.
Come già accaduto con Je, cheval il cavallo smette di essere solo un mammifero per diventare il baricentro emotivo ed etico della scrittura.
La poesia di Gellé si sviluppa come un corpo a corpo verbale tra uomo e animale, corpo a corpo in cui l’animale appare il depositario di una purezza primordiale che l’essere umano sembra ormai aver irrimediabilmente smarrito. ​Così a pagina 48 leggiamo, Cavallo, cavalli, siete voi fratelli degli elefanti e delle balene, di chi cura e insegna, degni e retti. Accettando di essere uccisi dai grandi ignoranti dall’anima triste e perduta.
Il legame tra la poeta e il cavallo è ancora una volta di profonda identificazione, alla base di questa identificazione c’è il tentativo radicale di spogliarsi dell’egocentrismo e della vanità umane per adottare lo sguardo, il respiro e l’andatura dell’animale.
A differenza del libro del 2007, uno dei temi portanti della raccolta del 2022 è però la colpa.
Albane Gellé scrive testi che risuonano come una richiesta di perdono a nome dell’umanità.
Le prose sono qui più articolate di quelle scritte e pubblicate del 2007 e ripercorrono, con delicatezza ma senza sconti, tutto ciò che l’uomo ha inflitto e continua a infliggere ai cavalli.
Ritornano come nuclei tematici: la violenza delle guerre (tema già esplorato dalla poeta francese, in Chevaux de guerre del 2017), la sottomissione fisica dell’animale all’uomo, il suo confinamento e isolamento ma anche il suo sfruttamento e l’addomesticamento forzato.
La poesia cerca di presentarsi come un atto di riparazione collettiva, un tentativo di restituire al cavallo la dignità e lo spazio selvaggio che la storia e l’uomo gli hanno crudelmente sottratto.
Come non citare dunque i versi a pagina 53?
Cavallo cavalli perdonateci l’imperdonabile, la nostra incoscienza, la nostra cieca e testarda ostinazione a ripetere risolutamente gli stessi drammi, a riprodurre i massacri, le gesta, i pensieri. Perdonateci di essere capaci di operare il meglio mentre facciamo il peggio. Perdonateci di voler cambiare il mondo senza cominciare dal nostro, quello interno. Perdonateci di non voler tener conto dell’invisibile, là tutto intorno al visibile.
Dal punto di vista linguistico e stilistico appare condivisibile quanto scritto da Jérôme Garcin su Le Nouvel Obs, la scrittura di Gellé si presenta come una poesia muscolare, tesa, soffiata.
I testi si rivolgono quasi sempre direttamente all’animale a mo’ di invocazione e non seguono una metrica rigida. Imitando il passo, il trotto e il galoppo dell’animale conferiscono alla pagina una struttura visiva e ritmica efficace: le parole corrono libere, spesso prive di punteggiatura, lasciando che sia il flusso del respiro a dettare il tempo e il senso.
Lo stile è privo di barocchismi o intellettualismi. Gellé usa sempre parole concrete, terrose, sensoriali. Scrive del manto degli animali, dei loro zoccoli, del loro sudore, della polvere e della paura e di come emozioni e sguardi animali e umani sfumino entro gli stessi confini. A pagina 78, attraverso un richiamo a Géricault, Gellé scrive, (…) Avrete già capito, signor pittore cavaliere che siete tanto presto caduto di sella, che i nostri cari cavalli sono lo specchio della nostra psiche equivoca, riflettono anche le nostre anime e la loro luce, all’infinito.

A lungo si potrebbe continuare a scrivere di questi testi potenti e rivelatori dove la poesia si trasforma in un rito di ascolto e di denuncia. Particolarmente azzeccata e felice appare la scelta italiana di riunire i due lavori all’interno di un’unica raccolta. La scelta consente di cogliere con maggior acume e pregnanza l’originalità della poeta francese che come ricordato in esordio non ha finora incontrato alcun riconoscimento o fortuna in Italia e sotto tale profilo grande merito va riconosciuto alla traduttrice e curatrice di collana, Lucetta Frisa, da decenni impegnata a valorizzare con squisita eleganza e perseveranza voci critiche e poetiche contemporanee con particolare attenzione all’area di lingua francese.
Ma al lettore attento non potrà poi sfuggire certamente che i lavori così riuniti e tradotti possano a tutti gli effetti andare a formare un’unica opera di ecopoesia e di profonda empatia animale.
Albane Gellé non scrive di cavalli ma con i cavalli, per i cavalli.
Gellé ci insegna che l’animale diventa il vero maestro di presenza nel mondo e la poesia l’unico linguaggio possibile per tentare di ricucire l’antico patto violato e vilipeso tra società civile e natura.

A seguire una selezione di testi tratti da Io, cavallo di Albane Gellé (Edizioni Joker, I libri dell’Arca, collana Isola delle Voci, 2025). Traduzione e cura di Lucetta Frisa.

  

  

Da Je, cheval

 

Io, io cavallo, l’animale vivo, il corpo, il selvaggio. Io, nel cavallo come nella scrittura. Assieme all’indomabilità, l’equilibrio, l’ignoto, il mai compreso. L’attenzione estrema verso il mondo. Tra panico ed esultanza. Ciò che in me è cavallo. Preda fuga solitudine gregge. Ciò che in me resiste si ostina e rischia. Ciò che in me se ne va per riunirsi dopo.

Se sono a cavallo sono di colpo nel cuore delle cose, senza impacci, intera. Sbarazzata degli ostacoli secondari, dei nodi sterili. Nel vivo del soggetto. Mi raggiungo, in un’estrema presenza a ciò che mi circonda. Nuda.

 

*

 

Ci sono dei leoni negli occhi del cavallo, nella solitudine del suo corpo di zebra. Non è l’uomo che lo rassicura realmente, anche solo per un attimo, perché cavallo è solitudine. E allo stesso tempo inseparabile da un altro nel prato. Quasi infantile, simile a un asino.

 

*

 

Che furia nel partire di colpo quando il cavallo, davanti, galoppa. Aperti sulla lontananza, i suoi occhi si gettano in quali braccia, in quale grembo.

 

*

 

Un pollo nella pancia, la mucca vigile come il guardiano del faro. Nessun problema a toccare, non si sa dove e in che modo, le carezze restano sotto sorveglianza ancora per qualche mese. Peccato per l’uomo che avrebbe voluto essere testimone di tutte le cose importanti. Dormirà indubbiamente, la notte che vedrà barcollare nell’erba quattro zampe di giraffa. Il giorno dopo, fiera e possessiva: la cavalla.

 

*

 

Le parole nella bocca di un cavallo non sono necessarie per comunicare allo steccato che si è in attesa di un uomo, per un abbraccio o per del pane duro. Tutto è ritto in piedi fino alle orecchie, immobili per un attimo. Poi le gambe, come assalite dalle formiche, danzano. Non tocca il filo, il corpo intero portato davanti.

 

  

Da Cheval, chevaux

  

Prima di questa nostra epoca, cavallo, cavalli, tremilacinquecento anni, voi i selvaggi, gli indocili, nutriti infine per essere domati, protetti per essere conservati, riprodotti per essere incrociati, selezionati per essere modificati, infine montati, attaccati, per essere diretti e sfruttati, cavallo, cavalli, avete liberato i nostri schiavi umani. La nostra insaziabile sete di dominio ha avuto ragione delle vostre ricalcitranti ostinazioni. Eccovi addomesticati. Divenuti del tutto dipendenti.

  

*

  

Cavalli, senza parlare ho amato le vostre presenze e le vostre passeggiate, il vostro silenzio e il vostro odore, il vostro modo di non essere qui adesso.
Ho voluto fare e avere, troppo e troppo in fretta, in un disordine un po’ vibrante di tenerezza e impazienza, ho voluto salvarvi io che mi trovavo affondata nelle ferite ancora vive.
Cavalli, credo di cominciare a capirvi e a vedervi, continuando ad amarvi.

 

*

  

Cavallo, cavalli dai vostri secoli insieme a noi: ormai raramente nudi, senza ferramenta, né cuoio, né equipaggiamenti vari. Si è iniziato con delle corde, e dopo il morso e poi la sella. Per non parlare delle armature belliche, gravose tonnellate sulle vostre schiene, teste, inchiodature Si è rifinito, aggiunto, moltiplicando le imbrigliature, allo scopo di muscolarizzare, ammorbidire, drizzarvi, reni da briglia, gole a puleggia, elastiche, martingale, tappeti di selle, proteggi-nuca, coprischiena, coperte, scaldamuscoli, campane, parastinchi, salvapastura e altro? intere pagine di cataloghi, cavallo cavalli spazzolati, strigliati, tosati, oleati, bardati, preparati, criniere tagliate, intrecciate, attaccate. E se si levasse tutto, tutto o quasi, uno slancio verso la libertà, la leggerezza! Si conserverebbero le nostre voci le nostre mani, e poi i vostri bei mantelli d’orso, per quando fa freddo.

  

*

  

Cavallo cavalli da dove venite, da qui vicino o da molto lontano, importa poco lo spazio-tempo ed è lo stesso all’interno, già sapete cosa si cerca nel corso degli anni, voi pazientate infinitamente, lasciandovi insegnare mille tecniche e spostamenti, permettendovi di chiudervi dentro le casse, delle categorie, dei boxes, dei blocchi di partenza, degli ippodromi e delle carriere, accettando di diventare grandi sportivi, battendo records, superando le nostre speranze. Sì, voi superate tutte le nostre speranze.

  

*

  

Cavallo cavalli, voi risvegliate il bambino nascosto nel cavo del cuore di colei o di colui che è cresciuto, voi risvegliate l’anima dimenticata del bambino muto e malandato, svegliate il corpo dolente invecchiato troppo presto, ridestate la gioia sepolta e ricoperta dai nostri talenti a recitare drammi e dolori senza fine, risvegliate la gioia, quella senza oggetto né condizione, voi risvegliate la mia gioia.

  

*

  

Cavallo, cavalli con balzane, piccole o grandi, ricamate o bordate di ermellino, con un inizio di balzana, solo una traccia, o senza, cavallo, cavalli con una lista, una stella, un gomitolo, smussature, con e senza marca, cavalli dalle ginocchia vuote, i garretti dritti, ben piantati, veterani, con le gambe storte, mancini o grossolani, o belli, appiombo diritto e regolare, cavalli che forgiano o crescono, cavallo sauro, bianco, baio, ubero, caffelatte, roano, lupino, nero, grigio, cavalli danzanti, gitani, modesti o in marcia, principi o colombe, utili, rustici o dandy, senza eccezioni, tutti, tutti i cavalli, grazie, perdonate, vi amo.

  

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