Trasfusioni

Robert Creeley: WORDS / parole. A cura di Antonio Devicienti

 

PAROLE

Siete sempre
con me,
non c’è mai
uno spazio

a separarci. Ma se
nello spazio
sfigurato
non riuscirò a parlare

non per debolezza
o paura soltanto,
ma per lingua
corrotta da quello

che assapora – ci sarà
un ricordo
dell’acqua, del
cibo, quando si è affamati.

Un giorno
non sarà
questo qui, allora
il dire

parole come
chiara, fine
cenere filtrerà
come polvere

da nessun dove.

 

WORDS

You are always
with me,
there is never
a separate

place. But if
in the twisted
place I
cannot speak,

not indulgence
or fear only,
but a tongue
rotten with what

it tastes – There is
a memory
of water, of
food, when hungry.

Some day
will not be
this one, then
to say

words like a
clear, fine
ash sifts
like dust

from nowhere.   

(Robert Creeley, Selected poems, University of California Press, 1996, p. 111)

 


“Parole” sta, ovviamente, per “poesia” e, nell’idea di diretta derivazione poundiana che ispira Robert Creeley e i suoi amici poeti del gruppo raccolto attorno al Black Mountain Review, la poesia si misura con la realtà (anche sgradevole, bassa, volgare) per restituire all’essere umano una parola che lo riscatti da aberrazioni e fallimenti.
Non è una “parola sacra” o “salvifica”, non c’è nulla di spitritualistico o romanticheggiante, ma proprio nel riconoscere la parola nella sua materialissima presenza di segno sta il discrimine tra versi consolatori (la stragrande maggioranza) e poesia (pochissima, rara).

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