Jean Daive, Sotto la cupola, FinisTerrae 2025
Forse so che i nostri viaggi terreni sono un sogno. Devono esserlo. Interrotti dalla folgorazione di un incontro.
Costeggiamo degli ippocastani. Spazio sbiadito. Pietre marce. Lui cammina. Io cammino. Fine del pomeriggio. Trema o, più precisamente, un mutismo strano lo intenebra. Vuole parlare, le sue labbra tremano, le sue mani tremano. Mi guarda. Apre la bocca. Niente. Camminiamo. Rue Gay-Lassac. Una fermata dell’autobus. Mi tende la mano, con dolore.
– Mi scusi, Jean Daive. Prendo l’autobus.
C’è un passaggio tra gli ippocastani del bambino che conta le foglie e gli ippocastani del camminatore che conta le castagne.
L’acqua, la caraffa d’acqua perché ha sete.
La distanza impenetrabile – disumana – tra lui e l’Altro. Una distanza in cui i resti del mondo possono accumularsi: scrivo proprio i resti.
Al suo dito, l’anello.
Riferimenti bizzarri in una conversazione:
– Oggigiorno, Jean Daive, ci vogliono 1500 franchi per comprare un paio di scarpe (1969).
– Ah!
La verità non ama la polvere, non si riduce a polvere. Eppure, quel giorno la neve cade su di noi. Enormi fiocchi addensano lo spazio e il mondo reso opaco diventa duro, incomprensibile.
– Lei ci vede, mi chiede, il suolo è pericolosamente scivoloso.
Questo libro è la commovente testimonianza di un’amicizia tra due poeti: Paul Celan e Jean Daive. Scritto da Daive dopo il suicidio di Celan, il racconto si snoda tra i caffè e le strade di Parigi, seguendo il filo di una riflessione profonda sulla mente tormentata del poeta. I due attraversano il Boulevard Saint-Germain, percorrono il Boulevard Saint-Michel e si dirigono verso Place de la Contrescarpe – la nostra duna – ridisegnando la geografia di chi legge. Giorno dopo giorno avanzano nel linguaggio, le loro voci si fanno vive, discutono di arte e di ciò che hanno scritto, all’ombra degli ippocastani e delle paulonie, mentre le parole interrogano i passi. Si intrecciano, a questo movimento parigino, i ricordi dei viaggi di Daive in Grecia e in Sicilia, a Taormina, dove incontra Andrej Tarkovskij, e a Praga sulle orme di Kafka. Più che un omaggio a Celan, Sotto la cupola è un inno alla potenza della parola. Una parola che la poesia invoca non per conservare il passato, ma per dire la nostra condizione d’infinito.
– Non è facile ritrovare la parola, cioè imparare di nuovo la parola o a parlare. È un po’ come se ti risvegliassi dopo diciassette anni di coma e sentissi pronunciare una sola paola: «scrivere», senza avere idea di cosa significhi quella parola.
Dalla quarta di copertina
J. Daive, Sotto la cupola. Passeggiate con Paul Celan, FinisTerrae 2025. Traduzione di Domenico Brancale.
Titolo originale: La Condition d’infini 5 – Sous la coupole, © P.O.L. Editeur, 1996.
Nato in Belgio, Jean Daive è poeta, romanziere, traduttore e fotografo, figura chiave dell’avanguardia francese dagli anni Sessanta. La sua opera, enigmatica e sperimentale, esplora una nuova narrazione poetica, con i tre cicli pubblicati da P.O.L.: Narration d’équilibre, La Condition d’infini, Trilogie du temps. Ha esordito nel 1967 con Décimale blanche, iniziando un dialogo artistico con autori da lui stesso tradotti, come Celan, Robert Creeley e Norma Cole. Giornalista per France Culture, ha diretto riviste come fragment, fig., FIN e K.O.S.H.K.O.N.O.N.G (dal 2012). Vive e lavora a Parigi.