Trasfusioni

Interpretazioni celaniane, di Antonio Devicienti

 

Soli di refe 
al di sopra della desolazione grigio-nera. 
Un pensiero alto 
quanto un albero 
si prende il sincrono suono-immagine: ci sono 
ancora canti da cantare al di là 
degli umani. 

 

Fadensonnen 
über der graschwarzen Ödnis. 
Ein baum- 
hoher Gedanke
greift sich den Lichtton: es sind
noch Lieder zu singen jenseits
der Menschen.

 


 

A mo’ di commento: come sempre la poesia di Paul Celan è densissima e davvero ardua da rendere in altra lingua.

Si tratta del sedicesimo testo del ciclo che apre la raccolta Atemwende (Svolta del respiro pubblicata presso l’Editore Fischer nel 1967), ciclo che era già stato pubblicato nel 1965 in un’edizione per bibliofili (presso l’Editore parigino Brunidor) con otto incisioni della moglie di Celan, Gisèle Lestrange, con il titolo Atemkristall (Cristallo del respiro o Cristallo di fiato) – il testo è stato composto il 27 novembre 1963 e il suo verso (Fadensonnen) sarà poi il titolo della raccolta del 1968.

La lirica si apre appunto con un verso costituito da un solo sostantivo in realtà composto: “Sonnen”, plurale di “Sonne” (sole) e “Faden” che significa “filo” (soli-filo, soli-filamenti potrebbero essere altre traduzioni possibili); nella mia versione mi ha sedotto l’idea di un filo di “refe” sia perché mi piace il suono italiano, sia perché mi affascina l’idea di una scrittura che “cuce” o “tesse” i propri fili – anche se l’immagine suggerita da Celan potrebbe essere quella di un cielo coperto attraverso le cui nuvole filtrano raggi solari di perfetta verticalità; il paesaggio è desolato e “grigio-nero” (si potrebbe pensare alle pianure ucraine in inverno dato che entrambi i genitori del poeta scomparvero in un campo nazista in Ucraina o, più in generale, a un paesaggio che rappresenti la condizione di una storia umana dominata dalla violenza e dalla morte – in tal senso appaiono perfettamente appropriate certe opere di grande formato che Anselm Kiefer ha dedicato alla poesia di Celan e in cui egli rappresenta pianure sterminate dal colore cupo, probabilmente sterili, disseminate di macerie o di detriti).

Altro passaggio difficile è la traduzione del composto “Lichtton” – “Licht” significa “luce” e “Ton” vale “tono (di un suono)” oppure “tonalità (di colore)” e si riferisce alla traccia sonora incisa lungo il margine della pellicola che, nelle proiezioni cinematografiche, permetteva la sincronizzazione tra immagini e suoni – la traduzione letterale direbbe “Un pensiero alto / quanto un albero / si prende il tono di luce”, ma mi ha suggestionato l’idea che il brevissimo testo celaniano possa essere interpretato come la sequenza filmica di un desolato paesaggio sul quale si danno a vedere raggi solari che filtrano attraverso le nubi (“filamenti di sole”) mentre la traccia sonora accompagna la visione e l’affermazione “ci sono / ancora canti da / cantare al di là / degli umani” potrebbero essere proprio le parole-suono che si odono fuori campo – viene formulato “un pensiero / alto quanto un albero” in una congiunzione tra la negatività della desolazione (è un paesaggio bombardato? post-atomico? residuo di un campo di sterminio?) e la positività del pensiero-albero e, comunque, nella considerazione dell’estinzione del genere umano (o dell’assenza degli umani da questo paesaggio), ma (e la prospettiva è estremamente interessante) il canto attuale è capace di proiettarsi anche oltre la sparizione dell’umanità, compito del poeta è dar vita a un canto che con lucidità guarda oltre l’umano perché ha dovuto già guardare l’inizio della sparizione dell’umano.

Il filo di refe dei raggi solari, teso tra cielo e terra, cuce un testo nel quale, in verità, sono presenti due enjambement applicati in maniera radicale: baum- / hoher, alla lettera (come un) albero / alto (in tedesco si tratta di un aggettivo composto, letteralmente spezzato nei suoi due elementi) e jenseits / der Menschen in cui la preposizione è separata tramite il salto di verso dal suo sostantivo al di là / degli umani – il testo è, cioè, anche il paesaggio devastato che costituisce l’unica, ma decisiva immagine e la presenza dell’albero può far pensare a una pianta miracolosamente salva o, almeno, in parte ancora viva come spesso accade in un paesaggio devastato da un incendio e, per chiudere il cerchio di questa specie di commento, perché “soli” al plurale? – potrebbe essere alluso il susseguirsi dei giorni oppure trattarsi dell’illusione ottica che siano più d’uno i soli di cui filtrano i “filamenti / fili di refe” o essere, semplicemente, una sineddoche (il plurale per il singolare).

 

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