Fascinazioni

Giorgio Agamben

 

La fine del pensiero

 

A Giorgio Caproni

Avviene come quando camminiamo nel bosco e a un tratto, inaudita, ci sorprende la varietà delle voci animali. Fischi, trilli, chioccolii, tocchi come di legno o metallo scheggiato, zirli, frulli, bisbigli: ogni animale ha il suo suono, che scaturisce immediatamente da lui. Alla fine, la duplice nota del cucco schernisce il nostro silenzio e ci rivela, insostenibile, il nostro essere, unici, senza voce nel coro infinito delle voci animali. Allora proviamo a parlare, a pensare.

La parola pensiero ha in origine, nella nostra lingua, il significato di angoscia, di ansioso rovello, che ha ancora nell’espressione familiare: «stare in pensiero». Il verbo latino pendere, da cui la parola deriva alle lingue romanze, significa «stare in sospeso». Agostino lo usa in questo senso per caratterizzare il processo della conoscenza: «Il desiderio, che è nella ricerca, procede da chi cerca e sta, in qualche modo, in sospeso [pendet quodammodo] e non riposa nel fine a cui tende, se non quando ciò che è cercato viene trovato e si unisce a colui che cerca».

Che cosa sta in sospeso, che cosa pende nel pensiero? Pensare, nel linguaggio, noi lo possiamo solo perché il linguaggio è e non è la nostra voce. C’è una pendenza, una questione non risolta nel linguaggio: se esso sia o no la nostra voce, come il raglio è voce dell’asino e il frinito è voce delle cicale. Per questo non possiamo, parlando, fare a meno di pensare, di tenere in sospeso le parole. Il pensiero è la pendenza della voce nel linguaggio.

[…]

 


G. Agamben, Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi 2008.

One thought on “Giorgio Agamben

  1. Il pensiero di Giorgio Agamben: luminoso nel suo stare in sospeso e nel contemporaneo protendersi verso il mondo, nel suo incessante interrogare e scavare.

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