“Una costellazione, un firmamento nero”. Lettera di Federico De Leonardis ad Angelo Rendo su “Tutto ciò che è corretto è scritto”

Settembre 2026
Caro Angelo, ieri l’altro è arrivato il tuo delizioso librino dalla casa editrice, ti ringrazio: mi piace il tuo disprezzo per il senso e il tuo coraggio.
Questa mattina, ore sei, ho digerito le tue schioppettate alla notte: ho capito che spari parole in giro e sei indifferente se le pallottole vadano a segno su qualche uccelletto o meno: una costellazione, un firmamento nero. Ecco cosa è diventata la poesia, cosa è stata costretta a diventare la poesia.

Ora ti racconto la diffidenza che mi ha instillato mia madre (morta nel ‘68) nei confronti della poesia: non ha pudore, mette le viscere allo scoperto. Non aveva ragione, ma è proprio quel pudore che suggerisce a Mandel’stam di non infilare il coltello tra le valve dell’ostrica per estrarre la perla della poesia italiana, la grande poesia italiana dell’Ariosto, Tasso Petrarca e Dante e poi, dopo di loro, quanto raccolto nel “tomone”.
Pensavo questo dopo le tue schioppettate tirate nella mia Milano alla morte di tuo padre. La morte è sempre un evento personale e tu non piangi, vai in giro a sparare strade, angoli di una città funebre con le sue Olgettine e i suoi S. Raffaele ecc. Difficile seguirti, ma non impossibile e io lo faccio come un cane da riporto.
Devi esser preso sul serio, anche se fai di tutto perché la gente scappi. La gente, la massa.
Tutti siamo popolo, comunque, un poco: spavento, aiuto!
La tua libertà dal senso apparente, dalla logica del senso (Deleuze, forse) di cui tutti facciamo largo uso (per esempio in questa corrispondenza) esige uno sforzo, almeno quando si tratta di poesia, dichiaratamente di poesia (“I poeti sono noiosi” ecc). Ma poi il “Silenzio” …
Ho buon gioco, trattandosi qui di epistola mi è consentita una certa logica espressiva, a citarti a destra e manca, ma mi rendo anche conto di tradirti, di tradire la tua secchezza, la tua essenzialità.
“Gli ho dato gas” (a Mitra), trasalendo al suo coltello dal manico giallo, che cazzo significa se uno non sa che fai anche il benzinaio? Se non ci fosse internet a svelare tutto su di te, la tua barba pure. Ci conti su internet? Non credo proprio. Capisci che ci sono dei tranelli nella nonchalance sul senso? E’ ambiguo. Ma ci sta, non è importante.
Fatto sta che condizioni anche la mia di prosa, questa a dir poco, ma forse anche la futura, la timidezza della mia prosa. Dai, coraggio: fregarsene di chi ascolterà, tanto non è presente se non idealmente, affari suoi, tu conta su quei pochi che sanno aspettare: così si sconfigge il ricatto del senso.
Il fatto sicuro però è che per alcuni non c’è più tempo, finito, kaput. C’è Chi (maiuscolo) lo decreta.
Questa è la tragedia. E la poesia deve tenerne conto.
Ciao,
Federico.
Di seguito alcuni testi da “Tutto ciò che è scritto è corretto” di Angelo Rendo, Lamantica Edizioni 2026.
Tutto ciò che è corretto è scritto.
Perso il contatto, tutto fila liscio.
Dimentichiamo di aver scritto e chi ha scritto.
Chi ha scritto è chi non ha parlato
e chi non ha parlato non ha mai scritto.
È detto che chi ha dimenticato sia volato via;
ma la mente che sta appresso al detto è falsa
più di quanto all’inizio era corretto.
*
È una fessura: continuerà
ad allargarsi; un momento,
quel preciso momento.
Non si troverà nulla:
Eppure il sogno sarà aperto
da parole esatte,
da uomini muti.
*
L’acqua nel cielo del futuro
Sopra il presente
non c’è che vita. E vita
comprende metafora,
fuoco.
Sotto, la volontà
non il passato:
numero, sommo
potere.
A terra l’aria, natura
e polvere manca
l’acqua nel cielo del futuro.
*
Novembre
Non sono rimaste che orme
tre lingue sature col più grande
spazio al centro.
Tumulo e alta onda lontana
alle dune alla fine del cielo.
Bisogna stare al contrario
per vedere meglio come la terra
come il cielo sia la terra
il mare.
C’è sempre qualcuno
davanti al fotografo
sempre.
Ne inizi una che pare
la giusta, la vera
mentre un’altra bussa e dimentica
che la terza è la prima.
Ha i colori delle salme
la luce indifesa di novembre
dell’argento sepolto.
*
Il corto passo della fama
C’è una strada
larga fra i picchi e il sole
la stringe, un carro la percorre,
un uomo la guarda. A che serve?
La vita dapprima si misura in panne e dapprima
non risponde a poi, il passato
fa ombra al presente. Il poeta parla
una volta sola
dentro
chi sarà quella pietra
quell’uomo?
*
Passano cose che non vedi
parole che non senti, flebili
voci e sentieri aperti, valli
lari e fionde.
hai visto cose che non vedi
e sentito che tutto è rinchiuso
nel novero stretto delle luci
ferme del cielo.
Là, ove si misurano le onde
e resta la stirpe aliena delle spugne.
*
Passa poi il razzo e mi saluta
Ogni sera penso ogni mattina
– vicino al letto o seduto –
penso ogni mattina e ogni sera
che nulla è più cambiato rispetto ai miei
vent’anni penso
che papà è vivo ogni casella
ognuno al proprio posto
sento
che tutto è come prima
lui nella sua casa
noi quella famiglia.
passa poi il razzo e mi saluta.