François Jullien, L’inaudito, Feltrinelli 2021
[…] L’inaudito ci mantiene sulla soglia di tale non integrabilità – non assimilabilità – senza annunciare alcuna rottura con l’esperienza ordinaria o l’apparire. Non si tratta più, allora, della metafisica, eretta come era un tempo nella sua maestà massimalista. Diversamente, si assiste a un dischiudersi del “fisico” come dell'”intellettuale” e dell'”affettivo”, con i tre ordini che non sono più separati: discretamente, in controluce, senza declamazioni, senza nemmeno dichiararsi, affiora allora l’inaudito in ciò che è più quotidiano o banale, in un viso qualsiasi visto dal treno o quando si leva lo sguardo dalla finestra. È questa metafisica minimale, colta nel vivo, percepita nella sua nudità, a livello del suolo, non gonfiata ma purgata, non costruita ma ridotta al suo innegabile, che l’inaudito lascia intendere (che lascia intendere l’inaudito). “Minimale” significherà allora che non si può fare a meno di riconoscere un residuo inaudito che sfugge a ogni integrazione e nel quale incidentalmente si è incappati un mattino. […] Concepire l’inaudito come minimo metafisico mantiene la metafisica a uno stadio iniziale, indicale, ma solo rispetto a se stesso e nella nudità del suo apparire. Si tratta di un’indicalità, tuttavia, che spinge a debordare dai quadri costituiti dell’esperienza pur non rinviando a qualcos’altro e, di conseguenza, non invocando una diversa esperienza. Da tale condizione l’inaudito ricava la propria forza. Esso mette in tensione e si offre solo nel grido: “È inaudito!”. Del metafisico (detto ormai in maniera neutra, come al partitivo) non rimane nulla di ipotetico e, a maggior ragione, di “iperbolico”, come avviene per la metafisica, mentre, al contempo, il debordare si rivela inevacuabile anche se socialmente (comodamente) tutto è predisposto per evacuarlo affinché tale livello metafisico non sia preso in considerazione, per mistificarlo e riassorbirlo. La sociabilità serve appunto a questo: a far entrare il metafisico nella sua nicchia, mondarlo dalla sua virulenza, a sfuggirlo e a farlo dimenticare. Ciononostante, l’inaudito metafisico emerge da tutte le parti, al filo dell’esperienza, in modo brusco, nel qui e ora, sconcertando la nostra capacità di apprensione e facendo uscire dai quadri percettivi e mentali dati per permettere di cogliere dell’altro, ma che non per questo appartiene a un altro ordine. […]
Dal cap. V
Il filosofo è colui che si fa carico della stranezza del mondo. In un’epoca che pretende dati e certezze e che tuttavia ogni volta si scontra con la loro inaffidabilità, Jullien spinge al limite la sua esplorazione della realtà e dell’alterità.
Dalla quarta di copertina
“Anche se nulla distingue questo mattino da un altro, anche se questo mattino ripete tutti gli altri, non potrebbe essere forse qui il momento decisivo? Il momento in cui, finalmente, trovare un punto di appoggio; in cui la ‘vera vita’ potrà finalmente iniziare. Si tratta di ‘accedere’ non a ciò che si cela o dissimula, ritraendosi o fuggendo, ma, al contrario, a quanto non cessa di erigersi davanti ai nostri occhi, a imporsi nel suo sempiterno bagliore e sciabordio, a quanto sono già ‘abituato’, che mi è immediatamente familiare e, proprio per questo, non riuscendo a coglierlo in ciò che ‘è’, mi rimane in-audito”.
Quella che François Jullien racconta nel suo nuovo libro è la storia di tutti. Perché chi mai non si è scoperto stanco, col passare dei giorni, dello spettacolo meraviglioso del cielo, o del volto dell’amante, o persino di essere vivo? Cerchiamo sempre la certezza, ma arriva il momento in cui la certezza ci sfianca.
La realtà diventa sterile e logorante. Eppure, far traboccare l’esperienza è possibile. Dobbiamo aprire una breccia nella struttura ripetitiva e rigida delle nostre convinzioni e delle nostre abitudini, liberando così ciò che si rivela inaudito. Solo l’inaudito può mettere in discussione la normalità e i suoi inganni, può spezzare i condizionamenti delle parole in cui il linguaggio ci tiene bloccati e può spalancare così l’esperienza.
Dal risvolto
F. Jullien, L’inaudito. All’inizio della vita vera, Feltrinelli 2021. Traduzione di Massimiliano Guareschi.
Titolo originale: L’inouï. Ou l’autre nom de ce si lassant réel, ©Éditions Grasset & Fasquelle, 2019.
François Jullien è uno dei maggiori filosofi e sinologi viventi, docente all’Université Paris-VII “Denis Diderot”. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.