Esperienze

Su “In forma di nuvola” di Marco Ercolani. Nota di Francesca Marica

 

Conosco il lavoro di Marco Ercolani da moltissimi anni. 
Quella di Ercolani è una delle voci più intense, appartate e profonde della letteratura italiana contemporanea. Medico psichiatra e scrittore, ha saputo fondere in modo mirabile la sua esperienza clinica con una straordinaria sensibilità poetica e saggistica.
È uno scrittore di lungo corso Ercolani ed è anche un caro amico, un uomo dotato di una capacità di ascolto rara e di una intelligenza sottile, generosa. Merce rara, rarissima: soprattutto in questi tempi di mediocrità e banalità vendute al prezzo dell’oro all’interno di un sistema sempre più incancrenito dai fumi di una gigantesca allucinazione collettiva.
Come ben ha ricordato Zuccarino in un suo pregevole e recente contributo critico apparso su DoppioZero, Ercolani è sempre stato animato (per non dire «posseduto») da un’intensa passione per l’atto di scrivere. Animato. Posseduto. Ecco, non riesco a trovare parole più esatte.
E basta consultare la bibliografia di Ercolani per averne conferma. Dal 1979 a oggi, in un percorso che si snoda lungo ben quarantasette anni, Ercolani ha pubblicato con continuità e dedizione. Senza sosta. E negli ambiti più diversi: poesie, racconti, romanzi, saggi sulla letteratura, sulle arti visive, sul rapporto fra arte e follia dove certamente la sua professione di psichiatra gli è venuta in aiuto in modo significativo. Il livello si è sempre mantenuto alto, altissimo.

In questa nota cercherò di focalizzare la mia attenzione sul libro In forma di nuvola uscito nel marzo 2026 per I Quaderni del Bardo, nella collana curata e diretta da Donato Di Poce.
Un libro che non ho timore di definire coraggioso.
Se la scrittura poetica contemporanea tenta spesso di arginare il caos del reale attraverso strutture iper/razionali che in poco o nulla si discostano da testi scientifici senza averne però lo stesso rigore e la stessa disciplina né tantomeno la stessa lungimiranza, In forma di nuvola sembra seguire un percorso dichiaratamente opposto.
In netta contrapposizione con la deriva iper/razionale che spesso nasconde non solo una povertà di scrittura ma anche una povertà di idee, questo libro di Ercolani si offre come un chance del pensiero che corteggia e accoglie il bordo dell’invisibile.
Un libro sospeso tra poesia e prosa che non pretende di narrare storie e non accoglie lirismi fatui.
La direzione è chiara: In forma di nuvola è un libro che veste la forma del Taccuino, pensato per i sonnambuli, per coloro che osservano i loro sogni da svegli.

Recuperando l’origine etimologica araba del termine Taccuino, e citando Luigi Sasso, Ercolani inizia col ricordarci che il termine Taccuino allude a un giusto ordine, e cioè al tentativo di dare una forma, di tracciare dei confini, di costruire un cosmo. E prosegue aggiungendo, Ma a poco a poco le linee s’intersecano facendo assumere alla pagina la forma di uno scarabocchio.
Il Taccuino nella pretesa di riordinare il caos finisce per cedere alle sue lusinghe e alle sue seduzioni, ne rimane proficuamente intrappolato. In questo libro ci muoviamo dunque per stessa ammissione dell’autore all’interno di un regno intersecato dove l’ordine è solo un modo temporaneo di percepire il disordine. Questo abbozzo di note sparse – ci confida ancora Ercolani – è come quei campi che racchiudono verità disseminate qua e là, senza alcuna apparente linearità e conseguenzialità.
Questa rivelazione in uno con le citazioni che Ercolani dissemina nelle novanta pagine del libro, penso in particolare a quella di Ripellino a pagina 6 (Scrivere, prendere appunti, è un’ossessione che ti corrode la vita), a quella di Tonelli a pagina 9 (Perché noi mortali non possiamo trasformarci in nuvole) e a quella di René Char a pagina 31 (Il mondo, ai nostri giorni, è ostile ai Trasparenti) contribuiscono a determinare l’ossatura del libro e a rendere evidente il senso dell’operazione poetica complessiva.

​Ben consapevoli che nella produzione di Marco Ercolani, la scrittura non si configura mai come un monumento statico bensì come un organismo vivente in perenne metamorfosi, In forma di nuvola rappresenta, fin dal titolo, il manifesto della poetica di queste instabilità e irrequietezze profonde.
A pagina 11 leggiamo, A voi che sentite nella vostra pelle la fibra sottile di una visione. A voi che gemete con i muscoli del viso, senza emettere parola, incompresi come spazi deserti.
E poco oltre, a pagina  16, Mi avete convinto. Io parlando di chi ha perso la ragione, tradisco chi ha perso la ragione. Ma questo tradimento è come il gesto del contadino, che dal seme sepolto nella terra trarrà la radice della pianta.

Cosa ne possiamo ricavare?
Ne possiamo ricavare che Ercolani, fedele alla sua consolidata poetica, non smette di interrogarsi, di farsi accarezzare dal dubbio e anche in questo lavoro continua a rivolgersi agli ultimi, ai diseredati, a chi ha perso la ragione, ai non omologati. Ritroviamo qui, il tema della follia, quello dei diseredati della mente e della storia, quello degli irregolari e degli emarginati, quello dei trasparenti e dei muti, paradossalmente gli unici in grado di saper usare tante parole (pagina 61).
I folli, gli irregolari, i diseredati, coloro che non abitano il paradiso della ragione diventano ancora una volta non tanto gli interlocutori del poeta quanto i suoi destinatari privilegiati.
A loro, il poeta rivolge le sue osservazioni e le sue considerazioni, a loro consegna le raggiunte verità. La follia non viene criminalizzata ma presentata come una possibile altra lingua, come una possibile altra risorsa. Chi ha perso la via della razionalità possiede una lingua frammentata, dolorosa ma straordinariamente poetica. Il matto non è un mai un caso clinico, un oggetto di studio, la follia viene al contrario presentata come una forma di resistenza estrema contro l’omologazione del mondo.
Accanto ai matti, ritroviamo le cosiddette figure di confine tanto amate dal poeta, mi riferisco agli artisti irregolari, agli esiliati, agli emarginati: Ercolani si fa custode delle loro vite minuscole e dei loro destini interrotti, restituendo loro dignità attraverso una parola dolorosa certamente ma anche tesa, frantumata e lucida.
Scrivere è sempre un atto di spossessamento, un modo per dare voce a chi voce non ha e anche in questo libro, l’atto di scrivere si configura per Ercolani come un andare verso l’altro. Il poeta si siede accanto a chi soffre e ne ascolta il silenzio o il grido, convinto che la letteratura debba abitare le crepe, le ferite e le zone d’ombra dell’essere umano.

  

  

L’autore forte di questa impostazione di pensiero, sceglie la nuvola non come mero elemento paesaggistico o allegorico quanto piuttosto come categoria filosofica ed esistenziale: la nuvola va incontro a mutamenti continui di forma, è qualcosa che esiste pur non avendo confini rigidi, che attraversa il cielo dell’esperienza umana senza lasciarsi spaventare o ghermire dalle avversità.
La nuvola è uno dei simboli più ambivalenti, fluidi e affascinanti della storia della cultura umana e proprio per la sua natura transitoria ha finito per diventare lo specchio ideale per le proiezioni dell’animo umano, oscillando costantemente tra il divino e il malinconico, tra la leggerezza del sogno e la pesantezza dell’inquietudine. Nella nuvola convivono l’effimero e la transitorietà ma anche Il divino e l’inconoscibile e non da ultimo, il sogno e l’alienazione.
Recuperando la tradizione letteraria e pittorica che dal medioevo arriva fino ai nostri giorni, Ercolani sembra muovere la sua ricerca stilistica lungo il crinale sottile che separa l’apparire dallo svanire.
I testi del libro si presentano come frammenti di un diario di bordo dove la precisione clinica dello sguardo si fonde con una lirica sempre più rarefatta. Ogni testo contenuto nel libro è indipendente ma aperto sul mondo, un pensiero catturato nel momento esatto in cui si dissolve.
Ercolani esaspera in questo lavoro la sua sensibilità verso tutto ciò che è discosto e appartato, enfatizza il suo odio per la banalità e porta al massimo grado la ricerca di ciò che non è ancora consunto, di ciò che non è stato ancora assorbito dallo schema generale, di ciò che non è stato ancora manipolato e corrotto dimostrandosi degno erede di Adorno.

Dal punto di vista lingustico e stilistico, l’identità del soggetto lirico si perde e si ritrova e ricompone nelle forme del mondo. Non c’è un io ipertrofico che narra quanto piuttosto una coscienza che sta dentro le cose del mondo e che accetta di farsi aerea, fumo, vapore per raccontarsi.
A pagina 69 a tale proposito leggiamo, (…) Chi si nutre solo di sé alla fine avverte un sapore in bocca come di polvere, un tanfo di aria chiusa.

​Il tempo della narrazione non è mai lineare, del resto la nuvola è l’antidoto alla rigidità del tempo cronologico incarnando il tempo dell’attesa, del passaggio, dell’impermanenza.
Scrivere in forma di nuvola significa quindi sottrarsi all’ossessione della durata per abbracciare l’intensità dell’istante.
Alternando versi e prosa, e lambendo occasionalmente anche l’aforisma e il microracconto, Ercolani cerca di curare il dolore del mondo offrendogli uno spazio non giudicante.
Come una nuvola è capace di accogliere l’ombra e la luce, così le pagine di questo libro si dimostrano capaci di ospitare la fragilità umana, la follia, il silenzio. La scrittura non trattiene il mondo: lo lascia passare ma ne registra il transito e ne assume la forma mutevole, cangiante.

​La cifra stilistica di Ercolani si riconosce, ancora una volta, nella sua straordinaria pulizia formale. La sintassi è tesa, priva di orpelli retorici ma densamente evocativa. Si avverte un ritmo meditativo, quasi respiratorio: la lettura richiede pause e costringe il lettore a rallentare per sintonizzarsi su una frequenza d’onda più sottile.
Nei quattro “capitoli” di questo nuovo libro (Io sono con voi, Lezione di vento, Breakdown, Testimoni del duende), come ha correttamente sottolineato Morasso in un suo breve intervento critico, il matrimonio ercolaniano tra pensiero e immaginazione restituisce, per quattro differenti vie d’intensità, l’idea della libertà (d’anima e di forme) come compito infinito, della scrittura come metodo d’intercettazione del reale e della poesia come luogo di avvicinamento dell’indicibile.

In un’epoca dominata dal rumore e dalla pesantezza dei corpi e dei simulacri, Marco Ercolani ci ricorda il valore eversivo della trasparenza. La sua è una resistenza aerea che ci insegna a stare nel mondo senza lasciarci schiacciare dal mondo, che ci invita a fare nostra l’arte sublime del mutamento per mettere in discussione il dominio della finzione sulla realtà.

  

Di seguito una selezione di testi tratti da In forma di nuvola, Marco Ercolani (iQdB, marzo 2026). 

 

Dalla sezione Io sono voi 

   

 10

A voi, a cui sarò fedele. Dèi sempre noti ma che sempre stupiscono, precipizi da cui guardare almeno una volta. A voi, che dovete stare dove tutto è impossibile, dove si impara veramente il pensiero che trema.

11

Non andate via. Scrosto il dolore da qui, senza esserne invaso. Ma è un lavoro di restauro, non di condivisione. Avrei voluto essere dove siete voi. O, almeno, dove non siete, dove non potete essere: terra beata, terra atroce.

12

A voi, che non tollerate la logica del senso. A voi, per i quali dobbiamo sparire perché siate proprio voi a parlare, non con le nostre parole. A voi, immersi nel vostro silenzio, disposti, perché non potete fare altrimenti, a essere traditi da chi prende appena la parola, fuso alle fibre dello specchio.

16

A voi, che odiate il tetro cortile dei sani: qui è tutto stretto. Anche alzare la testa è faticoso, si sbatte la fronte sul tetto della volta. L’aria che respiriamo ci riporta a dove ancora deve nascere il sole. Che nascerà. Ma per ora si annaspa, come se ci fossero degli ostacoli al cammino. E non ci sono: tutto è libero, trasparente.

19

Non so se la scrittura è ciò che siamo. Spesso la parola non si trova, per dire ciò che non dimenticheremo. Per me la scrittura è sempre un girare intorno. Al centro non so se ad esserci è chi scrive. Perché succede spesso di non saper tradurre ciò che si scrive in altre lingue, da fulminati. Svanisce la nebbia, svaniscono i fantasmi. Io sono i fantasmi che voglio fermare? Mi sento semicarcerato nell’aritmetica delle aritmetiche, la musica. Ma è un campo particolare perché il più ricco di immagini. La musica è l’arte suprema, quella che le raccoglie tutte: su un passaggio di note può scatenarsi la filmografia intera di Kurosawa.

 

Dalla sezione Lezioni di vento

  

2

Sarebbe incompleta una lezione sul vento se non fosse integrata da una lezione sul sonno. La più difficile. Siete arrivati fin qui: vigili, attenti, disforici. Ma ora potete, se volete, abbandonarvi. Non ve ne accorgerete neppure, come dopo aver fatto all’amore. Sonno, ma dentro il pensiero della poesia. Che può essere colta solo in uno stato di semiveglia, quando le tue parole si dispongono sul foglio come se non le avessi volute, ma le avessi chiamate e non ricordassi di averlo fatto. Ecco, sono lì, con qualche sbavatura. Ora sei sveglio, puoi correggere. Ma correggere appena, rispettando il tempo in cui hai dormito, un tempo non dominato da nessuna ragione. Non credere a una poesia logica, intenta a dire, a denunciare, a smascherare. Credi alla poesia che si insinua nelle orecchie e nelle dita ed è lì, incompleta, fatta di suoni. Lei ti aspetta ancora. Tu addormentati e preparati al risveglio.

Certo, la poesia è esperienza, ma non un’esperienza qualsiasi. Come ricorda Paul Celan, «la poesia è l’esperienza dell’impossibile». Di questo impossibile essa parla attraverso un linguaggio enigmatico, che non è cifra criptica ma ritmo musicale. Parla di enigma, non di oscurità. La poesia, in quanto esperienza oltre i limiti del linguaggio, è sempre limpida, anche se l’accesso ai suoi segreti è difficile. La voce del poeta è un aldilà dentro i nostri sensi. In caso contrario, se fosse separata dal corpo, sarebbe un discorso astratto, non persuasivo. L’astrazione è carne e sangue: lo sono gli scarabocchi di Artaud, le Amalassunte di Licini. Poesia è essere fra cose viste e sentite, armati della propria parola. La follia, che da sempre è il mio campo di indagine, non mi soddisfa fino in fondo: dapprima trabocca oltre il reale, ma poi è chiusura nel sintomo, naufragio non significativo nel proprio io personale. Poesia è un sé che parla agli altri, non solo a se stesso, è l’esperienza di una tempesta emotiva che, come testimonia Ernst Kris, trapassa i confini del singolo io e non entra in un sarcofago di patologie. È libera, eccessiva, errabonda. Non sa di sé, ma è consapevole; ci guida dove dobbiamo fermare la voce, ammutoliti.

L’esperienza del silenzio, come farne a meno? È fondamentale, per chi ha traversato la sua ferita con parole non imposte. René Char scrive: «Il poeta non trattiene ciò che scopre; dopo averlo trascritto, presto lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito e il suo pericolo». Poesia ed esperienza: dove l’esperienza è sentirsi dentro le cose con il rigore della distanza, un attimo dopo il sonno, a ricordare non si sa cosa. Saremo mai così attenti da dimenticare noi stessi? Parlo di un’attenzione non solo affettiva, ma morale. Parlo di lasciare le spoglie dell’io su qualche panchina deserta e guardarci attorno, senza impressionismi consolatori, senza paesaggi rassicuranti. Guardare il presente e il passato. Vivere il futuro. Prendere dentro di sé il sonno.

   

Dalla sezione Breakdown

  

La pagina è lo schermo

La finzione, alla fine, rivendica il suo dominio sulla realtà. Ne Il bacio della pantera una giovane donna passeggia in Leicester Square. La donna crede di vedere, sul muro del vicolo scuro, a mezzanotte e venti, l’ombra di una pantera. Sbigottita, si rifugia in piscina, nuota per diversi minuti, in preda al panico, dopo qualche secondo vede spegnersi la luce e, fra le pareti buie della piscina, illuminate da chiarori intermittenti, percepisce con terrore un ruggito sordo di belva. Quando la luce torna, non c’è più nessuno. Lei esce dall’acqua, prende il suo accappatoio, lo guarda con orrore: è ridotto a brandelli, come se le unghie di un animale feroce lo avessero strappato. In un’altra scena dello stesso film Irina, la donna-pantera, disegna una pantera reale su un taccuino, restando per ore ferma davanti alla gabbia dello zoo dove è chiusa la belva.

Il figlio, che vede il film in compagnia della madre, osserva il foglio con il disegno sfuggire dalle mani di Irina; il vento lo porta via, lo fa fluttuare davanti alla gabbia e le unghie della pantera ne afferrano i lembi ma senza lacerarlo, tenendolo ben stretto, come una preda. Quella pagina disegnata è lo schermo, la cornice dove lavorare perché ogni paura, anche nel fondo più informe delle sue tenebre, ogni winterreise, sia rappresentabile, anche se tradirà il suo fondo oscuro, che tutto ammutolisce.

  

Dalla sezione Testimoni del duende

   

1

Non sai chi sei, che anima hai, ti senti multiplo. Come il panteista è onda, astro, fiore, tu sei esseri diversi. Senti vivere vite altrui come se partecipassi all’esistenza di tutti e di ciascuno, invaso da altre vite e altre immagini. Questa è la vita: nutrirsi. Chi si nutre solo di sé alla fine avverte un sapore in bocca come di polvere, un tanfo di aria chiusa. Dobbiamo ampliare noi stessi con ciò che ci pervade, che noi non siamo ma che ci riguarda. Cercare parole che lascino tracce di pietà che non siano visibili alfabeti ma esistano, silenziose, come difesa di un corpo vivo; difesa dalla solitudine, dalla disfatta, dalla paura; difesa dal vuoto nelle foglie, nei muri, nelle dita; difesa dalla moltiplicazione dei suoni; pietà se domina la notte e se trionfa la luce; pietà per la penombra, per l’ossessione, per la vita che fugge via.…quale vita? Muoversi nel mondo, respirando e mangiando, o esistere dentro, contro, tra, le pieghe della galassia che ospita questa terra, non sapendo che colore vedremo domani o che profumo annuseremo?

  

One thought on “Su “In forma di nuvola” di Marco Ercolani. Nota di Francesca Marica”

  1. complimenti Francesca per questo testo profondo e leggero a un tempo. Marco ne è stato molto contento e anch’io. Dire che sei brava mi sembra riduttivo. Anch’io ti ringrazio con tanto affetto. Lucetta

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