Scavarsi una strada, di Marco Ercolani. Nota di lettura a “L’impossibile e il reale” di Giuseppe Zuccarino
Nella quarta di copertina del suo libro L’impossibile e il reale (Milano-Udine, Mimesis, 2025), Giuseppe Zuccarino scrive: «Il volume, il cui titolo modifica quello di un celebre testo di Bergson, raccoglie saggi dedicati a quattro importanti scrittori, saggisti e filosofi francesi dell’ultimo secolo: Georges Bataille, Maurice Blanchot, Michel Foucault e Georges Didi-Huberman. Pur prendendo in esame, a seconda dei casi, opere di carattere narrativo o teorico, i saggi evidenziano come tali autori siano attratti da temi singolari o inquietanti. Si tratta non soltanto della morte – naturale o procurata tramite suicidio –, ma anche della ricerca di qualcosa di impossibile, ad esempio il libro assoluto, l’opera pittorica di perfetta bellezza o la creazione di una comunità ideale. Ai loro occhi, persino il mondo della natura – come nel caso dei fiori o degli insetti – non manca di associarsi a qualche tratto perturbante. Tuttavia Bataille, Blanchot, Foucault e Didi-Huberman non si propongono di privilegiare gli aspetti negativi dell’esistenza, ma piuttosto di evidenziare come essi siano parte integrante e ineliminabile della vita, e come solo tenendo conto di ciò divenga possibile assaporare i momenti felici e conservare la speranza in un cambiamento positivo della società».
In L’impossibile e il reale, Zuccarino espone in modo ancor più chiaro la sua teoria della letteratura, già espressa in altri libri: nessuna scrittura, sia essa narrativa o filosofica, ha il potere di assicurarci solidità di concetti e di stili, perché è sempre e comunque un terreno vulcanico, instabile, aperto a dubbi, riflessioni, perplessità. La “conoscenza-falena” che Didi-Huberman esplora, l’inno alla bellezza del suicidio in Foucault, l’attenzione a temi come l’opera pittorica eccelsa (a cui aspira l’artista Frenhofer in un racconto di Balzac) o il Livre sognato da Mallarmé, le riflessioni vertiginose di Blanchot sulla struttura del racconto e quelle di Bataille nella sua presa di distanza dal surrealismo bretoniano, sono solo alcuni fra gli itinerari che si possono percorrere all’interno del volume. Una virtù di Zuccarino in quanto critico è quella di non pubblicare mai una raccolta di saggi eterogenei, ma sempre un libro unitario che, come una lente ustoria, possa rispecchiare la sua visione della scrittura attraverso la parola degli altri. Questo perché ogni volume parla sempre della scrittura come di un’esperienza. Narrativa e filosofia sono quindi due forme espressive attraverso cui è possibile mostrare che l’impossibile non è l’antitesi del reale, ma piuttosto un’espansione di esso. Scriveva appunto Ingeborg Bachmann: «Contrapponendo l’impossibile al possibile ampliamo le nostre possibilità».

Addentriamoci nelle pagine del volume. Il critico cita, in L’irraggiungibile libro assoluto, queste riflessioni di Hervé Guibert sull’amico Foucault: «Si perde, si scoraggia, distrugge, abbandona, reinnesta e a poco a poco lascia dominare dal torpore […], sempre più impacciato dal sogno di un libro infinito, che aprirebbe tutte le problematiche possibili, e che nulla potrebbe chiudere e arrestare, salvo la morte». In Essere Dianus, essere Oreste, Zuccarino ricorda una frase di Bataille: «Solo quando è votato a un destino tragico l’uomo giunge a scegliere l’impossibile». Oppure, in Blanchot e la fascinazione del racconto, studia la seconda versione di Thomas l’Obscur e osserva: «Per via della riduzione ai minimi termini degli aspetti propriamente narrativi, divengono più evidenti i passi in cui il linguaggio sembra impegnato ad autodistruggersi sul piano semantico». O ancora, nel saggio La carne dell’immagine, analizza le riflessioni di Didi-Huberman sulla figura perturbante del pittore Frenhofer, ideato da Balzac nel racconto Le chef-d’œuvre inconnu, artista che nell’ossessivo desiderio di creare il capolavoro perfetto giunge senza accorgersene a sfigurare il proprio dipinto, riducendolo a una confusa muraglia di pittura. Ma anche quando la ricerca dell’assoluto si infrange contro i limiti imposti dal reale, essa produce comunque l’effetto di suggerire, o addirittura di aprire, strade nuove per l’arte e il pensiero.
Ogni libro di Zuccarino, e quest’ultimo non fa eccezione, è una felice conversazione con i morti, con le “tracce” che morti illustri – filosofi, artisti, scrittori – hanno disseminato nelle loro opere. È con quei frammenti che l’autore vuole fare i conti: non solo per sottolinearne l’originalità, ma anche per metterne in luce le contraddizioni. Ad esempio, al critico non sfugge il fatto che, nel sogno mallarmeano del Livre, si nasconde un problema: se per assurdo l’opera sognata e irraggiungibile si concretizzasse, diverrebbe solo un oggetto fra gli altri, e cesserebbe dunque di emanare la sua fascinosa luce ideale. A Zuccarino non basta rifinire e concludere un saggio: gli è necessario evidenziare, nell’autore di cui parla, una visione del mondo che, pur senza coincidere, presenta comunque qualche punto di contatto con la sua. Ogni libro è formato da testi critici che costituiscono illuminanti “racconti teorici”, e contengono idee-intuizioni attraverso cui l’autore delinea, con fermezza e pudore, la propria personale ossessione. Chi non comprende questo intento, quest’attenzione a un “impossibile” sempre connesso al “reale”, rischia di limitarsi a leggere i suoi testi come quelli di un saggista erudito, che sviluppa il proprio pensiero in maniera neutra, poco appariscente. Ma sarebbe un errore di prospettiva. L’utopia di Zuccarino è quella di scavarsi una strada all’interno delle parole altrui, affinché il “già detto” torni a essere dicibile oggi, nella perfetta inattualità di un pensiero mai conciliato col mondo, di una scrittura irriducibile e acuminata, sommessa e segreta. Non si tratta soltanto di un metodo critico, ma anche di una poetica. Essa trova il proprio humus in ogni avventura estetica che sia votata, per sua stessa natura, a una fine senza paradisi, che non voglia suggellare niente, ma piuttosto dischiudere nuovi e originali inizi, liberati da ogni illusione.
Torniamo ancora al saggio L’irraggiungibile libro assoluto e leggiamo un passo di Zuccarino che racchiude al suo interno una citazione da Foucault: «Se non soltanto il Livre, ma anche altri importanti scritti mallarmeani sono rimasti incompiuti, ciò costituisce un dato non accidentale ma significativo, in quanto sta ad indicare che il poeta “scavalca sempre i limiti della propria opera e […] debordandola stavolta in profondità, scopre in essa e a partire da essa le possibilità ancora future del linguaggio: in modo tale che è lui stesso il virtuale punto di unità di quest’opera necessariamente frammentaria”. Nel Livre giungono dunque a coincidere la massima esaltazione dell’idea di libro e – se si guarda agli scarni appunti che ci sono rimasti – la messa in crisi di questa stessa idea». Far coesistere esaltazione e crisi, porsi nel punto di incrocio fra un’idea e il suo contrario, è uno degli intenti di Giuseppe Zuccarino. Leggendo il suo libro, come i tanti altri che lo precedono, non scopriremo mai in sintesi cosa lui pensi intorno ai temi letterari e filosofici di cui tratta, bensì come la sua riflessione critica conduca a farci dubitare di ogni verità estranea a quella detta dal testo. Testimone di molteplici scritture che gli sono affini, l’autore incrina le nostre certezze e ci mostra il sapere come una fiamma vacillante, ma esatta nella sua incertezza, non diversamente da quanto accade in un quadro di Georges de La Tour.