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Maurice Blanchot, La parte del fuoco, il Saggiatore 2025

 

«Brucia, in un’estrema condensazione, l’esperienza dell’intimità meno comunicabile o, in ogni caso, la più vicina all’incomunicabile; e in ciò non vi è né squilibrio né disaccordo, e la solitudine diventa un fuoco in cammino, il ramo del primo sole che brilla senza ombra fino a sera.»

Che cosa rimane quando la letteratura brucia tutta la realtà che è capace di contenere e di creare? Una riflessione sull’umano e sul linguaggio da uno dei più influenti critici letterari del Novecento.

Dalla quarta di copertina

[…] La letteratura si specchia nella rivoluzione, si giustifica in essa, e, se l’abbiamo chiamata Terrore, è perché essa ha come ideale questo momento storico, dove «la vita porta la morte e si conserva nella morte stessa» per ottenere da essa la possibilità e la verità della parola. Sta qui il «problema» che cerca di risolversi nella letteratura e che è il suo essere. La letteratura è legata al linguaggio. Il linguaggio è allo stesso tempo rassicurante e inquietante. Quando parliamo, ci rendiamo padroni delle cose con una facilità che ci soddisfa. Dico: questa donna, e subito dispongo di lei, la allontano, la avvicino, è tutto quel che desidero che sia, diventa il luogo delle trasformazioni e delle azioni più sorprendenti; la parola è la facilità e la sicurezza della vita. Di un oggetto senza nome non sappiamo che farne. L’essere primitivo sa che il possesso delle parole gli conferisce la padronanza delle cose, ma tra le parole e il mondo le relazioni sono per lui così complete che la manipolazione del linguaggio resta tanto difficile e pericoloso quanto il contatto con gli esseri: il nome non è uscito dalla cosa, non è il dentro messo pericolosamente in mostra e tuttavia rimasto l’intimità nascosta della cosa; questa non è quindi ancora stata nominata. Più l’uomo incarna una civiltà, più manipola le parole con innocenza e sangue freddo. È forse perché le parole hanno perso ogni rapporto con ciò che designano? Ma questa assenza di rapporti non è una mancanza, e se lo è, è soltanto da questa mancanza che il linguaggio trae il suo valore, al punto che il più perfetto di tutti è il linguaggio matematico, che si parla in modo rigoroso e a cui non corrisponde alcun essere.
Dico: questa donna. Hölderlin, Mallarmé e, in generale, tutti coloro la cui poesia ha per tema l’essenza della poesia hanno visto nell’atto di nominare una meraviglia inquietante. La parola mi da ciò che essa significa, ma prima lo sopprime. Affinché io possa dire: «questa donna», è necessario che in un modo o in un altro io la privi della sua realtà di carne e ossa, la renda assente e la annienti. La parola mi dà l’essere, ma me lo dà privo di essere. È l’assenza di questo essere, il suo niente, ciò che resta di lui dopo che ha perduto l’essere, cioè il solo fatto che non è. Da questo punto di vista, parlare è uno strano diritto. Hegel, in questo amico e sodale di Hölderlin, in un testo precedente a La fenomenologia ha scritto: «Il primo atto con cui Adamo si rese padrone degli animali fu di imporre loro un nome, vale a dire li annientò nel pieno della loro esistenza (in quanto esistenti)».* Hegel vuol dire che a partire da quell’istante, il gatto cessò di essere un gatto soltanto reale, per diventare anche un’idea. Il senso della parola, quindi, esige come prefazione a ogni parola una sorta di immensa ecatombe, un diluvio preventivo che immerge tutta la creazione in un mare completo. Dio aveva creato gli esseri, ma l’uomo ha dovuto annientarli. È in quel momento che essi presero senso per lui, e li creò a sua volta a partire da questa morte in cui erano scomparsi; ma, al posto degli esseri e, come si dice, degli esistenti, non c’era più nient’altro che l’essere, e l’uomo fu condannato a non potersi avvicinare a nulla e non vivere nulla se non attraverso il senso che doveva far nascere. Si vide rinchiuso nel giorno, e seppe che questo giorno non poteva finire, perché la fine stessa era luce, poiché dalla fine degli esseri era venuto il loro significato, il loro essere. […] 

* Saggi riuniti sotto il nome di Sistema del 1803-1804. In Introduction à la lecture de Hegel, Alexandre Kojève, commentando un passaggio de La fenomenologia, mostra in modo magistrale come per Hegel la comprensione equivalga a un omicidio.

Da La letteratura e il diritto alla morte

Pubblicato nel 1949, La parte del fuoco è tra i primissimi tentativi da parte di Maurice Blanchot di ordinare le sue visioni e speculazioni sulla letteratura. Un’opera organica che indaga i libri dei grandi autori della contemporaneità per ragionare su che cosa sia il linguaggio letterario, questo fuoco che avvinghia e brucia chi scrive.
Ricorrendo agli strumenti della critica e della filosofia, nei ventidue saggi raccolti Blanchot non vuole spiegare i testi che analizza, né tenta di decifrarli o di interpretarli, ma si concentra sulle ragioni profonde e necessarie che li hanno generati. Attraverso le parole di scrittori del passato come Mallarmé, Kafka e Rilke, ma anche quelle dei coevi Hemingway, Sartre e Camus, Blanchot sfida l’enigma inesauribile del «fare» letteratura: quel meccanismo per cui il linguaggio si trasforma in una pira pronta ad avvolgere la parte di sé che si proietta sulla pagina. Con rigore, visione e lucidità, Blanchot ci mostra l’importanza della ripetizione, quale rapporto esista tra parola e morte e, soprattutto, come l’opera non sia determinata dalla scrittura ma dallo spazio vuoto lasciato da ciò che non può essere detto.
Libro seminale, dai contorni oscuri ma capace di influenzare generazioni di lettori, La parte del fuoco è un esercizio sull’impossibilità della letteratura, che si consuma nell’atto stesso di esistere abbandonando dietro di sé solo le braci della parola: un invito ambizioso a scoprire cosa rimane di noi dopo che siamo stati inghiottiti dalle fiamme della lingua.

Dal risvolto

M. Blanchot, La parte del fuoco, il Saggiatore 2025. Traduzione di Andrea Pitozzi.

Titolo originale: La part du feu, ©Gallimard 1969.

Maurice Blanchot (Quain, 1907 – Le Mesnil-Saint-Denis, 2003) è stato un romanziere, critico letterario e filosofo francese. Il Saggiatore ha pubblicato Lo spazio letterario (2018), Il libro a venire (2019), Passi falsi (2020), La scrittura del disastro (2021), e Thomas l’Oscuro (2023).

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