Esperienze

Da Sbundo a Morandi: tre forme d’apparizione, di Angelo Rendo

 

(Strano che “poeta” sia l’anagramma di “sbirro”)
Ben Lerner, Le luci

 

La fretta ci assale; non bisogna averne, sono solo, e non siamo molti. Poco mi muovo, sto fermo, sento di andare, vado. Lascio la prima persona sul posto e affido la seconda ad un viaggio di tre.

A Bologna, per Jonny Costantino, che con Fabio Badolato navigano su un crinale di profonda coscienza, affondo, lunedì 12 novembre, al Cinema Modernissimo, in Piazza Maggiore. Arrivo per primo e per primo me ne vado, scappo, è tardi, troppo, mi tiro e butto a terra due paletti con cordone in velluto, l’indomani si parte, i giorni zeppi, frenetici, assoluti nella visione e nel resto.

Pubblico molto vicino, assai partecipe, mai visto tanto affetto. Io con loro.

Del film, Sbundo, che ha quasi chiuso la mia breve bolognese, potrò dire poco.
E quel poco passa per tre momenti. Nel primo, siamo in viaggio con lo straordinario protagonista catanzarese, Vito Catania, che dispiega la sua angoscia e la nostra su quel nastro aspro e deserto di strada interminabile, e che Gershwin clamorosamente punteggia, regalandoci un brano di cinema che, scartando di lato la luce, ci inchioda sulla sedia dell’ammirazione.
Il secondo momento, poi, tiene Catania avvinghiato al suo umor nero: un monologo che è lingua del tradimento. Il dialetto catanzarese inceppato, a strascico, come una rete bucata dalla quale scappano i pesci.
Per ultimo, il terzo, il finale, con le luci dei lampioni che diventano sempre più grandi quanto più aumenta la velocità dell’auto, dal cui tettuccio guardiamo, e la Casta Diva detona e fa lune scentrate dei lampioni. Stelle imbizzarrite della fine.

 

 

Badolato e Costantino passano oltre la materia dell’arte. Materia non ce n’è. C’è questo uomo, Vito Catania, il cui nome e cognome, per un pelo, non è diventato il titolo del film, perché di questo si tratta: dell’umanità scompagnata e fuori dal giro. Di ciò che resta perché deve restare.

*

Renato Guttuso è un pittore epico, popolare, di una raffinatezza kitsch. Così la sua pietà laica, il suo capolavoro – ovvero I funerali di Togliatti, un mosaico ideologico di non comune potenza – scuote e avvampa e calamita dentro quel canale oscuro e collettivo della visione che troviamo già apparecchiato nel “Trionfo della Morte” palermitano. Eppure, in questo eccesso, nel debordare vitalistico dove vivi e morti si mescolano, ideologia, potere e santità si intrecciano, troviamo una verità: la morte istituzionalizzata, assente, altro dal fragore emanante dal “Trionfo”, quel sommesso stampo di cupe stanze, l’irrimediabile.

*

Quindi, mi avvio timidamente verso Giorgio Morandi, per scomparirvi, fianco a fianco col rigoglioso incedere di vasi e bottiglie, di paesaggi afoni e drammatici, di scongiuri dipinti e pennellate faticose di un pittore in pieno spossessamento. Qui la commozione, il pianto trattenuto; e un lutto che schiera i suoi santi, i quali, per minime variazioni rinfocolano i demoni dell’intimo. E di tutta Bologna, città che parla quanto più ammutolisce.

 


Sbundo, il film di Fabio Badolato e Jonny Costantino è stato presentato al Cinema Modernissimo di  Bologna il 10 novembre 2025.

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