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Jón Kalman Stefánsson, Quando i diavoli si svegliano dèi, Iperborea 2023

 

Non so se morire
sia il fondo del mare o la cima di un monte

 

uno

Arriva l’autunno
l’autunno arriva sempre
perché il tempo scorre
si nota da chi muore
e da chi ancora vive

Si è detto e scritto così tanto
sulla vita

vivere è una responsabilità, una danza,
una china, un contatto,
un caffè che si scalda, tu che mi guardi;
tutto questo e molto, molto
altro perché la vita
non è uno standard internazionale,
un marchio registrato, non è un comandamento divino,
la sconsideratezza del caso, una mano di carte
che qualcuno ha giocato; questo è certo,
in ogni modo
si tratta solo di parole, ancora una volta

parole

e dobbiamo fare di meglio

 

due

Vedi, nel nostro mondo
il tempo scorre più lento in pianura
e certo ancora più lento sul fondo del mare,
molto lento, ma noi laggiù non andiamo, altrimenti
anneghiamo, dopo non avremo più bisogno
di dipendere dal tempo, né dalla forza di gravità;
è legato appunto a questo, alla gravità,

che alimenta l’umore degli dèi,
piega il tempo al suo volere, gli
impartisce ordini, e per questo
manca un punto fermo in tutto quello che è stato
detto della vita finora,
da Hegel, Kant, Heidegger, o come
si chiamano, tutti quei filosofi, manca un punto fermo,
la cassa di risonanza

«Cassa di risonanza» però qui non ci sta bene,
cancelliamola, il maggiore difetto nei loro
scritti è che
non citano mai la gravità,
non la prendono in considerazione
nei loro calcoli,
nelle conclusioni –

è come dimenticare
di mettere il legante nella malta

all’apparenza l’impasto sembra normale
però non tiene
se non forse nel cuore della notte,
poi si squaglia, cola
e dobbiamo preparare una malta nuova,
laureare filosofi nuovi. Tutto dipende
dalla forza di gravità; è il legante a tenere
insieme l’impasto che chiamiamo vita,
l’esistenza, l’universo
lascia
che ti spieghi

L’effetto della forza di gravità aumenta
più ci si avvicina ai bassopiani,
è più intenso in pianura,
più lieve sui monti, spaventoso sul fondo del mare,
come abbiamo già detti, meglio non andarci
altrimenti si muore, restiamo in pianura,
dove in genere si vive

ignari che la forza di gravità
è talmente forte nella nostra esistenza che rallenta
il tempo

Sulla superficie della terra,
in pianura, si dice da qualche parte,
il tempo è una catena, un macigno, invece in aria
è più simile ad ali, per esempio sui monti,
secondo
questa teoria risulta

più fastidioso, pesante, anche più noioso, vivere
i propri giorni in Olanda, in Danimarca, piuttosto che in Italia,
in Islanda, tanto per fare un esempio, perché
nelle pianure non sfuggi mai
al tempo, proprio come all’inferno dove
i secondi te li trascini dietro e ciascuno
pesa come un sacco di cemento

così suona
la legge della gravità, la sua forza
è maggiore in superficie – escludiamo il fondo del mare,
ti ricordi, è il regno dei morti – nella vita la sua
forza è più intensa e potente in superficie,
ogni secondo pesa più che in aria, per questo
le dita dei piedi sentono il tempo più della testa.

Quindi la conclusione, il succo,
è che sulla superficie terrestre,
in pianura, il tempo è costante, incessante,
ti rode le dita dei piedi, sempre
si fa sentire, ed è il motivo per cui talvolta
le dita sembrano
irascibili nani ottantenni, con
un diavolo per capello, mentre la testa, l’ampio salone
e quello che c’è dentro, può avere qualsiasi età,
vale a dire, se lo vogliamo. Possiamo
chiamarla libertà, sì,
chiamiamola libertà

 

tre

Arriva l’autunno, di nuovo,
perché il tempo scorre, ovunque, nel nostro mondo
eppure mai con velocità costante, con grande
rigore sulla terra, in superficie,
in pianura, ma con più swing, più spensierato
se non frenetico sui monti
nella nostra testa

Giungono scarse notizie dai morti
che dimorano nell’incertezza dell’eterno
non so se morire è
il fondo del mare o la cima di un monte, ma chi
è vivo può scegliere, è libertà, responsabilità,
esultanza, terrore
può scegliere
se invecchiare al ritmo dei piedi
o della testa

Arriva l’autunno, fa scuro
verso il nuovo anno, vivere
non è uno standard internazionale né
un marchio registrato, vivere
è superare la forza di gravità del tempo
nella testa, lasciare che siano le dita dei piedi a invecchiare

e allora farà più chiaro verso un nuovo anno.

 

«Mentre bevo un caffè caldo, nero, / rovesci di ghiaccio sferzano la finestra, / un gattino di sei mesi sonnecchia mordendo / la mano di chi scrive queste righe, / e una cagna di nove anni dorme, / acciambellata ai suoi piedi, / grata per la vita.» Protagonista di questa raccolta in versi di Jón Kalman Stefánsson è la quotidianità, vissuta in una stanza ai confini del mondo, a Reykjavík, con le incombenze da gestire, il chiasso dei vicini, i fiordi in lontananza e le montagne che non possono fare altro che brillare di neve. Ma anche in questo angolo appartato e all’apparenza protetto irrompe il dolore, sotto forma delle grandi tragedie del nostro tempo: i ghiacciai che si sciolgono, i mari punteggiati di plastica, i naufragi al largo della Sicilia, un attentato terroristico, il campo profughi di Lesbo. In un mondo che cambia e spaventa, pronto a inghiottire anche il microcosmo islandese, le poesie sono «notizie dalla vita» che la morte non può sconfiggere. E se i piedi del poeta sono ben piantati nella realtà, il suo sguardo la trascende, è rivolto all’amore, all’infinito e all’eterno. È in quella fessura tra la ragione e il sogno che la poesia sa guardare, anche quando ha gli occhi ormai ciechi di Borges. È lì che basta un disco di Nina Simone perché da un comune appartamento di città si apra una finestra sull’assoluto. Dopo decenni da romanziere, Stefánsson ritorna al primo amore, la scrittura in versi, con piccoli distillati di humour ed epifanie sull’arte e l’esistenza in cui echeggiano i suoi miti, dai Beatles a Tom Waits fino a Wisława Szymborska.

J.K. Stefánsson, Quando i diavoli si svegliano dèi, Iperborea 2023. Traduzione di Silvia Cosimini.

Titolo originale: Djöflarnir taka á sig náðir og vakna sem guðir, Benedikt 2021.

Jón Kalman Stefánsson. Nato a Reykjavík nel 1963, ex insegnante e bibliotecario, si dedica alla poesia prima di passare alla narrativa, distinguendosi subito per una lingua di singolare ricchezza evocativa e diventando uno dei più amati scrittori nordici. Attraverso potenti affreschi dell’Islanda di ieri e di oggi, i suoi romanzi affrontano le grandi domande dell’uomo, la vita, l’amore, il senso ultimo dell’esistenza, il potere dell’arte e della letteratura. Più volte nominato al Premio del Consiglio Nordico, con Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto il Premio Islandese per la Letteratura. Iperborea ha pubblicato anche la trilogia Paradiso e infernoLa tristezza degli angeli e Il cuore dell’uomo, il dittico I pesci non hanno gambe e Grande come l’universo e i romanzi Storia di Ásta e Crepitio di stelle, oltre alla raccolta di poesie La prima volta che il dolore mi salvò la vita.

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