Esperienze

Wolfson: le lingue straniere, le scommesse e le bombe, di Giuseppe Zuccarino

 

Nel 1963, un giovane e sconosciuto statunitense, Louis Wolfson, spedisce per posta da New York alle edizioni Gallimard di Parigi un corposo dattiloscritto in francese. Il titolo, Le Schizo et les langues ou La Phonétique chez le psychotique, è seguito da un ulteriore chiarimento indicato fra parentesi: Esquisses d’un étudiant de langue schizophrénique[1]. L’insolito volume viene affidato, per una valutazione, a due autorevoli lettori della casa editrice, Raymond Queneau e Jean Paulhan. Il primo esprime un giudizio molto positivo, mentre il secondo si pronuncia in senso opposto, ritenendo che il testo wolfsoniano sia carente sul piano della composizione e necessiti di una radicale revisione a livello formale. La divergenza di pareri rischierebbe di stroncare sul nascere le possibilità di pubblicazione, se non fosse che Queneau si attiva in maniera diversa: propone infatti ampi estratti dell’opera alla rivista di Sartre, «Les Temps Modernes», che li pubblica nel 1964[2]. In quell’occasione, la cura del testo viene affidata allo psicoanalista Jean-Bertrand Pontalis, che decide di non correggere le stranezze stilistiche del dattiloscritto. Questa prima apparizione parziale dell’opera di Wolfson non passa inosservata. Ad esempio, il filosofo Gilles Deleuze fa riferimento ad essa in un saggio nel quale mette a confronto gli scritti di Lewis Carrol e di Antonin Artaud[3].

Più tardi, le edizioni Gallimard decidono di pubblicare l’intero libro wolfsoniano, a condizione che il testo venga rivisto. Pontalis, che dovrebbe occuparsi di ciò, si scontra col fatto che Wolfson continua a inviare nuove pagine da aggiungere e inoltre vorrebbe che nel volume si adottasse un’ortografia francese da lui intenzionalmente «riformata». Alla fine si arriva ad un compromesso, per cui nel libro la grafia sarà quella normale, ma in appendice verranno offerte alcune pagine nella forma voluta dall’autore. Per impedire che l’opera venga percepita come un prodotto di interesse esclusivamente clinico, Pontalis pensa di farla precedere da due prefazioni, che chiede rispettivamente al grande linguista Roman Jakobson e a Deleuze. Il primo, pur dicendosi interessato, declina l’offerta a causa dei molti impegni già presi, mentre il filosofo accetta, scrivendo il testo che figurerà in apertura del libro di Wolfson quand’esso, nel 1970, verrà finalmente edito[4].

Ricordiamo che l’opera è di carattere autobiografico, per quanto l’autore parli sempre di sé in terza persona, designandosi con formule come «lo studente di lingue schizofrenico», «lo studente mentalmente malato» o «lo studente di idiomi demente». La scelta, da parte di uno statunitense, di adottare come medium linguistico il francese, dipende in questo caso dal pervicace rifiuto dell’inglese in quanto lingua materna, proprio nel senso letterale di «lingua parlata dalla madre». In effetti, l’attitudine di Wolfson nei confronti della genitrice non è priva di ostilità. Il trattamento riservato al linguaggio e il rapporto con la madre sono dunque strettamente legati, come ha notato, fra gli altri, Maurice Blanchot: «Per Wolfson, è sulla sua stessa lingua che verte il lavoro, affinché, laddove il rapporto delle parole con le cose è divenuto materiale e non più di significazione […], si trovi il modo di tenere a distanza la “malvagia materia malata”, il funesto oggetto materno»[5].

Il volume si apre con un’autopresentazione: «Il giovane schizofrenico era magro, come lo sono molti in condizioni mentali analoghe. In effetti sembrava piuttosto denutrito. Forse era anche in stato confusionale, o perlomeno, a quanto pare, sua madre riteneva a volte che fosse così. […] A causa della vita sedentaria, quasi da invalido (cosa che in effetti era, da più punti di vista), aveva una scarsissima muscolatura ed era molto debole. Forse tale debolezza costituiva un fattore importante nella grande paura espressa dai suoi occhi spalancati: paura della natura come pure dei suoi simili, paura della morte e altrettanto, in qualche modo, della vita. Il suo volto e in particolare la bocca sembravano perlopiù contratti in una smorfia in cui si mescolavano tristezza e dolore […]. Il giovane era stato ricoverato in vari ospedali psichiatrici, e quasi ogni volta il suo ricovero, e forse anche l’ammissione automatica, erano state concordate preliminarmente, a sua insaputa, dalla madre, come si fa molto spesso, in maniera sorniona, con le persone che gli psichiatri giudicano, o quanto meno affermano, essere malate. In questo caso la diagnosi era stata di schizofrenia, termine derivato dal greco e che, sul piano etimologico, significa: mente scissa»[6].

Già qui emerge, in maniera affascinante, il tono che caratterizzerà l’intero libro: una sottile e divertente ironia che, a seconda dei casi, Wolfson indirizza verso se stesso o verso gli altri, unita però a una lucidità amara e spietata, persino quando si tratta di ammettere o descrivere il carattere irrazionale delle proprie idee e dei propri comportamenti. Risulta subito chiaro il ruolo-chiave che spetta alla figura materna, anche perché tanto il padre biologico, separatosi dalla consorte, quanto il patrigno che ne ha preso il posto si interessano poco al giovane Louis. Veniamo dunque informati di alcune caratteristiche della madre, come ad esempio il fatto che da giovane ha perso un occhio, sostituito con una protesi di vetro, che in casa ama suonare con l’organo elettrico melodie di vecchie canzoni, e soprattutto che parla molto, con voce alta e acuta. Ciò non è privo di rapporti con l’insorgere, nel giovane schizofrenico, di una crescente avversione per l’inglese e, in parallelo, di una forte passione per lo studio delle lingue estere (in special modo francese, tedesco, russo ed ebraico). Tale studio ha per lui uno scopo del tutto personale: «Siccome era pressoché impossibile non ascoltare la propria lingua natale, egli tentava di sviluppare dei mezzi per convertire quasi istantaneamente in vocaboli stranieri le parole di tale lingua (specie alcune, che trovava fastidiosissime) ogni qual volta esse penetravano nella sua coscienza, a dispetto degli sforzi che faceva per non percepirle. Tutto ciò al fine di poter immaginare, in certo modo, che non ci si rivolgesse a lui in quella maledetta lingua, la sua lingua materna, l’inglese»[7]. Le varie tecniche adottate per difendersi verranno gradualmente spiegate nel corso del libro.

Il padre biologico ha mantenuto il diritto di trascorrere alcune ore col figlio ogni sabato pomeriggio, cosa che fa con scarso impegno e cercando di scegliere passatempi gratuiti o poco costosi. Solo in rari casi il giovane riesce a convincere il genitore (che, come la sua ex moglie, è ebreo e proviene dall’Europa dell’est) a parlargli in yiddish, nel qual caso diviene possibile rispondergli in tedesco, data la somiglianza fra le due lingue. Quindi, per evitare di udire discorsi in inglese, lo «schizo» trascorre perlopiù quelle ore occludendosi le orecchie con le dita e leggendo libri in lingue straniere. Tuttavia, il fatto che il padre si vanti di conoscere qualche parola di russo e gli segnali le somiglianze fonetiche tra questi vocaboli e certe parole inglesi lo incoraggia a generalizzare tale procedimento. Così, ad esempio, egli nota che tree (albero) ha in comune col corrispondente termine francese arbre la consonante r, mentre «la t dell’inglese tree diveniva, nelle mente dello schizofrenico, l’ebraico èts […], che naturalmente significa albero»[8]. Enunciata così, la cosa sembra semplice, ma in realtà ad essere attivato è un meccanismo assai più complesso, che coinvolge una grande varietà di idiomi: «Le parole che significano latte in alcune lingue germaniche sono milk (inglese, e la i è breve e aperta […]), mælk (danese e pronunciato pressappoco mèlg) e Milch (tedesco […]), mentre in polacco si dice mleko (l’accento d’intensità è sulla prima sillaba, mentre e ed o sono aperte) e in russo moloko (le prime due o sono ridotte e pronunciate come a[9].

Deleuze fa giustamente notare che la tecnica wolfsoniana non investe soltanto i singoli vocaboli, ma implica anche la conversione di unità linguistiche più ampie: «Per esempio, la frase don’t trip over the wire! (non inciampare sul filo) diventa tu’nicht (tedesco) trébucher (francese) über (tedesco) èth hé (ebraico) zwirn (tedesco)»[10]. È in causa un metodo laborioso, per cui lunghissimi passi del libro vengono dedicati a illustrare in dettaglio, e con precisa terminologia tecnica, trasmutazioni di questo genere. Ciò non basta certo a fare di Le Schizo et les langues un trattato di linguistica, dato che la finalità dell’autore è del tutto diversa. Tuttavia, in rapporto ai suoi scopi specifici, il procedimento si rivela efficace, giacché, tramite la scoperta di somiglianze fonetiche che consentono il passaggio mentale ad altri idiomi, le parole inglesi vengono rese inoffensive. Un altro filosofo, Michel Foucault, osserva appunto che, «grazie a questi leggeri ponti gettati da una lingua all’altra, e sapientemente calcolati in anticipo, la fuga può essere istantanea, e lo studente di lingua psicotico, non appena assalito dal furioso idioma della madre, si ritira all’estero e, finalmente, può udire solo parole pacificate»[11].

Deleuze rileva certe somiglianze tra le pratiche linguistiche del giovane schizofrenico e quelle ideate in precedenza da uno scrittore eccentrico, anche lui vittima di disturbi mentali, ossia Raymond Roussel[12]. Ma nel contempo evidenzia la diversità di intenti fra i due autori: «Il libro di Wolfson non appartiene al genere delle opere letterarie o opere d’arte, e non avanza tale pretesa. Ciò che rende il procedimento di Roussel lo strumento di un’opera d’arte, sta nel fatto che lo scarto di senso tra la frase originaria e la sua conversione viene colmato dal proliferare di storie meravigliose, che respingono sempre più lontano il punto di partenza, lo ricoprono e finiscono col nasconderlo del tutto. […] Non accade lo stesso in Wolfson: uno scarto, vissuto come patogeno, permane sempre tra la parola da convertire e quelle che risultano dalla conversione»[13].

Secondo lo studente di lingue, oltre che con i discorsi in inglese, la madre ha un altro modo per infastidirlo: consiste nel mostrare «al proprio figlio alienato, senza dubbio al fine di stimolarne l’appetito, due o tre cibi attraenti, o perlomeno i loro contenitori, visto che erano ancora chiusi proprio come quando lei li aveva acquistati (il figlio sembrava avere un forte timore di contaminarsi con uova o larve di vermi parassiti): datteri farciti di noci, dolci di frutta e noci, conserve di frutta, varie torte salate e simili – non sempre i prodotti migliori dal punto di vista nutritivo. Lei gli portava un solo contenitore alla volta – nello studio in cui era seduto alla grande scrivania di mogano – e lo agitava davanti alla sua faccia, mentre lui aveva lo sguardo rivolto verso il libro che leggeva in quel momento, tenendo entrambe le orecchie tappate con le dita per non ascoltare la madre»[14]. Spesso il figlio cede alla tentazione, e appena la genitrice è uscita di casa si abbuffa di cibo fino a star male.

È come se l’aggressione tramite le parole (ad esempio quando la madre si avvicina di soppiatto alla porta dello studio, la apre e pronuncia a voce alta una frase in inglese prima che il figlio abbia avuto il tempo di chiudersi le orecchie) e quella tramite il cibo poco salutare (sia perché contiene grassi saturi, sia per la possibile contaminazione da parte di germi e larve) fossero complementari fra loro. Del resto, anche mentre mangia, lo psicotico deve fare attenzione a non leggere le scritte in inglese che figurano sulle confezioni dei cibi, o perlomeno a sostituire mentalmente i vocaboli su cui è caduto il suo sguardo con altri, simili per suono e senso ma appartenenti a lingue straniere. Lo stesso faticoso sforzo dev’essere compiuto dal giovane quando gli tocca ascoltare le melodie che la madre suona col suo rumoroso organo elettrico; infatti sono quelle di vecchie canzoni di cui sfortunatamente egli ricorda, almeno in parte, i testi in inglese. Ma un’altra tecnica difensiva da lui scoperta, e spesso adottata, consiste nel collegare delle cuffie a una radiolina a transistor o a un piccolo magnetofono a cassette, cosa che gli consente di ascoltare, anche mentre sta camminando per strada, trasmissioni in lingue estere o musica classica (e ciò parecchi anni prima che venga messo in commercio il walkman).

Dati gli evidenti problemi dello schizofrenico a relazionarsi con gli esseri umani in genere, è facile capire che anche i suoi rapporti con le esponenti dell’altro sesso comportano per lui ostacoli di rilievo, e in tal senso neppure il suo rassegnarsi a frequentare talvolta delle prostitute semplifica le cose. Se egli si decide a prendere tale iniziativa non è tanto sulla spinta del desiderio, quanto piuttosto con la speranza di alleviare la propria malinconia cronica. In maniera retrospettiva, Louis accenna a qualche disastroso incontro di quel genere, nel corso del quale egli si è rivelato pressoché impotente. Ma l’episodio a cui dedica maggiore attenzione riguarda il suo approccio a una bella ragazza, anch’essa appartenente alla categoria delle prostitute. Già il dialogo fra loro risulta bizzarro perché, mentre lei si mostra nel contempo disinibita e gentile, lo psicotico continua a enunciare frasi maldestre e inadatte alle circostanze. Quando poi i due si ritrovano da soli, e svestiti, in una camera d’albergo, le défaillances del giovane continuano, sicché, nonostante i tentativi della ragazza di agevolarlo, egli non riesce ad avere un rapporto sessuale completo. Tutto ciò viene descritto dall’autore con buffa e impietosa dovizia di dettagli.

Anche se brani come quello a cui abbiamo appena fatto riferimento potrebbero indurre a sottolineare la componente umoristica del libro, occorre non perderne di vista altri, dai quali si desume che la condizione del giovane comporta patimenti che non sono soltanto di ordine psicologico. Ad esempio, per lui, le ricorrenti degenze negli ospedali risultano tanto tormentose quanto vane: infatti, «malgrado i venti elettrochoc […] e malgrado i cento choc insulinici, meno violenti ma ognuno dei quali durava per oltre due ore, il malato restava sempre schizofrenico, dopo più di dieci anni dall’inizio del trattamento psichiatrico attivo e costrittivo»[15]. Il giovane, dunque, ammette senza reticenza il persistere dei propri disturbi mentali, ma nondimeno è restio a collaborare con i terapeuti durante i ricoveri, e persino pronto ad evadere con astuzia dall’ospedale appena gli si presenta un’occasione favorevole. Del resto, a suo giudizio, il fatto di essere stato classificato fin da quando era bambino come folle era dipeso soprattutto dalle «opinioni arbitrarie degli psichiatri, i quali tuttavia esercitavano un certo prestigio sul pubblico e disponevano quindi della forza bruta per mettere in atto […] ciò che deducevano dalle loro supposizioni e dai loro pregiudizi individuali. Per di più, tale presunta malattia gli sembrava riguardare quasi solo le idee, i desideri, la volontà, la condotta, tutte cose soggette, se non altro qualche volta, a un mutamento improvviso […]. E dunque le cosiddette malattie psichiche gli parevano, almeno nella maggior parte dei casi, essere di competenza della filosofia o della sociologia, o persino della religione e della politica, piuttosto che della medicina»[16].

Ciò che rende il giovane assai poco socievole è la sua sfiducia negli esseri umani in generale, che giudica «stupidi, impotenti, ipocriti, incoerenti, più o meno abietti»[17]. Il libro, peraltro, illustra come in numerose circostanze le altre persone, col loro comportamento, mettano in imbarazzo lo schizofrenico. Ad esempio, i vicini di casa scherzano su di lui perché conoscono la sua condizione mentale e hanno modo di assistere quando viene prelevato dalla polizia per un ricovero coatto; se viaggia sui mezzi pubblici, egli si sente osservato a causa del suo strano aspetto; nelle biblioteche che frequenta, i custodi lo tengono d’occhio con diffidenza; il suo tentativo di uscire con una ragazza della sua età risulta fallimentare, tanto che lei finisce coll’umiliarlo prendendolo a schiaffi in presenza di altri giovani.

Tuttavia, nella parte finale del volume, emergono a tratti considerazioni meno pessimistiche, dalle quali traspare «la speranza che dopotutto […] il giovane malato di mente tornerà un giorno ad essere capace di impiegare normalmente quella lingua, il famigerato idioma inglese», così come l’idea più generale che forse «era moralmente giusto vivere, voler vivere, evitare il dolore e le cose nocive»[18]. Questi sono soltanto pensieri effimeri, ma un cambiamento psicologico si è verificato davvero, e proprio grazie alla stesura di Le Schizo et les langues. Lo dimostra il fatto che, nell’appendice finale, lo scrivente può ormai attribuirsi la qualifica di autore: «Se l’autore deve scusarsi di aver scritto e fatto pubblicare questo libro, lo fa seduta stante. Ma, avendo letto alcuni volumi in lingue diverse, possedendo una macchina da scrivere, essendo a corto di soldi […], egli pensava di poter, e magari dover, scrivere un libro (cosa che non poteva avvenire nella sua lingua materna). […] Pur pensando, all’inizio, di scrivere qualcosa che riguardasse soprattutto lo studio delle lingue, il risultato del suo lavoro è senza dubbio una mostruosità che potrebbe interessare gli psichiatri, con le loro teorie di complesso edipico, istinto di morte…, piuttosto che i linguisti»[19].

Ma per quanto il volume sia stato incluso in una collana di psicoanalisi, al momento della pubblicazione gli studiosi dei disturbi mentali non ne hanno parlato, probabilmente perché lo giudicavano spiazzante (la loro attenzione verso il libro si sarebbe manifestata solo in seguito). Sono invece alcuni scrittori a segnalare, con grandi elogi, l’importanza e il valore di Lo Schizo et les langues: basti pensare al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio e allo statunitense Paul Auster[20]. Quest’ultimo scrive: «L’opera che dà nuova vita alla nostra idea di letteratura, che ci infonde sensazioni nuove riguardo a ciò che la letteratura può essere, è l’opera che cambia la nostra esistenza. Spesso appare improbabile, come se fosse emersa dal nulla, e dato che si pone così inesorabilmente al di fuori della norma, non abbiamo altra scelta che quella di creare per essa un posto nuovo. Le Schizo et les langues […] è uno di tali libri»[21].

Nel frattempo, Wolfson non demorde e redige una versione modificata del proprio volume, dal titolo L’épileptique sensoriel schizophrène et les langues étrangères ou Point final à une planète infernale, che resta inedita nel suo complesso, per quanto alcuni frammenti, nel 1977 e 1978, appaiano in rivista[22]. È interessante aggiungere che, nello stesso periodo, il poeta e regista Nelo Risi intende realizzare un film liberamente ispirato a Le Schizo et le langues, e ne chiede l’autorizzazione all’autore. Quest’ultimo, acconsentendo, gli invia il dattiloscritto della nuova versione. Il progetto cinematografico naufraga, ma Risi lo trasforma in un testo teatrale che viene edito in volume[23].

Più tardi, il non più giovane Wolfson intraprende la stesura di un’altra opera, che verrà pubblicata nel 1984 col bizzarro titolo allitterativo Ma mère, musicienne, est morte de maladie maligne mardi à minuit au milieu du mois de mai mille977 au mouroir Memorial à Manhattan[24]. Anche stavolta il libro è scritto in francese e appare in una collana di carattere psicoanalitico[25]. Se dal punto di vista del contenuto autobiografico l’opera sembra presentarsi come il seguito di Le Schizo et les langues, ciò non deve indurre il lettore a sottovalutare le novità, che sono rilevanti. In Ma mère, musicienne, est morte… il discorso viene condotto in prima persona, dunque Wolfson cessa di raffigurarsi dall’esterno nelle vesti dello «studente di lingue schizofrenico», e analogamente la madre non è più una figura quasi simbolica, ma acquista un’identità concreta e un nome proprio, quello di Rose Minarsky. Poiché il libro cita numerosi estratti, riportati in corsivo, del diario da lei scritto nel corso della propria malattia, Wolfson aveva addirittura pensato di indicare la madre come coautrice dell’opera. A ulteriore conferma dell’avvicinamento ai dati biografici reali, il volume contiene anche, fuori testo, otto fotografie raffiguranti sia Rose che lo stesso Louis.

Molto importante è il fatto che, a sorpresa, in Ma mère, musicienne, est morte… la tematica linguistica sparisce quasi del tutto, sostituita da altri argomenti, a cominciare da quello indicato nel lunghissimo titolo. Quest’ultimo, a detta dell’autore, vuole evidenziare la coincidenza, tanto improbabile sul piano statistico da essere significativa, dei vocaboli francesi relativi all’ora, al giorno, al luogo e alla malattia (un «mesotelioma metastatizzante») che hanno caratterizzato il decesso della madre. In effetti, come Wolfson comunica subito al lettore, «oltre a quei maledetti brocchi, è il cancro di cui devo trattare in questa testimonianza, sebbene sia piuttosto quello di mia madre e un po’ anche quello, terribile caso!, da cui è colpito il pianeta azzurro, il terzo del nostro sistema solare, la Terra!»[26]. Se i «brocchi» alludono a una nuova e ossessiva abitudine dello psicotico, che consiste nello scommettere sui risultati delle corse ippiche, anche l’idea della malattia planetaria svolge un ruolo di rilievo nel libro. Infatti, secondo Wolfson, oltre a combattere i tumori che colpiscono molti individui, occorrerebbe «soprattutto guarire i cancri giganti, quelli degli “astri erranti” (cosa per cui si rivelerebbero efficaci, in fin dei conti, solo quantità enormi di radioattività)»[27]. Il tono adottato dall’autore in quest’opera è spesso violento e sardonico, sicché non resta nulla delle narrazioni più distaccate (anche per via dell’uso frequente dei verbi al condizionale) che si incontravano in Le Schizo et les langues.

È quasi inutile dire che il modo in cui Louis effettua le sue puntate sulle corse dei cavalli non è quello consueto, ma dipende da ragionamenti assai strambi: «In quell’epoca della mia vita confusa, io frequentavo “religiosamente” (quasi ogni giorno) l’una o l’altra delle numerose piste ippiche della regione metropolitana, e talvolta due nello stesso giorno (dunque il pomeriggio e la sera). Le doppie escursioni avevano luogo soltanto in occasione di certe feste nazionali o religiose (ebraiche o cristiane) poiché, per esempio, molti proprietari di cavalli, che sembravano poter essere coinvolti (a giudicare dalla consonanza del loro nome) in questa o quell’altra festa, avevano tendenza a vincere, così mi sembrava, proprio quel giorno»[28]. Il metodo solitamente adottato da Louis per le scommesse consiste quindi nel cercare un nesso fra i nomi dei cavalli, oppure dei fantini o dei proprietari, e determinati popoli (ebrei, italiani, canadesi, irlandesi), specie in rapporto al ricorrere, nel calendario, delle rispettive festività. Ma talvolta a suggerirgli le puntate più opportune sono eventi o anniversari di carattere storico o politico, e persino dettagli marginali come il numero di giri di riscaldamento che i fantini fanno compiere ai loro animali prima della gara. Egli deve ammettere che solo in rari casi i suoi calcoli si rivelano efficaci, sicché alla lunga le somme da lui perse superano di parecchio quelle vinte. Presumendo, a ragione, che il lettore si chiederà da dove provenga il denaro da lui destinato al gioco, spiega che si tratta dell’eredità ricevuta alla morte del padre biologico, nonché del modesto sussidio statale dovuto al fatto che uno psichiatra lo aveva «diagnosticato come schizofrenico fin dall’infanzia e incapace di lavorare»[29].

Wolfson ascrive a merito della madre – verso la quale, rispetto al libro precedente, il suo atteggiamento sembra essere molto cambiato – il fatto che lei tolleri la sua nuova e dispendiosa mania, e talvolta persino lo accompagni negli spostamenti in autobus da casa all’ippodromo. Forse anche per via di questo migliorato rapporto con la genitrice, Louis non si disinteressa affatto alla comparsa, e al progressivo aggravarsi, del cancro da cui lei viene colpita. Anzi, dato che non si fida delle parole dei dottori che la visitano, cerca di saperne di più sull’argomento leggendo numerosi libri di medicina. Dapprima i sintomi materni consistono soltanto in dolori addominali e gonfiore, ma sono sufficientemente sospetti da indurla a farsi ricoverare per accertamenti in un centro specializzato nella cura dei tumori, il Memorial Hospital di Manhattan. Basandosi sia sui propri ricordi che sulle pagine scritte da Rose, Wolfson ricostruisce in dettaglio lo sviluppo della malattia. Mentre la madre, nel suo diario clinico, si limita a registrare con precisione le visite e le terapie a cui viene sottoposta, egli aggiunge a tali annotazioni dei commenti personali, nei quali giudica in maniera severa, e talvolta feroce, il comportamento dei medici. Li ritiene ad esempio inclini a effettuare sulla paziente esami tanto dolorosi quanto inutili. Dal libro precedente avevamo appreso che le fantasie erotiche del giovane vertevano sull’immagine di un’infermiera intenta a praticargli, in maniera energica, un clistere, ma nel nuovo contesto ospedaliero persino tale immagine cambia di segno, giacché quando a subire con eccessiva frequenza tale trattamento è la madre, Louis si indigna e giudica ciò deplorevole.

Egli prova davvero apprensione per Rose – specie dopo che la donna viene sottoposta a un drastico intervento chirurgico all’intestino, nel tentativo di rimuovere la parte più intaccata dal tumore –, ma ciò non gli impedisce di mantenere le proprie abitudini, come quelle di ascoltare alla radio i programmi in lingue estere o di recarsi assiduamente all’ippodromo. Del resto, anche verso le persone in generale il suo atteggiamento non è cambiato: la lingua inglese continua a suscitargli fastidio, sicché egli fa un uso costante del proprio walkman artigianale ed evita, per quanto può, di parlare con gli altri, a cominciare dal patrigno, che considera una persona infida.

Paradossalmente, il radicale pessimismo di Louis trova conforto «nel fatto che si continuavano a costruire bombe atomiche e termonucleari […] e che forse si sarebbe giunti, nonostante tutto, al suicidio collettivo totale»[30]. A un lettore italiano, non sfuggirà la somiglianza tra questo sogno di autodistruzione della specie umana tramite le bombe, e il finale di un romanzo primonovecentesco, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, nel quale il protagonista immagina la futura invenzione di «un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli», ed auspica che un giorno qualcuno possa collocare tale esplosivo al centro del pianeta, dove esso avrà modo di esercitare il massimo effetto; dopo di che, «ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie»[31]. È proprio ciò che pensa Wolfson, il quale, a conferma, cita persino una frase papale: «Come diceva lo stesso papa Giovanni Paolo II, “L’umanità è una grande malata”. D’accordo, e il trattamento migliore è l’eutanasia planetaria completa e definitiva»[32]. Deleuze osserva che per Wolfson «la sola “giustificazione” della vita sarebbe che gli atomi bombardassero una volta per tutte la Terra-cancro e la restituissero al grande vuoto: soluzione di tutte le equazioni, l’esplosione atomica. Così lo studente combina sempre più le proprie letture sul cancro […] con l’ascolto dei programmi radio a onde corte, che gli annunciano le possibilità di un’Apocalisse radioattiva per farla finita con ogni cancro»[33].

Fin dalle prime pagine del libro, si instaura in maniera regolare l’alternarsi delle tre tematiche – la malattia materna, le scommesse sui cavalli e la soppressione dell’umanità –, contribuendo a rendere l’opera decisamente strana e perturbante. Il narratore si sofferma a descrivere una quantità di episodi, ma in sostanza, dal suo punto di vista, le cose vanno male su tutti i fronti: infatti, nonostante qualche fase di apparente remissione, il cancro materno peggiora, le puntate alle corse ippiche causano più perdite che guadagni, la sperata apocalisse nucleare tarda ad arrivare. Anche se non mancano del tutto, nel corso del testo, i passi divertenti, prevale senz’altro un tono irritato, come si evince dalle frasi sferzanti dirette non solo contro certe categorie (i medici, i politici) o certe etnie, ma anche contro singole persone, con cui lo psicotico ha avuto occasione di imbattersi a suo danno. È il caso dell’autista d’autobus di colore che un giorno, infastidito dal fatto che Louis non ha pagato la tariffa completa del biglietto, lo costringe a scendere lontano da casa sotto la pioggia battente, sicché il malcapitato giunge a destinazione con la testa e gli abiti fradici. La cosa si ripete più volte col medesimo autista che, avendo ricevuto dallo psicotico un insulto, lo ha ormai preso di mira e coglie ogni occasione per vessarlo e intimorirlo. In un’altra circostanza, è lo stesso Louis a mettersi nei guai per via del suo insensato modo di ragionare in rapporto alle corse ippiche. Essendo in corso una visita negli Stati Uniti dell’ex premier di Israele, Golda Meir, egli cerca di informarsi per telefono su quando esattamente la nota leader politica arriverà a New York, al fine di trarre da ciò indizi su quale, fra i cavalli il cui nome sembrasse rapportabile all’evento, scegliere per le sue puntate. Subito dopo, però, riceve una chiamata della polizia, nella quale gli viene intimato di non provare mai più a fare indagini del genere.

Nel frattempo, la condizione della madre si aggrava: la donna infatti, ha dei sanguinamenti dall’ombelico, chiaro segno del fatto che, nonostante la chemioterapia, le metastasi interne procedono. Da parte sua il figlio, pur essendo piuttosto ipocondriaco, trova conforto nelle statistiche, secondo le quali «gli schizofrenici hanno solo un quarto delle probabilità, rispetto alle persone cosiddette normali, di diventare dei cancerosi. Allora, non si dovrebbe pensarci due volte prima di dedicare tanti sforzi e tanto denaro alla guarigione della “schizofrenia”, tenuto conto dei milioni di persone che, a quanto sembra, non muoiono di cancro proprio perché sono pazze?»[34]. A parte tali pensieri eccentrici, Louis continua le sue letture specialistiche riguardo ai tumori.

Ma egli non si interessa soltanto di questioni mediche, bensì segue anche la politica, e lo fa nel più personale dei modi, ossia scrivendo, in momenti diversi, lettere private a esponenti dell’establishment (come il segretario di Stato Henry Kissinger, il futuro presidente Ronald Reagan e il neo-presidente Jimmy Carter), al fine di renderli edotti sulla «filosofia che d’ora innanzi si rendeva necessaria, quella della sterilizzazione totale del nostro maledetto pianeta infinitamente malato»[35]. Il fatto che egli si rivolga a personaggi pubblici di rilievo – senza ovviamente ricevere risposta – non significa che abbia a cuore la sorte degli Stati Uniti, che considera anzi come «uno dei paesi più opprimenti in tutta la macabra storia del nostro sciagurato mondo […]. Perlomeno, quale altra potenza ha distrutto e annientato tante nazioni (autoctone)? e causato guerre più grandi (con una politica ipocritamente idealistica, ma nei fatti arrogantemente provocatoria)?»[36]. Tali accuse, sul piano della logica, sono in palese contrasto con l’auspicio, formulato dall’autore, di un’autodistruzione complessiva del genere umano, sicché egli, avvedendosene, concede ai propri compatrioti almeno il merito di aver realizzato (sia pure col contributo di scienziati stranieri trasferitisi nel paese) la bomba atomica.

Il libro continua intrecciando le stesse tematiche per un altro centinaio di pagine, e in tal modo mette a dura prova il lettore, soprattutto tramite il meticoloso resoconto delle sofferenze fisiche e psicologiche causate alla madre dal cancro. È vero che Wolfson riesce a inserire, anche in mezzo alle descrizioni più drammatiche, qualche tocco umoristico, specie quando accenna al proprio impacciato comportamento in presenza delle altre persone. Tuttavia egli non nasconde la preoccupazione che prova nei riguardi della malattia materna. Un tempo egli si sentiva perseguitato dalle frasi in inglese di Rose, ma ora lo vediamo rammaricarsi del fatto che «quella voce che spesso mi aveva reso più o meno furioso rischiava sempre più di spegnersi per sempre»[37]. E in effetti, dopo una serie di peggioramenti, la madre muore in ospedale, mentre al suo capezzale ci sono il figlio e il marito. Quest’ultimo preannuncia subito a Louis ciò che conseguirà da tale evento, dicendogli in maniera perentoria: «Ora il padrone sono io!»[38]. Infatti il patrigno ipocrita, nonostante la promessa fatta a Rose di continuare a occuparsi del figliastro, in realtà lo caccia di casa, e dopo solo nove mesi si risposa con un’altra donna.

Wolfson decide allora di trasferirsi in un luogo nel quale l’uso della lingua inglese è solo minoritario, ossia la metropoli francofona di Montréal, in Canada. Ha accolto in parte la supplica della madre che, prima di morire, gli aveva chiesto di non scommettere più sulle corse ippiche, ma pur riducendo tali scommesse fa assumere altre forme al proprio gusto dell’azzardo: «Non gioco ai ronzini da molto tempo. Ora – dopo essere passato per le diaboliche borse valori di Montréal, New York e Toronto –, disgraziatamente speculo nei satanici mercati a termine […], dove si ha una forte tendenza a correre, velocemente, verso la propria rovina, molto più che negli ippodromi»[39]. Nondimeno, il fatto di aver letto il diario clinico lasciato dalla madre suscita in lui il bisogno di riprendere la scrittura, cosa che lo conduce a redigere il secondo libro, apparso anch’esso, come il precedente, in Francia.

Durante i decenni successivi, nell’esistenza dell’autore si verificano due eventi di rilievo: nel 1994 egli si trasferisce nell’isola ispanofona di Porto Rico e, cosa assai più sbalorditiva, nel 2003 vince, alla lotteria elettronica, quasi due milioni di dollari. Tuttavia il suo modesto tenore di vita è destinato a rimanere immutato. Infatti, come racconta Duccio Fabbri, regista di un documentario su di lui, «Wolfson mi confidò di aver investito tutta la vincita presso il Banco Popular di Porto Rico su suggerimento di un consulente finanziario della stessa banca. Quei soldi sono in gran parte svaniti perché invece di fare investimenti a basso rischio, come lui aveva richiesto, sono stati investiti in junk bonds [titoli spazzatura]»[40]. Louis ha provato a condurre una battaglia legale nel tentativo di farsi risarcire, ma verosimilmente invano. A quanto si sa egli, ultranovantenne, continua ancor oggi a vivere presso un affittacamere alla periferia di San Juan, la capitale dell’isola.

Nel 2011, un altro editore francese gli ha proposto di ripubblicare il suo secondo libro, e Wolfson ha approfittato dell’occasione per effettuare modifiche al testo. Ne è conseguita, l’anno dopo, la comparsa della versione riveduta del volume, con un titolo anch’esso lievemente diverso: Ma mère, musicienne, est morte de maladie maligne à minuit, mardi à mercredi, au milieu du mois de mai mille977 au mouroir Memorial à Manhattan[41]. In questa nuova stesura, l’autore non intende affatto mitigare i toni del proprio discorso, anzi in alcuni punti aggiorna il testo inserendovi, ad esempio, considerazioni satiriche e sprezzanti sui capi di Stato del momento, fra cui Putin e Obama, e ulteriori pronunciamenti riguardo al fatto che «è tempo di archiviare in cielo l’intero pianeta Terra, con tutte le specie presenti su di esso e soprattutto quella detta Homo sapiens, distruggendolo con una miriade di potenti, potentissime bombe all’idrogeno»[42]. Wolfson conferma dunque fino all’ultimo la propria indocilità rispetto alle convenzioni, ossia quello spirito ribelle che, in maniera imprevedibile, gli ha permesso di trasformare la propria immagine, così da sottrarsi al rischio di essere ridotto a semplice caso clinico e da assurgere, invece, al rango di figura leggendaria, ormai cara a varie generazioni di lettori.


Il testo qui riprodotto è stato presentato da Giuseppe Zuccarino il 22 giugno a Genova presso il Museo d’arte contemporanea di Villa Croce nel corso di un ciclo di incontri sul tema del rapporto tra l’Arte Irregolare ed altre discipline, tra cui la letteratura, i procedimenti linguistici e le avanguardie novecentesche.

Note:

[1] Per i dati relativi alla storia della pubblicazione del libro, cfr. J.-B. Pontalis, Éditer Wolfson, in AA. VV., Dossier Wolfson ou L’affaire du «Schizo et les langues», a cura di Thomas Simonnet, Paris, Gallimard, 2009, pp. 13-23.
[2] Gli estratti sono apparsi, con lo stesso titolo e sottotitolo del dattiloscritto, in «Les Temps Modernes», 218, 1964, pp. 40-99.
[3] Cfr. G. Deleuze, Le schizophrène et le mot, in «Critique», 255-256, 1968, pp. 731-746. È la prima versione di quella che poi, abbreviata e modificata, diverrà la Treizième série, du schizophrène et de la petite fille nel volume deleuziano Logique du sens, Paris, Éditions de Minuit, 1969, pp. 101-114 (tr. it. Tredicesima serie. Sullo schizofrenico e sulla bambina, in Logica del senso, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 79-88).
[4] L. Wolfson, Le Schizo et les langues, Paris, Gallimard, 1970; la prefazione deleuziana, Schizologie, figura alle pp. 5-23.
[5] M. Blanchot, La terreur de l’identification, in L’Amitié, Paris, Gallimard, 1971, p. 242 (tr. it. Il terrore dell’identificazione, in L’amicizia, Genova-Milano, Marietti, 2010, p. 252; si avverte che i passi delle traduzioni italiane cui si rimanda vengono spesso riportati con modifiche).
[6] Le Schizo et les langues, cit., p. 29.
[7] Ivi, p. 33.
[8] Ivi, p. 41.
[9] Ibidem.
[10] Schizologie, cit., p. 6; il passo deleuziano condensa efficacemente le pp. 205-213 di Le Schizo et les langues.
[11] M. Foucault, Sept propos sur le septième ange (1970), Saint-Clément-de-Rivière, Fata Morgana, 1986, pp. 39-40 (tr. it. Sette discorsi sul settimo angelo, in “Arca”, 19, 1994, p. 14).
[12] Cfr. R. Roussel, Comment j’ai écrit certains de mes livres, nel volume dallo stesso titolo (edito postumo nel 1935), Paris, Gallimard, 2010, pp. 9-35 (tr. it. in Locus Solus, seguito da Come ho scritto alcuni miei libri, Torino, Einaudi, 1975, pp. 263-285).
[13] Schizologie, cit., p. 8.
[14] Le Schizo et les langues, cit., p. 43.
[15] Ivi, p. 34.
[16] Ivi, pp. 190-191.
[17] Ivi, p. 181.
[18] Ivi, pp. 247 e 250.
[19] Ivi, p. 259.
[20] Cfr. J.-M. G. Le Clézio, La tour de Babil (1970), in Dossier Wolfson, cit., pp. 39-51 (tr. it. La torre di Blabele, in AA. VV., Louis Wolfson. Cronache da in pianeta infernale, a cura di Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, Roma, Manifestolibri, 2014, pp. 99-108) e P. Auster, Babele a New York (1974), in L’arte della fame, tr. it. Torino, Einaudi, 2002, pp. 25-31.
[21] Babele a New York, cit., pp. 25-26.
[22] L. Wolfson, L’épileptique sensoriel schizophrène et les langues étrangères ou Point final à une planète infernale, in «Change», 32-33, 1977, pp. 119-130; La rouquine suivi de La bombe!, in «Change», 34-35, 1978, pp. 156-173; Full Stop for an Infernal Planet or The Schizophrenic Sensorial Epileptic and Foreign Languages, tr. ingl. in «Semiotext(e)», 2, 1978, pp. 44-46.
[23] N. Risi, Lo studente di lingue ovvero punto finale a un pianeta infernale, Milano, Guanda, 1978.
[24] L. Wolfson, Ma mère, musicienne, est morte…, Paris, Navarin, 1984 (tr. it. Mia madre, musicista, è morta di malattia maligna martedì a mezzanotte nella metà di maggio del mille977 nel moritorio del Memorial a Manhattan, Milano, SE, 1987).
[25] L’autore si dichiara insoddisfatto dell’edizione, che giudica frettolosa e poco accurata. Non a caso, in annesso al volume figurano parecchie pagine di Ajouts et modifications reçus au moment où le livre était sous presse (ivi, pp. 205-217).
[26] Ivi, p. 8 (tr. it. 12).
[27] Ivi, p. 9 (tr. it. p. 12).
[28] Ibidem (tr. it. 13).
[29] Ibidem.
[30] Ivi, p. 20 (tr. it. 24).
[31] I. Svevo, La coscienza di Zeno (1923), Milano, Feltrinelli, 1993, p. 365.
[32] Ma mère, musicienne, est morte…, cit., p. 22 (tr. it. p. 26).
[33] G. Deleuze, Louis Wolfson, ou le procédé, in Critique et clinique, Paris, Éditions de Minuit, 1993, p. 30-31 (tr. it. Louis Wolfson o il procedimento, in Critica e clinica, Milano, Cortina, 1996, p. 34); il testo costituisce una versione modificata e aggiornata del precedente Schizologie.
[34] Ma mère, musicienne, est morte…, cit., p. 85 (tr. it. p. 87).
[35] Ivi, p. 98 (tr. it. p. 99).
[36] Ivi, p. 108 (tr. it. p. 109).
[37] Ivi, p. 146 (tr. it. p. 147).
[38] Ivi, p. 200 (tr. it. p. 200).
[39] Ivi, p. 176 (tr. it. p. 176).
[40] Duccio Fabbri, The Flying Dutchman, in Louis Wolfson. Cronache da in pianeta infernale, cit., p. 59. Il film di Fabbri, dal titolo Sqizo, dopo molti anni di lavorazione uscirà nel 2020.
[41] L. Wolfson, Ma mère, musicienne, est morte…, Rayol-Canadel-sur-Mer, Éditions Attila, 2012 (tr. it. Mia madre, musicista, è morta di malattia maligna a mezzanotte, tra martedì e mercoledì, nella metà di maggio mille977, nel mortifero Memorial di Manhattan, Torino, Einaudi, 2013).
[42] Ivi, p. 106 (tr. it. p. 95).

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