Esperienze

Lawrence Ferlinghetti, l’Antigruppo e la poesia viva. Di Eva Di Palma

 

Quando le ricerche culturali si intersecano tra loro e lasciano affiorare approdi nuovi lungo percorsi che appaiono già tracciati ritorno capace di quell’entusiasmo che tanto fa sorridere chi mi sta accanto e vicino, chi, con consapevolezza più o meno forte, impersona il lascito di un’esplorazione culturalmente ardita e al contempo raffinata.
Mi riferisco agli studi intellettuali, culturali in senso pieno e, dunque, inevitabilmente politici di cui resta qualche traccia nei preziosi titoli a suo tempo pubblicati dalla casa editrice trapanese Celebes del prof. Costantino Petralia, che fu un non trascurabile punto di riferimento per molti intellettuali anche ben al di fuori della terra siciliana.

Tra questi gioielli, la scorsa estate mi capitava tra le mani un piccolo testo dimenticato sotto lo strato di anni densi di ricordi e avvenimenti, Poesie politiche di Lawrence Ferlinghetti1, impreziosito da una profonda analisi di Nat Scammacca (“un americano a Trapani”), che nella prefazione scriveva che «il populismo è l’underground dell’uomo comune e di questo uomo comune, dei giovani, dei poveri, degli operai degli Stati Uniti è il linguaggio di cui si serve Lawrence Ferlinghetti, così come del contadino, dello studente, del manovale siciliano è il linguaggio con cui si esprime l’Antigruppo».
L’Antigruppo siciliano, un fenomeno fino a quel momento a me sconosciuto, ma il cui fermento culturale, ad uno sguardo più attento, si riesce a respirare tuttora, annidato nella più profonda critica, nel più categorico rifiuto di ogni possibile forma di dominio culturale e politico, a cui l’uomo di oggi – ancor più di quello di ieri – è pienamente assuefatto.
Il sottobosco dell’Antigruppo è fertilissimo e prende l’abbrivio dall’underground nato dall’urlo beat per giungere al movement e molto altro (mi avvicino a lui in punta di piedi per non urtare con l’ignoranza di chi non c’era la suscettibilità di chi quel fermento l’ha vissuto e alimentato)2.

Elvezio Petix riteneva che «l’Antigruppo non è una corrente letteraria-socio-politica in senso stretto, ma l’insegnamento di un modo di essere letterari nel mondo di oggi»3. Forse è per questo che riesco a sentirne l’attualità o quantomeno la sua istanza odierna. Essere antigruppo, sviluppando queste considerazioni, non significa, infatti, far parte di una struttura che si batte per il raggiungimento di specifici obiettivi letterari o politici, bensì piuttosto assumere un modus operandi di permanente contestazione antiautoritaria. Da qui discende la sua azione culturale ontologicamente politica, posto che l’operazione artistica era intesa dagli scrittori dell’Antigruppo come «l’unico modo di impegnarci nella lotta di classe, come unico mezzo di guerriglia nostro per un mondo nuovo»4.

Nella polemica umana, dunque politica, tipica di questo “sogno siciliano” è racchiusa la ricchezza di una ricerca che lega indissolubilmente a quel fenomeno la poetica di Ferlinghetti.
Un tassello senza il quale non mi sarei decisa ad approfondire la tematica è apparso casualmente ai miei occhi – e ancor più alle mie orecchie – lo scorso mese di ottobre, quando è uscito un album che mi è sembrato l’inevitabile prosecuzione di un discorso lasciato in sospeso. Perché la poetica dell’intellettuale statunitense ha trovato da pochissimo una propria alta traduzione musicale nell’album Ferlinghetti di Paolo Fresu5, colonna sonora del lungometraggio The Beat Bomb del regista Ferdinando Vicentini Orgnani6 che racconta la meravigliosa storia del poeta ed editore americano per celebrare il centenario della sua nascita (Ferlinghetti nasceva il 24 marzo del 1919 e scompariva il 22 febbraio del 2021, alla vigilia dei suoi 102 anni).
Fresu alla tromba e al flicorno, con il trio ormai collaudato composto da Dino Rubino al pianoforte, Marco Bardoscia al contrabbasso e Daniele Di Bonaventura al bandoneon ci conducono lungo un pellegrinaggio nella poetica dell’uomo oltre i confini. Viaggiando attraverso i tredici brani che lo compongono, i cui titoli sono tratti dalla poesia Autobiography – già di per sé connotata da un ritmo tipicamente jazz – e da altri testi che compongono il corpus letterario del poeta, registrati pochi mesi prima della sua scomparsa, si riesce a sentire tutta la potenza di quel legame che sarebbe riduttivo individuare esclusivamente tra la cultura americana e quella italiana: si tratta di un fil rouge che contraddistingue il linguaggio dell’uomo in quanto tale, al di là delle sue appartenenze territoriali – o proprio grazie al megafono da queste offerto –, l’uomo del popolo, dove “popolo” non può che essere un concetto privo di confini – o da essi alimentato –.

L’“uomo del popolo”, concetto assai caro all’Antigruppo siciliano.
Nel 1977, con la breve raccolta di poesie politiche di Ferlinghetti sopra citata, così come in altri variegati testi dell’Antigruppo, si invitava il poeta a riappropriarsi del linguaggio del popolo. Il rapporto diretto e dialogico con l’uomo comune è un tassello essenziale della poetica dell’Antigruppo7. E così ha fatto Scammacca nel tradurre le poesie politiche di Ferlinghetti, quando in Il presidente niente rendeva il corsivo del dialogo tra due uomini della strada di San Francisco in siciliano e «I seen nothing. There wasn’t nothing» diventava «Nenti haiu vistu. Nun’haiu vistu nenti»8 (siamo oltre l’avanguardia!).
Gli scrittori “anti” in Sicilia9 credevano nel valore creativo della polemica e della provocazione rivoluzionaria, nonché nella necessità di un continuo dialogo con le masse popolari, «ed ecco perché essi amano i recitals in piazza al contatto diretto del popolo più umile»10. Per tale ragione i ricorsi sistematici a una pratica culturale sotterranea (fatta principalmente di recital11, poesie murali, azioni teatrali, dibattiti e, in aggiunta anche di mostre di disegni e dipinti) e a elaborazioni esoeditoriali12, antieditoriali13 e altereditoriali14 (ciclostili, riviste a stampa, antologie cooperativistiche e forme di pubblicazione dal circuito ristretto)15 hanno costituito la soluzione più idonea a una poiesis libertaria che, in mancanza di una praxis coerente, si sarebbe ridotta a mera carta stampata da introdurre nel mercato editoriale16. Comunicabilità e oralità costituiscono gli elementi cardine dell’agire “anti”.
L’azione di quei poeti si era dotata di un taglio programmatico, nonostante la natura autodisintegrante del “gruppo”, assai distante da quella di un movimento strutturato. Nei suoi ventun punti, Scammacca – tra i fondatori dell’Antigruppo e redattore della pagina letteraria del periodico Trapani nuova, creato da Nino Montanti, che divenne organo del fenomeno culturale – scriveva: «importante è che lo scrittore scriva non con lo scopo di fare arte ma perché ha una ragione ben precisa; se non ha niente di valido da dire che rimanga in silenzio»17 (secondo Scammacca l’avanguardia privava le masse della possibilità di partecipare alla vita letteraria e culturale del proprio paese).
Merita un cenno il volume in cui è contenuta questa sorta di manifesto dello scrittore “anti”, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, di Celebes Editore, che raccoglie gli interventi critici dei maggiori esponenti di quel fenomeno culturale, cristallizzando una summa ancorché parziale del fitto dibattito che nel biennio precedente aveva occupato la terza pagina del settimanale Trapani nuova. Il primo intervento, firmato da Nat Scammacca, poneva subito il punto sul carattere “anti” del progetto culturale, affermando che «si deve continuamente rompere lo status quo; questo è il principio dell’antigruppo»18. Tale dichiarazione di massima emerge in quanto rivendicazione di un principio incontestabile poiché fondativo: la continua rottura dello status quo (l’establishment, oggi più di allora diremmo “il sistema”) rappresenta l’archè inequivocabile della pratica antigruppo19 e proprio per questo motivo «il poeta deve essere pronto a polemizzare e deve essere contrario ad accettare qualsiasi tipo di autorità espressa»20. Il perno era rappresentato dal contrasto, dalla contestazione, dalla dissidenza permanente21.
In questo senso, le definizioni stesse di “movimento” o “neoavanguardia” mal si attagliano al carattere autodisintegrante di un fenomeno sociale e letterario che fin dal nome rinnega il concetto di “gruppo”. Non era necessario che un poeta Antigruppo fosse d’accordo con i principi di un altro esponente, bastava che fosse contro lo status quo: «parlare di un gruppo antigruppo potrebbe sembrare un paradosso; eppure è necessario un antigruppo che si batta per la difesa della piena libertà di espressione. Un antigruppo non può permettersi il lusso di essere inclusivo o esclusivo»22.
Non si comprenderebbe appieno tale impostazione se non in aperta polemica con il movimento di poesia sperimentale “Gruppo 63”, formatosi in un albergo di Palermo nell’ottobre del 1963, al quale l’Antigruppo si è voluto fin da subito contrapporre, criticandolo perché “specialistico”, “meccanicistico”, “alienato”, cioè ammiccante ai canoni della nuova industria culturale di massa.
Proprio attraverso il rifiuto del “gruppo”23 ha acquisito piena ed autonoma dignità l’Antigruppo siciliano in quanto fenomeno di contestazione antiautoritaria volto a garantire un raggio di azione individuale il più ampio possibile, contrario a qualsiasi forma di coercizione e tale da convocare a sé «tutte le forze più vive della creatività artistica siciliana per cooperarsi in una comune e consapevole battaglia democratica e fino al ribaltamento delle vecchie strutture a tutti i livelli dell’establishment etico, politico, culturale»24 (a chi legge non può che venire automatico un collegamento con la forza dirompente del programma futurista25 – tema a sua volta oggetto di pubblicazione Celebes –).
Solo così la poesia, la cui forza liberatoria era ben nota ai poeti “anti”, sarebbe stata a sua volta “liberata”.
Se si dovesse isolare un singolo episodio additandolo come la nascita dell’Antigruppo si dovrebbe probabilmente risalire al mese di settembre del 196826, quando Ignazio Apolloni, Crescenzio Cane, Pietro Terminelli e Nat Scammacca tennero sull’isola di Ustica un primo recital collettivo di poesie seguito dalla loro trascrizione sui muri delle case dei pescatori isolani27. Difficile non cogliere in questa azione il paradigma dell’attività di liberazione della poesia compiuta – tra altri esponenti – da Ivan Tresoldi (in arte “ivan”) a circa quarant’anni e oltre mille chilometri di distanza.

Molto del respiro di questo vitale fenomeno culturale è stato offerto e alimentato dalla casa editrice trapanese Celebes del prof. Petralia, sorta a Trapani negli anni ’60 e rimasta in attività fino alla fine degli anni ’70, un decennio che rappresentò un vero e proprio tornado culturale per il mondo intero e che la Celebes seppe interpretare appieno collocandolo in Sicilia e colorandolo di quella “sicilitudine”28 che, al medesimo tempo, seppe diventare – rectius riconoscersi – internazionale, individuando come comuni a sé i punti di riferimento della ricerca culturale popolare del proprio tempo, figlia di una condivisa Weltanshaung. Questo si comprende agevolmente scorrendo i variegati contributi pubblicati nei suoi cataloghi in quegli anni, di cui resta ancora qualche esemplare, soprattutto tra i collezionisti.
Così, malgrado i limiti imposti dalla perifericità geografica – e inevitabilmente culturale –, l’ondata contestataria che aveva travolto l’Europa e parte del mondo occidentale nel 1968 raggiunse anche la Sicilia, dando vita a un fenomeno territorialmente situato, ma al contempo, proprio perché “anti-gruppo” e non “gruppo”, grazie al vastissimo campo offerto dall’antagonismo culturale, necessariamente privo di bandiere e campane da difendere (sua terra di elezione era una sorta di “periferia mondiale”): «Ho trovato […] gente come noi dell’antigruppo che in Scozia sostiene una lotta simile alla nostra. Così da periferia a periferia, da provincia a provincia è facile intendersi anche se di nazionalità diverse»29.
Non è mancato chi ha saputo riconoscere nell’Antigruppo siciliano i rizomi della cultura Beat (in particolare nella sua figura più emblematica, Nat Scammacca, il principale ideatore del “non gruppo”)30.
Proprio questo binomio soltanto apparentemente inconciliabile (territorialità / assenza di confini) ha dato forma alla prospettiva “anti”, forza motrice di attività poetiche direttamente connesse alla poesia Beat in un contesto capace di annullare le frontiere nazionali31. Così, non solo può definirsi Scammacca un poeta Beat32, ma l’Antigruppo siciliano stabilì un dialogo con Lawrence Ferlinghetti su tematiche e stili propri della Beat Poetry. Non è un caso che proprio nell’introduzione al volume Poesie politiche sopra citato Scammacca scriva che «mentre Ferlinghetti propone il populismo in California, io faccio altrettanto qui in Sicilia»33. Molti temi ricorrenti appaiono, d’altronde, tra loro sovrapponibili, quali la “poetica libertaria”, l’“arte nuova”, l’artista come “rivoluzionario”, l’impronta antiegemonica e l’attenzione all’aspetto orale della poesia. Come la pratica di condivisione pubblica della poesia caratterizzò la lirica Beat, così l’Antigruppo si dedicò a letture pubbliche nell’entroterra siciliano, nei villaggi di contadini e pescatori, fino alle baraccopoli dei terremotati della Valle del Belice.

Il parallelismo tra la City Lights Bookstore (prima libreria e due anni più tardi anche casa editrice) di Lawrence Ferlinghetti e la casa editrice Celebes di Costantino Petralia è evidente: entrambe sono state a loro modo veri e propri punti di coagulo per le avanguardie intellettuali dei propri rispettivi paesi, con un respiro capace di oltrepassare le nazioni.

Il percorso culturale fin qui tracciato è stato compiuto a ritmo di musica – grande passione del prof. Petralia –.
Se si dovesse individuare un genere musicale privilegiato per far trasmigrare in suono quelle sperimentali frontiere letterarie non si potrebbe che indicare il jazz – seppur non propriamente nelle corde del prof. Costantino – come genere che meglio di ogni altro è stato in grado di unire musica e versi, oralità e poesia, materia quest’ultima che per Ferlinghetti non poteva che essere “orale”. E così fu per tutti quelli che si nutrirono del suo stesso afflato: tra i tanti, Jack Kerouac aveva scoperto quella che chiamava prosa spontanea-forma pazza-prosodia bop, teorizzando il flusso di scrittura al pari dell’assolo di un sassofonista; Allen Ginsberg34 a San Francisco leggeva per la prima volta in pubblico Howl!, poema denso di materia sonora, pubblicato, poi, proprio dalla City Lights, con la sua nota storia di censura e il successo che ne derivò (il poema di Ginsberg venne inizialmente confiscato dalle autorità e causò a Ferlinghetti l’arresto con l’accusa di vendita e diffusione di materiale osceno).

Il tema della poesia orale – ontologicamente orale, orale alla nascita – è fortemente dibattuto da sempre, così come da sempre controversa è l’individuazione del momento in cui la parola nasce (nasce quando viene pronunciata, tramutandosi in suono, oppure in quel momento essa cessa di esistere?)35. Senza dilungarsi su una tematica vasta a dismisura, che meriterebbe un approfondimento a sé, vale la pena di citare l’ultimo libro di poesie di Mariangela Gualtieri36, sull’“arte di dire la poesia” (il cosiddetto “incanto fonico”), ove risuona chiaro il concetto in base al quale «ogni poesia implora un respiro che la dica»37.
Difficile non cogliere un nesso tra il messaggio della celebre poetessa italiana e l’invito di Ferlinghetti. Scrive la Gualtieri: «mi pare sia sempre più necessario dare voce viva alla poesia, diffonderla come si dà pane agli affamati, perché sempre più la denutrizione è psichica e interiore. C’è attesa. Non solo occorre dare parole scritte a questo sfacelo, occorre anche saperle pronunciare nella loro esatta melodia e ritmica, le nostre parole e quelle preziose del passato che come spartiti schiacciati nei libri sono in attesa di trasformarsi in onde sonore. Ora che la lingua viene così mortificata, e le nostre vite sembrano sempre più ingabbiate, la poesia è senza dubbio la rivolta più alta, la migliore alleata, e ha bisogno di tutte le sue potenze. È nell’oralità che essa vive in pienezza: nel rito sonoro di qualcuno che proferisce, che si è a lungo preparato per farlo, e di una comunità momentanea in ascolto. In quel comune bagno acustico, in quelle onde sonore che disumanizzano la voce umana innalzandola verso gli Dei o verso l’animale, viene moltiplicata l’intensità e la forza penetrante e trasformante del verso»38.

Musica e poesia.
Dunque jazz.

E, come si diceva prima, inevitabilmente politica.

A proposito del suo impegno politico, Lawrence Ferlinghetti, ripreso dagli “indigeni” della Beat generation, replicava: «solo i morti non s’impegnano. […] Per molto tempo il poeta è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. L’intento, ora, è di riportare la poesia nella strada dove si trovava una volta, fuori dall’aula scolastica, fuori dalla pagina stampata. La pagina stampata, infatti, ha reso la poesia silenziosa. Vera poesia è quella parlata, è la poesia immaginata come messaggio orale»39.
Questo gridava soprattutto nel suo Populist manifesto for poets, with love40, invitando i poeti (gli “Ezra Pound addomesticati”, i “selvaggi figli di Whitman41 addormentati a cui si rivolgeva) a uscire dalle proprie nicchie, ad aprire porte e finestre, a uscire dai mondi chiusi nei quali a lungo erano rimasti rintanati (i vari Brooklyn Heights o Montparnasse). Perché quello era il momento in cui occorreva cambiare paradigma, in nome del popolo, in nome della sua voce (non si può più salmodiare Hare Krishna «mentre Roma brucia. / San Francisco è in fiamme»42): «Non c’è tempo ora per i nostri piccoli giochi culturali, / non c’è tempo per le nostre paranoie & ipocondrie, / non c’è tempo ora per odio e disprezzo, / è tempo solo di luce & di amore […]. / Poeti, scendete / ancora nella strada del mondo / aprite menti & occhi / col piacere antico di guardare, / schiaritevi la gola e parlate, / la poesia è morta, / lunga vita alla poesia»43.

Non si poteva immaginare, allora, la deriva che avrebbe preso, poi, il populismo, sulla scia di una dilagante antipolitica che ha pervaso la nostra epoca contemporanea, atrofizzando quel che resta delle colonne dell’ideologia sulle quali ancora tanto – più o meno consapevolmente – si regge (dal dare voce al non eletto all’elezione dell’uomo qualunque).
Ma a ben vedere anche questa previsione era già stata anticipata proprio dallo stesso Ferlinghetti, quando in La rovina della rivoluzione è la gente evidenziava che «sono loro donne & uomini / la vera ragione / perché rivoluzioni degenerano / in governi»44.

Nell’ascolto dell’omaggio sonoro che Fresu rende a Ferlinghetti si prova lo stesso turbine che ci si sente addosso tuffandosi nei versi di quell’intellettuale senza tempo, nel suo progetto politico e culturale rigoroso e coerente, con il quale ci ha chiesto con impeto – e tuttora chiede ai suoi lettori – di affondare la mente nel violento grido rivolto ai poeti, in nome del “popolo”, l’unica entità inestimabile, poiché umana, per la quale vale la pena fare le rivoluzioni – e, se occorre, anche le controrivoluzioni –.

So poco di jazz (mi limito ad ascoltarne sempre più); conosco poco anche del fenomeno culturale che tanto mi affascina e di cui prima qualcosa ho accennato con incedere claudicante; non molto, infine, so di un intellettuale che mi ha sempre incuriosito, insieme alla dimensione che inevitabilmente richiama e rappresenta.
Di Ferlinghetti è stato detto tanto nel corso della sua lunghissima e ingarbugliata vita (turbolenta e rocambolesca fin dalla giovanissima età). Statunitense di padre italiano – bresciano –, morto prima che lui nascesse e di madre franco-portoghese, ricoverata in manicomio quando lui aveva solo pochi mesi, un’infanzia e un’adolescenza tra la Francia e gli Usa, l’arruolamento nella U.S. Navy, il D-Day, Nagasaki a poche settimane dal lancio della bomba atomica (evento che segnerà la sua svolta pacifista), prima di trasferirsi stabilmente in California. Nel 1894 il padre lombardo aveva rocambolescamente cambiato il cognome in “Ferling” al momento di imbarcarsi nella traversata atlantica, in modo da nascondere le evidenti origini italiane che avrebbero potuto attirare pregiudizi al momento dello sbarco45. Sarà Lawrence a riappropriarsi del cognome originario in età adulta.
Non è mancato chi l’ha riconosciuto quale Ringo Starr della Beat Poetry46, che da solo poteva anche non essere niente di speciale, ma che era sempre capace di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Anche i suoi detrattori, però, non possono fare a meno di riconoscere che non si è potuto trattare di sola fortuna, perché occorre talento per comprendere che qualcosa sta succedendo e ancor più per farlo succedere.
Fino all’ultimo delirante libro uscito in occasione del suo compleanno centenario, Little boy47, che negli intenti poteva ben sembrare un’autobiografia, anche se lui stesso aveva ritenuto di sottolineare che «non sono memorie, le memorie sono per le signore vittoriane»48. Un «romanzo sperimentale», quindi, «semplicemente un io immaginario, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita»49, anche se non può negarsi che di sperimentale, nel suo interminabile stream of consciousness, ad anni dall’inevitabile fine – o ennesima evoluzione – della Beat generation, non c’è quasi nulla (reduce dalla sua lettura non si può che ringraziare la traduttrice Giada Diano, fedele collaboratrice di Ferlinghetti, che ha reso più digeribile, con un lavoro raffinatissimo, il ritmo da seduta spiritica a cui lo scrittore ha affidato ricordi e considerazioni affastellate).
La sensazione che resta addosso quando ci si sgrana la vista e ci si massaggiano le tempie dopo la chiusura del volume è che Little boy, quel Little boy (che, ad uno sguardo più attento, non vuol dire soltanto “ragazzino”, ma è anche il nome della prima bomba atomica), non esiste più, si è disintegrato, quando aveva tentato di aggrapparsi non tanto alla sua esistenza straordinaria, quanto all’intero armamentario Beat, nemmeno troppo attentamente rispolverato, tra autocompiaciute strizzate d’occhio, ricordi della sua gloria furibonda e rabbiosi sospiri rivolti a un tempo che forse non si è potuto trattenere (la stessa sensazione che ho provato qualche anno fa assistendo a un concerto di Bob Dylan alle Terme di Caracalla): «io sono la coscienza di una generazione o soltanto un vecchio sciocco che sproloquia e cerca di sfuggire alla dominante avida materialista coscienza dell’America di oggi?»50, si chiede – e ci chiede – mr. Lawrence.
Una vita sincera, pienamente vissuta, ma non altrettanto raccontata.
Tocca a noi recuperare, ricostruire, custodire una ricerca culturale, quella, sì, realmente sperimentale, facendo buon uso della qualità proustiana (non è un caso che Proust venga citato spesso nel suo libro “conclusivo”) grazie alla quale il ricordo plasma nuovamente la realtà, la reinventa, dandole una sostanza inedita. Ed è solo così che possiamo trovare un modo per comprendere e apprezzare Little boy come anti-libro (e non, invece, come “il” libro, cosa che Ferlinghetti aveva lasciato intendere) o come libro figlio della controcultura in cui ha saputo trasformarsi parte della sua generazione: «generalmente le persone», affermava mr. Lawrence in un’intervista nel 2013, «con l’avanzare dell’età, sembrano diventare più conservatrici. Per quanto mi riguarda, ho l’impressione di essere diventato più radicale. La poesia deve essere capace di rispondere alla sfida di tempi apocalittici, anche se questo significa suonare altrettanto apocalittica»51.
Inevitabile, ancora una volta, il legame col jazz, perché non si può fare a meno di leggere Little boy assecondando un ritmo che si forma sempre più nettamente nella nostra mente, quando, poco dopo pagina 20, la punteggiatura si dirada fino a perdersi completamente per tutto il resto del libro, lungo la psichedelia concettuale delle parole dello scrittore, capaci di dar vita a una furiosa sonata in cui tutto è interconnesso secondo un flusso ibrido fatto di memoria, realtà, sogno, finzione.

Al termine di questo excursus che ai più potrà apparire anacronistico, tra voli azzardati su epoche distanti, resta da porsi una domanda fondamentale: qual è il testamento dell’Antigruppo, cosa resta della sperimentazione culturale dei poeti “anti”? Se Little boy si è polverizzato, se il tentativo contestatario non ha saputo resistere alle evoluzioni imposte dalla storia, se ormai ci siamo addentrati in un’età “apocalittica”52, qual è la fortuna di quell’esperimento? O meglio: esiste un’eredità di quel sogno siciliano?
«Vero è che molto in seguito ci sarà perdonato e ci saranno regalate patenti di innocui giullari o menestrelli, trascorsi gli esordi polemici e le illusioni di un’epica corale, ma qualcosa ancora mi rode e mi induce a stare dalla parte degli ammaccati Don Chisciotte anziché da quella di tronfi lacchè e superbi leccaculi le cui effigi accade di incontrare sulle pagine di autorevoli organi di stampa buoni per pulire i vetri o avvolgervi la lattuga (qui le scuse alla lattuga sono d’obbligo)»53.
Riconosciute le patenti di innocua eccentricità a chi si è voluto porre “contro”, a chi ha convintamente scelto di rimanere dalla parte di Don Chisciotte che, una batosta dopo l’altra, si sono ridotti ad essere sempre più ammaccati, vanificata, così, l’illusione da cui tutto aveva preso vita, resta, però, ancora un alito vitale, un magma ribollente ancorché sommerso, una vibrazione sotterranea, ma non per questo meno udibile, alla quale l’intellettuale di oggi non può non prestare ascolto, perché «qualcosa ancora [gli] rode».
Quel prurito va seguito ed esplorato per accorgersi che ciò che resta è il coraggioso tentativo di rinnovamento della letteratura popolare, scevra dalle logiche del mercato editoriale, nella prosecuzione lungo la strada della liberazione della poesia.
L’Antigruppo aveva compreso appieno che la poesia non può che essere libertaria per potersi connotare come atto umano, popolare, politico. La liberazione della poesia, movimento senza tempo, universale e non elitario (né inclusivo, né esclusivo, come diceva Scammacca del “non gruppo”), non deve essere inteso soltanto come fenomeno di emancipazione del verso poetico dalle logiche contestate dai poeti “anti”, ma anche come raggiungimento della liberazione dell’uomo attraverso di esso.
Può, pertanto, dirsi che ciò che resta è l’antigruppo come metodo – e perciò questa volta minuscolo –.
La sua attualità non deriva, infatti, solo dalla qualità di quella datata esperienza artistica. Sono ancora nitidi i segni di quell’entusiasmo lontano e non manca chi è capace di coglierlo nell’odierna urgenza della poesia, di quell’incanto fonico di cui prima si diceva, non più necessariamente urlato a mo’ di Howl!, ora reso sibilo, talvolta addirittura sussurrato, ma non per questo meno pregnante e dirompente. Nella poesia orale, popolare, libertaria, di strada, nelle sue molteplici manifestazioni odierne si percepisce l’antigruppo come metodo.
Ad una curiosa lettrice nata nella seconda metà degli anni ’80, facendo scoperta dell’azione poetica individuabile come primigenia attività collettiva dell’Antigruppo siciliano, ossia la trascrizione, nel 1968, dei versi del recital da poco concluso sui muri delle case dei pescatori di Ustica prima di lasciare l’isola, non può che sovvenire la poesia di strada come la si conosce oggi: Ivan Tresoldi e le sue “scaglie”, il poeta noto alla Spezia come Unlitro (particolarmente attivo sui muri della città prima di virare nelle forme dello slam poetry), il Movimento per l’Emancipazione della Poesia (MEP, nel cui manifesto risuona l’eco del fenomeno siciliano) e altissimi altri.
Tra tutti ritengo che un breve cenno debba essere rivolto proprio a Ivan Tresoldi (ivan), che ho avuto il piacere di conoscere in occasione di due giorni di dialogo di e sulla poesia al quale prendevo parte alla Spezia nel febbraio del 2017, un evento cruciale nell’esplorazione contemporanea del dittongo “poesia e voce”54.
L’attualità dell’azione di quello che è diventato il principale riferimento della poesia di strada italiana contemporanea55 consiste in un sincretismo tra poesia, graffitismo e arte di strada che gli ha consentito di raggiungere un pubblico particolarmente ampio e assai vario56 . Tra personali e mostre collettive e una produzione artistica che vanta collaborazioni con artisti e intellettuali di spicco nel panorama internazionale, se si dovesse riassumere la sua personalissima arte in una locuzione si potrebbe parlare di “poesia viva”57, concetto che può sembrare racchiuda al suo interno una superfetazione, ma che vuole, invero, sottolineare la caratteristica fondante del verso poetico, troppo spesso lasciato appassire sulla carta privo di voce, a tradimento della propria origine .
Nell’azione poetica di ivan si riconosce lo stesso germe che ha animato gli esponenti dell’Antigruppo e che è stato enfatizzato da Ferlinghetti con il suo invito rivolto ai poeti ad uscire nelle strade, a rendere – nuovamente – la poesia viva, a far sì che il popolo se ne riappropri, tanto l’escluso nelle strade californiane, quanto il manovale siciliano, al pari del distratto milanese immerso nell’odierna società liquida58: «la poesia è un elemento di costruzione di massa», sostiene Tresoldi59, che dichiara di essere mosso dalla volontà di «tradurre le parole in qualcosa di visibile»60. Per lui “dare la parola” è un atto libertario, come sostiene nel monologo “Dare la parola. Un discorso sulla libertà” ospitato a inizio ottobre dalla corte del Pastificio Cerere a Roma.
Da quanto fin qui detto si comprende che, proprio con l’utilizzo di quel modus operandi, che ho voluto chiamare “metodo antigruppo”, i poeti “anti” avevano dato vita a un laboratorio di comunicazione poetica che era stato capace di assumere un’importanza cruciale nell’analisi dell’espressione letteraria tesa ad acquisire la sostanza dell’azione politica. Per loro, il polo dell’azione letteraria aveva costituito l’unità di misura del «pensiero poetico in azione che critica e si oppone»61.

In uno scenario – solo apparentemente? – privo di speranza – oggi ancor più di allora – «gli uomini sono ancora legati al macigno / e Sisifo invoca aiuto / mentre il “macigno” rotola ancora su di lui» (traduzione di “as the Rock rolls back again / upon him”)62.
Sarebbe interessante provare ad accostare questa lettura al “Sisifo felice” immaginato da Camus63. Ma, senza voler avvicinare indebitamente la poetica di Ferlinghetti agli approdi dell’esistenzialismo, ancora una volta la lente per intravedere il futuro ce l’ha fornita lui stesso, ricordandoci che «l’estate arriva e la vita cambia e riesco ancora a godere di una risata che suona come una fisarmonica sì dopotutto esistono ancora cose che rendono la vita degna di essere vissuta o sprecata sì moltissime cose sì davvero»64. Un piccolo memento dell’estasi di «quella droga dell’essere semplicemente vivi»65, come il delirio di parole del suo Little boy.
Con il potere delle parole i poeti possono rispondere alla sfida posta da questi tempi apocalittici. In un’ininterrotta jazz session.

Note:

1. L. Ferlinghetti, Poesie politiche, Celebes Editore, Trapani, 1977.
2. Nell’approcciarsi alla materia si sconta la difficoltà di reperimento delle fonti bibliografiche (composte principalmente da volumi ciclostilati, edizioni a tiratura limitata e, comunque, di scarsa diffusione), solo in minima parte ora disponibili online grazie alla divulgazione garantita da qualche sparuto appassionato.
3. E. Petix, Tematica e linguaggio, in Trapani nuova, XVII, 1975, n. 4.
4. C. Cane, La nostra forma di lotta, in Id., La sfida, Palermo, ciclostilato in proprio, 1969.
5. P. Fresu, Ferlinghetti, Tǔk Music, 2022. Interessante sottolineare che i disegni riportati sul libretto sono opera dello stesso Ferlinghetti, che era solito lasciare schizzi su libri e materiali di vario genere.
6. F. Vicentini Orgnani, The Beat Bomb, A. Federico – S. Banchi, 39Films, Luce Cinecittà, Romana Audiovisual, Laser Digital Film, con il contributo del Ministero della Cultura, 2022.
7. L’Antigruppo aveva fatto propria la lezione appresa dalla frequentazione di due poeti, ritenuti suoi referenti essenziali: Danilo Dolci, propugnatore di una poesia “maieutica” che desse voce anche ai “poveri Cristi” e Roberto Roversi, l’ideatore del ciclostilato come strumento della comunicazione alternativa di massa. N. Mussarra, Una poetica rivoluzionaria per un impegno antiautoritario, in La breve estate di Antigruppo, in Sicilia Libertaria, n. 386, XLII, settembre 2018.
8. L. Ferlinghetti, Poesie politiche, cit.
9. Solo alcuni degli esponenti che hanno dato vita e preso parte al fenomeno, sono: Giuseppe Addamo, Ignazio Apolloni, Alfredo Maria Bonanno, Santo Calì, Crescenzio Cane, Rolando Certa, Antonino Cremona, Nicolò D’Alessandro, Nicola Di Maio, Franco Di Marco, Gianni Diecidue, Emanuele Mandarà, Ugo Minichini, Nat Scammacca, Pietro Terminelli. Ma il suo panorama umano e culturale è così difficilmente etichettabile da renderne impossibile una delimitazione compiuta, soprattutto per me, oggi.
10. S. Laneri, La parola in azione. Poesia e prassi antagonista negli scrittori antigruppo (1968-1975), collana Letteratura libertaria, n. 25, Sicilia Punto L., Ragusa, 2019.
11. Questa sua forma di espressione, la cui comunicabilità passa attraverso la recitazione, viene vista come “prova della vitalità della poesia”, «concetto tutto all’opposto del pensiero dell’avanguardia – Gruppo 63, Gruppo 70 ecc… –, che danno una assurda importanza al lato visivo»: così N. Scammacca, I ventun punti, in AA.VV., a cura di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, Celebes Editore, Trapani, 1970. Questo, in particolare, è il punto n. 18.
12. La “guerriglia artigianale” dei ciclostili “anti”: C. Cane, La freccia contro il carro armato, in AA.VV., Un tulipano rosso. I giovani e la poesia di contestazione, a cura di S. Calì, Edigraf, Catania, 1971.
13. Ci si riferisce principalmente ai fogli a stampa, alle riviste Anti, Antigruppo Palermo, Impegno 70 e alla terza pagina del settimanale Trapani nuova.
14. Con queste si attesta il ruolo fondamentale che ebbe per il fenomeno culturale in esame la casa editrice Celebes di Petralia.
15. S.v. S. Mugno, L’Antigruppo Siciliano attraverso i suoi principali esponenti del Trapanese, Novecento letterario trapanese: integrazioni e approfondimenti, ISSPE, Palermo, 2006.
16. S. Laneri, La parola in azione. Poesia e prassi antagonista negli scrittori antigruppo (1968-1975), cit. Si segnala che nel 1971 venne pubblicata la prima antologia dell’Antigruppo, AA.VV., Un tulipano rosso. I giovani e la poesia di contestazione, a cura di S. Calì, Edigraf, Catania 1971, edita a spese degli autori, che segnò definitivamente il superamento del ciclostilato come strumento privilegiato – ancorché non già unico, come si è visto – di comunicazione scritta.
17. N. Scammacca, I ventun punti, in AA.VV., a cura di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, cit. Questo, in particolare, è il punto n. 16.
18. N. Scammacca, Perché Anti, in AA.VV., a c. di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, Celebes Editore, Trapani, 1970 (contenuto già pubblicato in Trapani nuova, 14 gennaio 1969).
19. S. Laneri, La parola in azione. Poesia e prassi antagonista negli scrittori antigruppo, cit.
20. N. Scammacca, Perché Anti, in AA.VV., a c. di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, cit.
21. Ex multis ss.vv. F. Di Marco, Pensaci Terminelli, in Trapani nuova, 12 marzo 1974 e N. Scammacca, Analisi Antigruppo, n.1, Bologna, Maggio 1973.
22. N. Scammacca, Perché Anti, in AA.VV., a c. di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, cit.
23. Il nome “Antigruppo” era stato mutuato da una riflessione del poeta romano Gianni Toti apparsa sulla rivista fiorentina Quartiere nel dicembre del 1965 avente ad oggetto il rifiuto della militarizzazione dell’arte incarnata nell’organizzazione avanguardistica del dibattito letterario. La diserzione antiautoritaria, in aperta opposizione ai monopoli del potere culturale, poi ripresa dai siciliani “anti” suonava così: «No, signori – abbiamo opposto a noi stessi – e ci siamo detti che non siamo “un gruppo”, semmai “un antigruppo”». G. Toti, Gruppi e Anti-gruppo, in Quartiere, VIII, 31 dicembre 1965, n. 2.
24. G. Zagarrio, Sicilia e antologia dell’Antigruppo, in G. Zagarrio (a cura di), Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano, 1983.
25. Libertario il pluralismo dell’Antigruppo, che sentiva il bisogno di «un’arte nuova, capace di uscire dalla distruzione dei musei e delle pinacoteche»: A.M. Bonanno, Poetica Libertaria Antigruppo, in Trapani nuova, XVII, n. 31, 1975.
26. S. Laneri, La parola in azione. Poesia e prassi antagonista negli scrittori antigruppo, cit.
27. R. Creta, L’Antigruppo quando come e dove è nato, in Trapani nuova, XIV, 1972, n. 2.
28. Interessante il dibattito sulla paternità di questo termine, dai più attribuita a Leonardo Sciascia, il quale, nel 1972, in occasione della presentazione del catalogo della mostra di Crescenzo Cane ebbe a dire: «Crescenzio Cane è l’inventore della parola “sicilitudine” che lettori distratti e critici peggio che distratti ingiustamente e ingiustificatamente ritengono mia. Una invenzione non casuale, ma che viene da tutto un discorso e lo muove: serrato, rabbioso, disarginato». Un discorso che trova la propria collocazione naturale proprio nei meandri dell’Antigruppo, territorialmente collocato, ma al contempo – e forse proprio per la medesima ragione – privo di confini. «Sicilitudine» precisa Cane «è una condizione dello spirito. Nel mio saggio del 1959 […] descrivevo che scaturiva dalla paura e dalla solitudine che ti assaliva a vivere in Sicilia, terra di illusioni e delusioni, di slanci e di tirannidi: il fascismo prima, la mafia dopo». A questo link un articolo sintetico e riepilogativo dell’arte popolare di Cane:
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/08/04/crescenzio-cane.html.
La “sicilitudine” è stata descritta come «la “coscienza” definitivamente “infelice” delle contraddizioni e dunque il modo più attivo – pessimisticamente agnostico – di reagire alla condizione della separatezza o della esclusione»: così G. Zagarrio, Linguaggio e categorie della sicilitudine, in G. Zagarrio (a cura di), Febbre, furore e fiele, cit.
29. N. Scammacca, Corrispondenza antigruppo, Zavattini e lo sconosciuto, Antigruppo-Il Vertice-Impegno 70-Antigruppo Palermo-Celebes, Trapani, 1975.
30. A. Clericuzio, La poesia Beat in Italia: uno studio translocal, in Annali di Ca’ Foscari, Serie occidentale, 52, settembre 2018.
31. Ibidem.
32. T. Gullo, Il poeta Beat trapanese Scammacca, Storia di amori e di follie, in La Repubblica, 11 maggio 2012.
33. L. Ferlinghetti, Poesie politiche, cit.
34. Non propriamente benevolo il riferimento a Ginsberg nei ventun punti di Nat Scammacca (N. Scammacca, I ventun punti, in AA.VV., a cura di N. Scammacca, Antigruppo: una possibile poetica per un Antigruppo, cit.), dove, segnatamente al punto n. 17, si legge: «riconoscere in ogni individuo una capacità artistica che, incoraggiata, presto o tardi, dopo molte esperienze, porterà lo scrittore e il poeta a scrivere qualcosa di valido. A questo punto, è importante che l’individuo curi la sua capacità di respiro; se egli fisicamente è forte il suo dovrebbe essere un lungo verso, una lunga frase; se invece è delicato e femmineo, il suo verso sarà più semplice e meno comulativo e non alla maniera di Allen Ginsberg (le donne perciò, anche se hanno lingue lunghe avranno sempre versi corti)». Lo stesso sessismo, sentito come identitario e posto a fondamento di un’impennata di maschilismo, emerge anche nella dichiarazione d’intenti pubblicata sotto forma di lettera indirizzata a Ferlinghetti e inserita nella voluminosa antologia pubblicata dai poeti “anti” nel 1973, in C. Santo–V. Di Maria, in Antigruppo 73, COG, Cooperativa Operatori Grafici – Giuseppe Di Maria Editore, Trapani, 1973. Nonostante io appartenga a tutt’altra cultura, ritengo che tali considerazioni non possano che essere territorialmente e culturalmente situate, e che già all’epoca, ove esportate in altro contesto, ben sarebbero apparse anacronistiche.
35. E. Dickinson: “A word is dead / When it is said, / Some say. / I say it just / Begins to live / that day”.
36. M. Gualtieri, L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia, Einaudi, Torino, 2022.
37. Ibidem, in Questo ci tocca.
38. Ibidem, dall’introduzione Poetica e arte dell’oralità.
39. Dall’introduzione di Nat Scammacca a L. Ferlinghetti, Poesie politiche, cit.
40. L. Ferlinghetti, Poesie politiche, cit.
41. Ibidem.
42. Ibidem.
43. Ibidem.
44. Ibidem.
45. G. Diano, Io sono come Omero. Vita di Lawrence Ferlinghetti, Feltrinelli, Milano, 2008.
46. A. Carrera, Un’autobiografia mancata. Lawrence Ferlinghetti, Little Boy, sulla rivista online
www.doppiozero.com.
47. L. Ferlinghetti, Little boy, Firenze, Edizioni Clichy, 2019 (nella traduzione di G. Diano), con una bellissima copertina di Giovanni Mattioli.
48. Ibidem.
49. Ibidem.
50. Ibidem.
51. Da un’intervista rilasciata da L. Ferlinghetti a Intereview Magazine, 2013.
52. «Ed è per questo motivo che adesso i versi degli uccelli non sono grida di estasi ma grida di disperazione», questa è la riga con cui Lawrence Ferlinghetti conclude Little boy, cit.
53. C. Pirrera, Le sere del vino: Nat Scammacca e la stagione dell’Antigruppo, Bonfardino, Palermo, 2008.
54. La manifestazione veniva efficacemente intitolata “Mitilanza”, neologismo consistente in un gioco di parole che unisce in sé la militanza propria dell’azione poetica e la territorialità data dai mitili del Golfo della Spezia, noto ai più proprio come “Golfo dei Poeti” – non è un caso che da quel momento si sia soliti dire, durante le occasioni locali di divulgazione poetica, che “è ancora un Golfo per Poeti” –. Quindi, ancora una volta, un fenomeno geograficamente situato, ma dal respiro ben più ampio, tale da accomunare percorsi artistici tra loro assai diversi. Merita dire che da lì nacque anche un omonimo quartetto di poeti ancora molto attivo principalmente alla Spezia, i “Mitilanti”, la cui poetica, oltreché orale, è prevalentemente “attiva” e multiforme.
55. R. Fano, Street art – la “poesia d’assalto” di ivan, alla ricerca di modernità e pubblico, in Panorama, 25 ottobre 2016.
56. Quando le parole sono di tutti: la poesia di strada, in Giornale Elzeviro.
57. Ivan, Poesia viva, Skira, Milano, 2009.
58. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Editori Laterza, Bari, 2010.
59. Con le proprie scritte si è guadagnato anche una condanna a una multa pari a 500 euro per aver “imbrattato” un muro di fronte alla biblioteca Bicocca di Milano: cfr. Street art, “anche se è arte imbratta”: ecco perché Ivan Tresoldi è stato condannato a Milano, in La Repubblica, 7 gennaio 2019.
60. Da una rivista rilasciata da Ivan Tresoldi alla rivista del Centro sovrazonale di comunicazione aumentativa di Milano e Verdello.
61. A. Contiliano, Uno sguardo sulla poesia a sud e l’Antigruppo, in Retroguardia, n. 24, 2010.
62. L. Ferlinghetti, Poesie politiche, cit.
63. A. Camus, Le mythe de Sisyphe, Gallimard, Paris, 1942 (nella traduzione di A. Borelli, per l’edizione Bompiani, Milano, 1964).
64. L. Ferlinghetti, Little boy, cit.
65. Ibidem.

One thought on “Lawrence Ferlinghetti, l’Antigruppo e la poesia viva. Di Eva Di Palma

  1. Ho appena terminato di leggere questo contributo di notevole originalità e forza sia critica che, appunto, “politica”; e leggendo mi è venuto in mente che in un’altra periferia, nel Salento, Antonio Leonardo Verri coagulava intorno a sé e alle riviste che fondava nel tempo energie e idee simili a quelle dell’Antigruppo e sempre Verri lanciava il suo grido di guerra: “Fate fogli di poesia, poeti!” invitando a scardinare ogni intellettualismo e autocompiacimento per restituire alla poesia la sua forza rivoluzionaria.
    Non credo sia un caso che l’editoria e l’accademia “mainstream” continuino a far sì che quasi nulla di quel fermento sia, oggi, noto – e questa rottura del silenzio, anche quest’intelligente porre in correlazione diretta scrittura e jazz, poesia e oralità , costituiscono ai miei occhi il grande valore di questo saggio.

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