Accento acuto

Tractatus logico-philosophicus (1921). Un indicibile in mostra

Torno a scrivere per questa rubrica dopo un periodo di silenzio, durante il quale a mancare è stata la parola, non certo le parole, queste anzi sempre più numerose e tumultuose, moltiplicate e insieme svuotate da un uso distratto e tronfio della lingua comune e di un qualsivoglia lessico specializzato: un flusso inarrestabile e quotidiano che chiede, a chi non voglia annegare, di essere sordo alla domanda sul significato e sul senso del loro combinarsi…

Cento anni fa appariva sulla rivista «Annalen der Naturphilosophie» la prima edizione della Logisch-Philosophische Abhandlung, divenuta poi nota con il titolo latino dell’edizione bilingue tedesco-inglese del 1922: Tractatus logico-philosophicus. Si trattava di una versione imperfetta, che giungeva tuttavia dopo i ripetuti e falliti tentativi di Ludwig Josef Johann Wittgenstein (1889-1951) di trovare un editore per la sua prima opera, che, a parte due saggi filosofici minori e un dizionario per le scuole elementari, resta l’unica pubblicata durante la sua vita. E forse non poteva essere altrimenti, giacché il Tractatus è un’opera plurale, illimitata: contiene il suo possibile e il suo impossibile, nel senso in cui Wittgenstein stesso la intese: «La mia opera si compone di due parti, quella presentata qui, più tutto quello che non ho scritto. Ed è proprio questa seconda parte quella importante». Un libro per iniziati, come le prime righe della Prefazione enunciano: a comprenderlo infatti sarà forse «solo colui che ha già pensato i pensieri che qui vi sono espressi». Il suo fine quindi non è insegnare, ma procurare piacere (Vergnügen). Un’opera che si dichiara in un certo senso estetica e nondimeno etica, per il suo fondamentale intento di tracciare dei limiti. Un’opera che per queste stesse ragioni invoca la sua propria negazione.
Il Tractatus intende ridefinire i confini dei problemi filosofici, sottraendoli al fraintendimento della logica del nostro linguaggio, questo libro – dichiara Wittgenstein – traccerà infatti «un limite (Grenze) al pensiero (Denken), o piuttosto – non al pensiero, ma all’espressione dei pensieri (Gedanken): poiché per tracciare un limite al pensiero, dovremmo poter pensare entrambi i lati di questo limite (dovremmo poter pensare quindi ciò che non si lascia pensare)». La potenza di questa immagine risiede nella sua vertigine logica, poiché in essa il soggetto del pensiero vacilla, ritrovandosi “cacciato” dal mondo per scoprirsi un suo limite inaccessibile, la sua soglia cieca. La vertigine coglie il testo stesso, che sembra risuonare dello stile aforistico oracolare dei frammenti di Eraclito, che «non dice né nasconde, ma indica». A ciò contribuisce la stessa struttura geometrica del Tractatus. Esso è costruito intorno a sette proposizioni fondamentali, numerate con i numeri naturali 1-7, ognuna delle quali (tranne l’ultima) è seguita da ulteriori proposizioni numerate con espansioni decimali, di modo che, per esempio, il paragrafo 1.1 è (si suppone) un’elaborazione della proposizione 1, 1.22 un’elaborazione di 1.2, e così via; una struttura ad albero, che tuttavia non obbedisce a uno schema deduttivo. Questa costruzione discontinua invita in certa misura a entrare nel Tractatus attraverso qualsiasi suo punto, a leggerlo saltando liberamente da una proposizione all’altra, per ritesserne costantemente la trama, quasi potesse emergere così il suo disegno segreto, tutto ciò che non vi è scritto ma che vi è indicato, mostrato. Un misterioso appello alla pratica del limite dopo averlo chiaramente tracciato, ricadendo sempre tuttavia nella prima proposizione fondamentale: «Il mondo è tutto ciò che accade/Die Welt ist alles, was der Fall ist».
Il mondo consiste di fatti (Tatsachen), non di oggetti (Dinge); il fatto è definito come il sussistere di stati di cose (Sachverhalte), che sono a loro volta combinazioni di oggetti, combinazioni fattuali o possibili, ma sempre in accordo con le proprietà logiche degli oggetti. Se la totalità degli stati di cose, fattuali e possibili, costituisce l’intera realtà, solo gli stati di cose che esistono attualmente formano il mondo. I pensieri e le proposizioni sono immagini e l’immagine è un modello della realtà. La struttura logica dell’immagine, sia nel pensiero che nel linguaggio, è isomorfa alla struttura logica dello stato di cose che essa rappresenta. Più radicale è la visione di Wittgenstein per cui l’immagine (pensieri, proposizioni) e lo stato di cose condividono la stessa forma. I nomi devono avere una Bedeutung (riferimento/significato), ma possono farlo solo nel contesto di una proposizione tenuta insieme dalla forma logica. Ne consegue che solo gli stati di cose che possono essere raffigurati possono essere rappresentati da proposizioni dotate di senso. Ciò che può essere detto si riduce all’improvviso solo alle proposizioni della scienza naturale, lasciando fuori dal regno del senso un numero impressionante di affermazioni che sono fatte e usate nel linguaggio.
Tra queste vi sono in primo luogo le stesse proposizioni della logica: «Le costanti logiche non rappresentano […] la logica dei fatti non può essere rappresentata». Tautologie, contraddizioni e proposizioni della logica non “immaginano” nulla e sono pertanto senza senso (sinnlos), sono i limiti del linguaggio e del pensiero, e quindi i limiti del mondo. Solo ciò che si trova al suo interno può essere espresso in proposizioni. Il senso stesso del mondo deve trovarsi al di fuori di esso: «Nel mondo tutto è com’è, e tutto accade come accade; in esso non c’è nessun valore (Wert), e se ci fosse non avrebbe alcun valore. Se c’è un valore che ha valore, allora deve trovarsi al di fuori di ogni accadere e essere-così. Ogni accadere e essere-così è infatti accidentale (zufällig)». Ne deriva che non possono esserci proposizioni dell’etica. Come la logica, l’etica è trascendentale, e con essa l’estetica: «Etica ed estetica sono tutt’uno».
Wittgenstein non rigetta tutto ciò che non è dentro i limiti del senso, perché sa che «sentiamo (fühlen), che, persino quando tutte le domande scientifiche possibili hanno trovato risposta, i problemi della nostra vita non sono stati ancora nemmeno sfiorati. Certo proprio allora non resta più nessuna domanda; e proprio questa è la risposta». C’è qualcosa che non ricade nello spazio del dire (sagen), ma costantemente fugge, lo si può solo indicare, mostrare (zeigen): «Ciò che può essere mostrato non può essere detto». Con questa distinzione fondamentale tra dire e mostrare Wittgenstein dischiude e salva la dimensione di un indicibile: «C’è certo però l’indicibile. Questo si mostra, è il mistico./Es gibt allerdings Unaussprechliches. Dies zeigt sich, es ist das Mystische». L’indicibile è il mistico, giacché chiede di chiudere (myein, da cui mystikòs) la bocca. Wittgenstein precisa ulteriormente il significato di mistico nella contrapposizione tra il wie/come del descrivere e il daß/che del mostrare: «Non come il mondo è, è il mistico, ma che esso è./ Nicht wie die Welt ist, ist das Mystische, sondern daß sie ist». Nella penultima proposizione, prima di quell’ultima famosa che racchiude il senso (mistico) del libro, «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere», Wittgenstein mostra – tracciandola e cancellandola – la strada al lettore, che, se lo comprende, riconosce infine come insensate (unsinnig) le sue proposizione, se si è arrampicato per esse, su esse, oltre esse: «(Egli deve per così dire gettar via la scala (Leiter) dopo essere salito su di essa.) / Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede precisamente il mondo».

Rossana Lista

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