Anatomie

Macello: una soggettività individuata contro una realtà asettica

Ne Il carnefice Dario Bellezza scrive «Tutti quelli che hanno parlato di sé, miei cari, sempre hanno dato una versione camuffata dei loro piani […]: sono stati pieni di riguardo per il loro io sbudellato alquanto; io invece lo so di tramortirmi nella confessione piena: di chi è incapace, certo, di uccidere, cerca di essere un’anima brutta, e non finge di farsi pisciare addosso». Per quanto Bellezza tenti di dare di sé una versione autentica, fa, come lo stesso Pasolini riconobbe[1], «dell’idealismo, presentandosi ossessivamente per tutto il corso del libro come un’anima brutta. […] Manca una confessione piena, c’è anzi una confessione particolarmente selettiva e parziale». Bellezza in Invettive e licenze scriverà: «il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione». In questo testo il poeta dichiara che nella sua poesia partirà sempre da se stesso, secondo modulazioni che negli anni andranno modificandosi, restando tuttavia aderenti a questo punto iniziale. L’anno di pubblicazione di Invettive e licenze è il 1971, da quel momento in poi gli sviluppi della poesia in Italia sono stati numerosissimi, e negli anni Settanta in particolare, sono stati pubblicati alcuni tra i libri di poesia più significativi degli ultimi decenni, in cui il soggetto lirico ha assunto di volta in volta una fisionomia ancora diversa[2]. Mi riferisco in particolare a Il disperso di Maurizio Cucchi e a Somiglianze di Milo De Angelis. Entrambi editi nel 1976. Sono gli stessi anni in cui Ivano Ferrari scrive e conclude Macello, edito molti anni più tardi[3].
Macello è costituito da ottantasei brevi poesie, legate da uno stesso tema. Dentro un’identica dimensione spaziale, quella del mattatoio, la macellazione è registrata in ogni suo atto attraverso l’uso continuo del presente indicativo. Al mattatoio di Belfiore in cui ha lavorato dal 1973 al 1978, Ivano Ferrari inizia come addetto alle pulizie degli spazi dove venivano macellati gli animali. Per il poeta, come lui stesso afferma, la scrittura diventa una forma di riscatto: «lì dentro dovevo pulire, fare in modo che tutto diventasse asettico e che le scene di morte selvaggia che si accumulavano venissero cancellate da un getto d’acqua bollente. All’interno di questo concetto così profondo e netto di pulizia, la scrittura era un modo di conservare la pesantezza…»[4].
Giuseppe Genna[5] definisce Macello una sintesi de Il disperso e di Somiglianze. È soprattutto la forma poematica di Macello a sintetizzare le tendenze in voga negli anni Settanta, a spostare la poesia verso la prosa com’è il caso de Il disperso di Cucchi e, aggiunge, «se si prescinde la matericità, la poesia di Ferrari approccia la folgorazione zen di cui De Angelis è interprete da decenni». Per quanto sia ravvisabile una vicinanza tematica tra Ferrari e le opere di Cucchi e De Angelis, sono certamente di più le differenze fra i tre autori. Sono molte le ragioni per cui la scrittura d’esordio di Ferrari si allontana da quella degli innamorati[6]. Ma non è questo il luogo per approfondire. Scrivevo dell’io lirico, appunto, e della possibilità di essere quanto più vicino alla propria, parziale, realtà, senza trasfigurazioni ipertrofiche o idealizzanti com’è il caso del testo citato di Bellezza. Anche Ivano Ferrari espone fin da subito un io riconoscibile e indubitabile, che rifiuta di mascherare il soggetto, né mai si affida a un personaggio che lo metta al muro o lo sostituisca completamente. In Macello la registrazione dell’esperienza rimane un fatto privato ed esclusivo: incarna la voce stessa del protagonista. Già nel secondo componimento l’io lirico, dopo essersi brevemente descritto: «La mia pelle ripulita e triste / il cuore glabro/ il colorito bluastro», presenta se stesso e la propria funzione «io sono quello / che stabilisce la commestibilità / dei vostri miasmatici cibi». Il mattatoio è uno spazio chiuso in cui i miasmi di morte saturano la percezione del soggetto capace tuttavia di generare poesia. Lo stesso Ferrari definisce il mattatoio uno spazio isterico che costringe ad aderire agli aspetti più crudi della realtà di cui l’opera porta inevitabilmente impresse le tracce. Tracce coerenti sia con la biografia dell’autore, sia con i cupi anni Settanta in cui Macello è stato scritto.
Nel poemetto compaiono alcune poesie che hanno come tema centrale la pulizia quotidiana nel mattatoio, vissuta dall’io lirico come atto di rimozione della mattanza avvenuta: «Irritato dal trionfalismo del sangue / e sazio di natura / roteo gli occhi a cerchio / esteticamente silenzioso / di fronte / all’impotenza dei depuratori». Cosa significa rimuovere l’esperienza? Cosa significa rimuovere la realtà? Nel caso di Ferrari, rimuovere significa togliere alla vista, togliere all’olfatto l’esibizione della morte, significa alterare la verità. Per questo “i depuratori sono impotenti”. La lingua di Ivano Ferrari è precisa, immediata, chirurgica; è una scrittura che procede per sottrazione e tuttavia capace di «conservare la pesantezza», è in grado di rendere la realtà da ogni angolatura, senza alcuna omissione. E ancora: «L’innaturale naufraga / nella pausa di mezzogiorno. / L’oscillare cauto delle mezzene / con l’asettica retorica del pavimento ripulito / danno risalto ad una materia infedele / alle piccole fughe della natura». Oppure: «Li chiamano ribelli / sono i pensieri che valicano / i confini delle pulizie pomeridiane / li chiamano ribelli / perché rifiutano i sepolcri / in cui i desideri sono allineati / con lo scarto (grasso, ossa, uteri) / che va a riempire le trincee / dietro cui i veterinari si difendono».
Ripulire gli ambienti significa renderli asettici, significa negare la complessità del reale, rendere anonima ogni ricerca di senso. La pulizia falsa la realtà, genera cautela e sistematicità in un mondo (quello descritto da Ferrari) che è tutt’altro che rassicurante, in cui tutto è e tornerà ad essere costrizione, tensione, dolore.
Lo stile, il lessico di Ivano Ferrari sono funzionali alla realtà che rappresenta e all’esperienza personale vissuta dall’autore, non sono mera tautologia, né esibizionismo compiaciuto: sono la vita e il suo rovescio e il suo travaglio sciabordati; non sono l’infante ripulito dopo il parto per renderlo più presentabile, sono il bambino col suo cordone, la placenta e il piccolo corpo ancora sporco di sangue.

Paolo Cosci

[1] Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, p. 110, Einaudi, Torino 1979.
[2] Un discorso ulteriore richiederebbe lo studio dell’influenza altrettanto significativa delle antologie di poeti pubblicate in quegli anni, le più rilevanti, dopo la pubblicazione de Il pubblico della poesia del 1975, sono, del 1977, Poesia e realtà, a cura di G. Majorino; del 1978, La parola innamorata. I poeti nuovi, a cura di E. Di Mauro e G. Pontiggia; e infine, entrambe del 1979, Poesia degli anni Settanta, a cura di Antonio Porta, e Il movimento della poesia italiana degli anni Settanta, a cura di T Kemeny e C. Viviani.
[3] Macello sarà pubblicato in una prima parziale versione in Nuovi poeti italiani 4 nella Bianca Einaudi nel 1997, poi in forma autonoma e completa sempre con la Bianca Einaudi nel 2004.
[4] Il primo amore, il dolore animale, Conversazione con Ivano Ferrari, pp. 159-166 a cura di Laura Santoni, Effigie editore
[5] Giuseppe Genna in Ivano Ferrari: Macello pubblicato su i miserabili.it nel gennaio del 2004 definisce Macello un tentativo di sintesi tra due elementi di quell’annus mirabilis, il ’76: che richiama la poetica della materia di Cucchi e le scaglie metafisiche di De Angelis.
[6] Cucchi e De Angelis, pur mantenendosi piuttosto autonomi da quell’esperienza, aderiranno a la poesia degli innamorati, che lo stesso Ferrari considerava egemone sul finire degli anni Settanta.

Foto di copertina: Ivano Ferrari.

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