Anatomie

Un abisso sospeso

Lo scorso giugno è uscito con l’editore Arcipelago Itaca, la prima raccolta di poesie di Riccardo Socci, Lo stato della materia. Riporto di seguito alcune poesie e una lettera che gli scrissi dopo aver letto il suo libro.

Ho potuto guardare più profondamente
nell’abisso nel quale sto precipitando
e ho deciso di fermarmi.

I. A. Gončarov

Allora vidi il guardiano del campeggio
che si legava la corda alla vita
e capii che si preparava alla discesa.

R.Bolaño

*

Pisa-Firenze

L’ordine che impone il paesaggio
il fiume: la superficie increspata
dal vento, le anse irregolari,
un tronco che galleggia.

Ma le persone, quale ordine
le persone? Nei condomìni
della Valdarno, dentro i capannoni,
sui vagoni del treno merci
che stanno caricando?

In un appartamento, un ovolo
sta per essere fecondato. Il pranzo
è appena finito e la donna
a cavalcioni geme sulla sedia
in cucina, muovendo a ritmo
il bacino. Sale il caffè.
Dalla televisione accesa
il giornalista incravattato
riporta gli eventi del giorno
a sua immagine e somiglianza.

*

La voce incostante del mondo:
semafori, autoambulanze, areoplani.
Sembra invitarmi a qualcosa. La luce
Che si riversa nella stanza illuminata
alle pareti gli animali
a sangue freddo. Disteso sul letto,
mi godo i processi endotermici
del mio corpo. Sono calme
oggi le strade, lungo
le quali nessuno mi aspetta.

*

La nube, attratta dalla propria forza
di gravità, dà inizio ai processi
di fusione nucleare. Una stella
trascorre quasi tutta l’esistenza
in una fase di stabilità,
rigettando materia nello spazio.

È sabato, le croste si attaccano
agli angoli dell’occhio, mentre vaste
superfici di sole esplose
disturbano nell’etere i segnali,
i voli dei piccioni e delle nuvole,
la quiete nei palazzi
addormentati nella città.

*

I due, sdraiati sul divano

Potrebbero scopare ma adesso
stanno guardando il video di un uomo
obeso che si ingozza. Lui spera
che l’obeso muoia di un attacco cardiaco
in diretta. Pensa che sarebbe la conclusione
perfetta di questa esperienza
estetica. L’obeso indossa un paio di occhiali
con le lenti molto spesse
che li deformano il viso. Lo ascoltano
masticare per mezz’ora due chili
di marmellata di arance, ma l’obeso
che pure è in affanno e respira
male, non muore. Lei si stanca, gli slaccia
la zip, stringe la mano a pugno
attorno al suo cazzo. Passeranno
la notte abbracciati. Domani
bevendo il caffè,
cercheranno di ricomporre
le immagini confuse dei sogni
fatti, per raccontarseli,
come un album di famiglia.

*

Metà luglio, notte. Il paesaggio

Si prepara al temporale. Una donna
consiglia all’uomo di non soffocare
le proprie emozioni. Sui tronchi,
muovendo l’addome, i maschi di cicala
richiamano le femmine. Un’immagine
di recente ricorre nei suoi pensieri:
è mercoledì, siamo in cucina,
c’è una vecchia signora
che stende gli gnocchi. A un tratto
alzando gli occhi, chiede al bambino
di prendere il libro di antologia
per leggerle una storia.

Le onde elettromagnetiche hanno ormai
coperto la campagna. Trascorsi i primi
anni di vita sottoterra, le larve
di cicala si adattano a una forma
più complessa di solitudine.

Ma abbiamo di nuovo mancato il punto:
il cielo è in espansione,
la luce lo attraversa,
la voce dell’uomo è un segnale
tardivo, come il tuono

Caro Riccardo,
c’è nel tuo libro una rappresentazione del mondo definita. La realtà è rappresentata nella sua dimensione fisica, molecolare, che ingloba in un unico affresco gli esseri umani (con i loro eventi) e l’Universo. La descrizione del mondo non è mai statica, già la prima poesia mostra una visione del mondo in moto: descrive l’«ordine» del paesaggio tra Pisa e Firenze con le «anse irregolari» del fiume Arno; un “ordine” invece dubbio per gli esseri umani: «quale ordine / le persone?». Per quanto quasi mai si avverta la presenza dell’io lirico, la narrazione del mondo parte sempre da sé. L’io lirico che, come precisi nella seconda poesia, si gode «i processi endotermici» del proprio corpo, assimila il calore del mondo che lo circonda e quel mondo lo deforma per restituirlo più aderente alla realtà (e alla sua complessità) sulla pagina bianca. Già nella quarta poesia «La nube, attratta dalla propria forza / di gravità» freni ogni possibilità di indagare l’abisso oltre lo stato apparente delle cose. (Perché?). «Una stella / trascorre quasi tutta l’esistenza / in uno stato di stabilità». Sembra che solo la materia rigettata nello spazio dai moti centrifughi e centripeti del sole possa condizionare la vita sul nostro pianeta dove «vaste / superfici di sole esplose / disturbano nell’etere i segnali, / i voli di piccioni e delle nuvole, / la quiete dei palazzi addormentati / della città //». La descrizione si limita, insomma, a rappresentare lo stato di equilibrio della nostra stella e gli avvenimenti sul nostro pianeta effetto di quell’equilibrio. Ciò che segue da questo momento in poi è un «corollario» di quanto finora hai rappresentato: «sembra allora / di capire il teorema dei cicli: / calore prodotto nel nucleo, / rocce metamorfiche sotto radici che si allungano alla polpa, chilometri di arterie dove corrono / ordigni innescati dal sole / per brillare sui rami». E dopotutto ammetti che «non ci sia bisogno di scavare» perché affondare non occorre, il mondo (in questo caso la natura) si manifesta per quello che è ed è ciò che si manifesta. E di nuovo non puoi dire lo stesso dell’uomo, per cui nella poesia I due sdraiati sul divano compi una prima torsione della realtà e della sua rappresentazione. Il mondo intorno all’uomo è una rappresentazione «enumerabile», quasi estranea ai drammi umani, che rendono appunto improbabile una rappresentazione di un «ordine» per l’uomo stesso.
Ma sei incredibilmente coerente, e questo è certo un merito. Nella poesia Bologna – Ancona ammetti la possibilità che la visione proposta del mondo sia semplificata: «Sapevo di sbagliarmi / di semplificare di molto le cose, / ma pareva che tutto fosse a posto» e, subito dopo, ne Gli amanti si danno tregua, la luce ammetti che la rappresentazione del mondo della prima strofa sia fatta da «faccende insondabili»; l’abisso dunque non è misurabile, lo si può solo osservare come fenomeno tra gli altri fenomeni, coerentemente con le citazioni in aperture del libro, decidi di fermarti, di enumerare senza affondare. «Enumerare / ciò che vedo è una strana consolazione». Enumerare, catalogare, rappresentare, mettere ogni cosa al proprio posto rassicura, mette al riparo dal mondo. Nel terzo dittico Firenze – Faenza, dopo Pisa – Firenze, Bologna – Ancona e prima di Lugano – Zurigo posto in chiusura, il paesaggio assume per la prima volta tratti espressionistici, subisce una torsione nuova e una visione comunque alterata dall’osservatore che enumera ma lo fa stando in movimento, di fronte a un paesaggio che muta attimo dopo attimo: «A destra si apre una valle, casolari / di fronte al tramonto / che sembrano ferite. […] / A intermittenza, su tutto / il buio di una galleria».
Insomma, le tue poesie sono belle, alcune bellissime, ma non ammettono un affondo reale, coerentemente con le epigrafi poste in apertura, hai deciso di non sondare, di fronte all’abisso, di fermarti.

Paolo Cosci

Riccardo Socci è dottorando in studi italianistici all’Università di Pisa, si occupa della poesia italiana del secondo Novecento.


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