Fascinazioni

Paul Auster

 

A cavallo dei trent’anni, vissi un periodo in cui tutto quello che toccavo si trasformava in fallimento. Il mio matrimonio si concluse con un divorzio, il mio lavoro di scrittore andò a picco, e mi ritrovai assillato dai problemi finanziari. Non sto parlando di penurie occasionali, o di periodiche tirate di cinghia, ma di una mancanza di denaro continua, oppressiva, soffocante, che mi avvelenava lo spirito generando una condizione di panico senza fine.
Non potevo rimproverare altri che me stesso. Il mio rapporto con i soldi era sempre stato deficitario, elusivo, ricco di impulsi contraddittori, e ora pagavo il prezzo del mio rifiuto di assumere sul problema una posizione decisa. Fino allora, la mia unica ambizione era stata quella di fare lo scrittore. Lo avevo stabilito da quando avevo sedici o diciassette anni, e non mi ero mai illuso che avrebbe potuto darmi da vivere. Fare lo scrittore non è una «scelta di carriera», come fare il medico o il poliziotto. Più che sceglierlo, ne vieni scelto, e una volta constatato che non sei adatto a fare nient’altro, ti devi preparare a percorrere per il resto della vita una strada lunga e difficile. A meno di scoprirti un favorito degli dèi (e peste colga chi vi fa affidamento), il tuo lavoro non ti procurerà mai abbastanza per mantenerti, e se ci tieni ad avere un tetto sopra la testa e a non morir di fame, è meglio che ti rassegni, per pagare conti e bollette, a fare un altro lavoro. Lo capivo, ero preparato, non avevo rimostranze. In questo senso, ero enormemente fortunato. Non nutrivo particolari voglie di beni materiali, e la prospettiva della povertà non mi spaventava. Tutto quello che volevo era un’occasione di fare il lavoro verso cui intimamente mi sentivo portato. […]
Non intendo difendere le scelte che feci. Se non furono pragmatiche, la verità è che io non volevo essere pragmatico. Volevo nuove esperienze. Volevo uscire nel mondo e mettermi alla prova, divagare da un’esperienza all’altra, esplorare il più possibile. Pensavo che se avessi tenuto gli occhi aperti, tutto quello che poteva succedermi sarebbe stato utile, mi avrebbe insegnato cose che non avevo mai saputo. Può sembrare vecchia letteratura, e forse lo era. Il giovane scrittore dà l’addio alla famiglia e agli amici salpando per mete incognite alla scoperta di se stesso. Nel bene e nel male, dubito che mi si sarebbe adattata un’impostazione diversa. Avevo l’energia, una testa che scoppiava di idee e il solletico ai piedi. In un mondo così grande, l’ultima cosa che desideravo era starmene al calduccio. […]


P. Auster, Sbarcare il lunario. Cronaca di un iniziale fallimento, Einaudi 1997. Traduzione di Massimo Bocchiola.

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