Libri

Marilena Renda, Fuoco degli occhi, Aragno 2022

 

Cos’è il luogo di partenza se non il fuoco
    principale
il punto da cui partono tutte le nostre illusioni
di bontà, di giustizia, perfino di simmetria.
Non possiamo che restare qui, scrive Brancati
in una lettera da Zafferana, qui non regnano
la follia e la dittatura, solo i poveri spiriti di
    questa casa 
che per giorni interi mi invadono,
mi feriscono, mi impediscono di scrivere.
Però sono passati troppi ritorni, e ho visto
che anche noi siamo pazzi,
e non c’è giovinezza che ci possa difendere dal
    presente,
non c’è niente di speciale nei nostri ritorni a
    casa,
solo la paura dell’inizio e della fine.

*

La prima volta che vidi una casa
la trovai più spaventosa di una tana.
Mia madre non aveva più lo sguardo del
    terremoto,
ma la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso
di quelli che provano a fare ordine nel terrore.
Le madri sono buone, buone come la terra,
e la terra è buona anche quando non lo è affatto.
Il loro regno è potente e silenzioso,
hanno attraversato regni di macerie
e nel sangue hanno la quiete della morte.

*

Raccontami di nuovo la storia del bambino
che al tramonto strapparono alla madre
per innestare il suo corpo nel carrubo,
perché alla circolazione di linfe e succhi
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.
È il padre che doveva cibarsi dei frutti di questa
    infiorescenza,
mangiare carne giovane mescolata a foglie,
per tornare dalla morte al figlio che lo cercava.
Raccontami di nuovo di come il figlio si illuse
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le
    leggi di natura,
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla
    terra,
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul
    punto della morte,
gli si abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

 

Marilena Renda apre con una bella idea: seguire le tracce di alcune apparizioni di grandi artisti e pensatori in Sicilia, terra posta al confine tra vero e falso, tra natura e cultura, cioè tra corpo e acqua e tra oggetto e ombra dell’oggetto, dunque tra vivi e morti, in un’atmosfera eliotiana di tempo circolare, sempre tornante, senza inizio né fine. Il tempo è forse quello dell’infanzia e l’infanzia è la veduta di un’isola lontana, abbracciata da fuori con lo sguardo, isola nella quale ogni volta si torna a prendere fiato e, insieme, l’amaro della memoria. Isola-magnete e fuoco centrale della poesia di Renda, caproniana res amissa della biografia che zampilla parole: quando l’infanzia coincide col luogo geografico, la nostalgia e la sua eco narrativa sono doppie, spaziotemporali, sono «una conversazione antica» come quella col Cretto, perché «il dimenticato viene da ogni direzione» e non c’è scampo alla memoria – o a quella che crediamo sia la nostra memoria, che spesso trasfigura invece in invenzione, fata morgana o favola nera. Attraversando la terra prodiga e crudele delle madri, si raggiunge una zona di confine, bianca e sfumata di profezie e visioni e, ancora una volta, di metamorfosi: le mutazioni descritte dalle favole sono ora concrete e tridimensionali, cose vive che davvero si aggirano nelle zone radioattive del mondo, specie estinte che tornano a camminare. Tutto il libro di Renda sembra il ritorno dopo più di un’estinzione, come capita ai vivi. Fuoco degli occhi è resoconto, inventario di quello che regge quando un pezzo di strada è stato fatto, dopo che un terremoto è stato subito e gli occhi hanno visto, del mondo, tradimenti e pericoli, guadagnando una malinconia pacata, adulta, che lascia spazio alla vita, propria e altrui, che si osserva crescere «indisturbata»: vita così vicina e così lontana, se noi siamo capaci di lasciare «la presa sulle creature» e fare che la vita torni alla vita, al proprio micidiale, al proprio formidabile nutrimento.

Maria Grazia Calandrone

M. Renda, Fuoco degli occhi, Aragno 2022.

Marilena Renda  è nata a Erice nel 1976 e vive a Bologna, dove insegna inglese. I suoi libri sono Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano (Gaffi 2010), Ruggine (dot.com press 2012), Arrenditi Dorothy (L’orma 2015), La sottrazione (Transeuropa 2015) e Regali ai fantasmi (Mesogea 2017). Con il poema Ruggine è stata finalista al premio Delfini 2009 e al premio Carducci 2013, mentre La sottrazione ha vinto il premio Bologna in Lettere 2019.

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