Anatomie

La letteratura ci salverà dall’estinzione: l’ultimo libro di Carla Benedetti

A febbraio è uscito l’ultimo libro di Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Alessandro Fiorillo ne dà una lettura puntuale e approfondita. 


  

This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.
                            T.S. Eliot, The Hollow Men

   

1. Pandemia e antropocene

Ernesto Burgio, tra i più lucidi interpreti della pandemia in atto, ha recentemente parlato del fenomeno in questi termini:

[…] possiamo affermare con assoluta certezza che questa è la prima grande pandemia dell’Antropocene: non un evento isolato e accidentale, ma appunto un episodio particolarmente drammatico di una malattia cronica e rapidamente progressiva che interessa l’intera ecosfera e soprattutto la biosfera e le catene alimentari e, di conseguenza, l’umanità intera. È per questi motivi che non ha senso pensare di affrontarla soltanto con farmaci e vaccini, come purtroppo stanno facendo i Paesi occidentali più ricchi e potenti che sono (e non è un caso) quelli che non vogliono riconoscere e affrontare la crisi ecologica, climatica e biologica globale che essi stessi hanno provocato.[1]

Lo scienziato, che è anche presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale, sostiene quindi che le risposte con cui stiamo affrontando l’emergenza siano inadeguate: non è possibile pensare di risolvere la condizione attuale senza ripensare profondamente l’impatto antropico sugli ecosistemi. Quello di Burgio è un invito, tragico e urgente, ad allargare lo sguardo per vedere che cosa sta realmente accadendo alla specie umana e al nostro fragile rapporto con la Terra. Da oltre un anno, la ricerca scientifica mondiale è concentrata sullo studio di un virus che ha sconvolto le nostre esistenze, eppure la mutazione zoonotica che ha permesso il salto di specie è un fenomeno biologico conosciuto da molto tempo. I rischi erano già visibili (non solo dagli addetti i lavori), ma questa consapevolezza non ha innescato quel processo cognitivo, politico e sanitario che appare oggi inevitabile. Anche se l’emergenza ecologica si sta imponendo come il problema principale che l’umanità è chiamata ad affrontare, sono pochissime le persone che hanno individuato nei saperi umanistici quei dispositivi del pensiero a cui bisogna rivolgersi per innescare il cambiamento necessario e improrogabile. L’ultimo libro di Carla Benedetti si inserisce esattamente in questa esiguo insieme.

2. La letteratura ci salverà dall’estinzione

Uscito a febbraio per Einaudi, La letteratura ci salverà dall’estinzione stupisce già dal titolo: non si tratta di una domanda, ma di una possibilità reale e di un invito. In maniera meno icastica, così recita il brano riportato in copertina:

L’umanità rischia di scomparire. È la sfida più grande nella storia della nostra specie. Bisogna cambiare i modi di pensare che hanno provocato il danno. La letteratura, sorgente antica e sempre viva di invenzione, può stimolare questa metamorfosi.[2]

In queste tre frasi non solo troviamo condensato il senso dell’operazione condotta da Benedetti, ma anche la cifra che caratterizza l’intero saggio: l’enormità del problema e la chiarezza espositiva. Muovendosi continuamente tra filosofia e letteratura, tra le “zone non sorvegliate del pensiero e dell’invenzione” l’autrice rivendica la dimensione “minore” dei saperi umanistici trovando in questa condizione la capacità di sfuggire alla coercizione, di cui parlava Foucault, “di un discorso teorico formale unificato”. Questa libertà di movimento del pensiero e della parola permettono da sempre all’umanità di spingersi oltre i limiti della nostra specie: divenire “acrobati del tempo”, secondo l’evocativa immagine del filosofo Gunter Anders, per osservare il mondo da una posizione inaudita, per prefigurare i futuri possibili e stimolare un cambiamento radicale nel modo di vedere e di pensare la nostra condizione.
Attraversando secoli di letteratura, da Omero a Leopardi, per approdare alla contemporaneità (Gadda, Pasolini, Moresco, ma anche Achebe e Gosh) il libro di Carla Benedetti propone di leggere i testi per coglierne le potenzialità latenti, come la capacità che da sempre ha l’arte di emendare l’intelletto e di risvegliare delle “forze dormienti”. Per questa ragione La letteratura ci salverà dall’estinzione si pone su un piano completamente diverso dai contemporanei lavori che hanno indagato il rapporto tra la letteratura e l’ambiente; l’autrice non compie una disamina tematica, non traccia una cartografia per analizzare come la letteratura parli o possa parlare dell’ambiente, ma ricerca quella capacità che ha l’arte di stimolare l’immaginazione e di innescare una metamorfosi nei nostri modi di pensare che sia adeguata all’enormità dell’emergenza ecologica. Più vicino alle pratiche filosofiche dell’antichità che all’ecocriticism contemporaneo, il libro non espone un sistema, ma vuole “produrre un effetto formativo”, per riprendere le acute riflessioni di Pierre Hadot sul pensiero nell’antica Grecia[3].

3. Apocalisse

Nel libro più di un capitolo è dedicato al tema dell’apocalisse: muovendosi da Kermode a Debord, da Adorno a De Martino, Bendetti individua i limiti delle analisi novecentesche nel loro tono assertivo:

Quasi tutte le teorie critiche della società formatesi nel secolo scorso, soprattutto nella seconda metà, annunciavano l’avvento di forme di dominio nuove e inarrestabili, talmente pervasive e totalizzanti da non potervisi sottrarre. Erano di fatto delle profezie apocalittiche assertive, che descrivevano catastrofi sociali che si sarebbero abbattute di lì a poco sulle vite dei contemporanei, seguendo il corso ineluttabile dello sviluppo della produzione capitalistica.[4]

Non è più il tempo, per la studiosa, di annunciare l’apocalisse con le profezie assertive che hanno caratterizzato molte riflessioni occidentali; ormai il concetto stesso di “fine del mondo” ha travalicato i limiti culturali e geografici di un popolo e si è dilatato ben oltre la specie umana, coinvolgendo nell’esponenziale corsa verso le estinzioni a venire tutte quelle forme di vita che abitano la Terra.
In questo orizzonte cupo, ciò che l’essere umano può fare consiste nel rivolgersi a quelle “forze suscitatrici” che non ritardano l’apocalisse come il katechon paolino, ma producono dei terremoti cognitivi all’interno delle nostre menti, che non paralizzano il pensiero nella trappola del “tutto è perduto” ma lo alimentano e lo moltiplicano aprendosi ai futuri possibili. Così, ad esempio, può avvenire per il sentimento del lutto, di cui Benedetti parla a proposito di un folgorante racconto di Anders che ha per protagonista Noè: non solo possiamo provare il lutto per ciò che non è più, per chi abbiamo perso, ma anche rivolgere questo sentimento nei confronti delle generazioni future che stiamo condannando ad abitare un pianeta devastato e inospitale[5]. Non si tratta allora di attivare un freno di emergenza che rallenti il percorso di autodistruzione, e neanche di accelerarne il processo, ma di attingere a quelle forze sopite per suscitare una reazione proporzionale all’enormità dell’emergenza, che sia capace di trasformare il nostro modo di leggere e di interpretare il mondo.

4. Il cantiere della metamorfosi

Il processo che Benedetti indaga nel libro è descritto come un vero e proprio cantiere. Un work in progress del cambiamento, un umanesimo che ponga al centro non l’antropos ma una nuova modalità di percepirci e di pensarci, come si dice nel capitolo conclusivo del libro, come ciò che siamo “prima di ogni altra cosa”[6]: Terrestri, esseri viventi che abitano il medesimo pianeta, al di là delle differenze, nella prospettiva inaudita di un “internazionale di specie” (la formula è ancora di Anders).  I segni di questa mutazione, di questa inversione di rotta, Benedetti li rintraccia in quelle “zone meno sorvegliate del pensiero e dell’immaginazione”[7]: non dentro le accademie o nelle gabbie culturalistiche, ma nei racconti dei vinti, delle popolazioni che l’Occidente ha chiamato “primitiva” e che hanno già vissuto l’esperienza dell’apocalisse, ma anche nelle parole “ingenue ma stranianti” dei più giovani rappresentanti della nostra specie che stanno lottando per il cambiamento, come Greta Thunberg.
La lucidità con cui l’autrice insegue le tracce di questa parola potente che è ancora capace di sorprenderci e trasformarci caratterizza questo originale lavoro, ma non lo esaurisce. Infatti, la scrittura di Benedetti non solo descrive il “cantiere della metamorfosi”, dove il pensiero e la parola da sempre agiscono sulle nostre coscienze, ma contribuisce a renderlo vivo attraverso la pratica diretta di questa potenza suscitatrice del linguaggio. Pur affrontando apertamente la densità concettuale del più alto pensiero critico dei secoli scorsi, il saggio si sottrae alla tentazione di istituire nuove categorie o di complicare inutilmente il discorso, ma indaga e scava i nodi più complessi del problema tentando incessantemente di dispiegare il senso del proprio ragionamento con il dialogo costante con i testi letterari, sotto il segno di una leggibilità che stupisce. Siamo abituati a considerare ingenua un’operazione di questo tipo, eppure è anche da questa porta che passa l’originalità del libro. In esergo al testo, l’autrice riporta un aforisma attribuito ad Einstein: “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”. Si tratta, apparentemente, di un’altra frase ingenua, ma se la consideriamo nel suo senso più profondo possiamo scorgere da un lato l’invito a compiere un salto paradigma, dall’altro una critica assoluta rispetto all’inadeguatezza del pensiero tradizionale.
La letteratura ci salverà dall’estinzione ci invita ad uscire dalle zone confortevoli dei nostri schemi mentali per guardare in faccia l’orrore che il futuro ci prospetta. Il presente ci sta già offrendo un’anteprima che non lascia dubbi su quello che accadrà tra pochissimo tempo, coinvolgendo nel processo autodistruttivo innescato dall’umanità anche le altre specie animali e vegetali.
Il lavoro di Carla Benedetti è un invito a non capitolare e a trovare nuove forze per resistere alla tragedia che ci attende; a rileggere Omero, che dava i nomi ai fiumi, per pensarci nel vasto sfondo dentro cui ci muoviamo, ma che ci hanno insegnato a rimuovere, a spingere le nostre coscienze “dove l’immaginazione e la sensibilità umana bruciano con maggior forza”, perché un altro mondo è possibile, qui e ora. O mai più.


Alessandro Fiorillo si è formato tra l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. Si occupa di letteratura, cinema e filosofia contemporanea con particolare attenzione all’opera di Pier Paolo Pasolini.

[1] https://wsimag.com/it/scienza-e-tecnologia/65243-la-prima-pandemia-dellantropocene
[2] Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi 2021.
[3] Pierre Hadot, La philosophie comme manière de vivre. Entretien avec Jeannie Carlier et Arnold I. Davidson, Albin Michel 2001, p.101.
[4] Benedetti, p. 58.
[5] Benedetti, Capitolo secondo. Il comizio di Noè, pp.26-49.
[6] Benedetti, Capitolo settimo. Cosa siamo prima di ogni altra cosa, pp. 123-136.
[7] Benedetti, p. 99.

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