Accento acuto

I sette palazzi celesti di Anselm Kiefer

L’intermittente ma sempre meno eccezionale confino sembra aver rivelato o esasperato la consapevolezza di un esilio originario, dal quale nessun viaggio può al momento sottrarci. Forse ci è ancora data la possibilità di scavare tra le pieghe del nostro abitare, «affinché l’uomo non sia in esilio all’interno di se stesso» (Re’uven Ha-Lewi Horowitz)…

Una tenebra scavata nella luce si spalanca appena superata la piccola soglia che immette nelle “navate” del Pirelli HangarBicocca, una notte che si squarcia improvvisa nella luminosa fredda incandescenza del cielo a nord di Milano. Un nero-inchiostro ricopre e confonde pareti, pavimento e infrastrutture metalliche, tanto da smaterializzare ogni concreto confine e rendere il luogo apparentemente illimitato. Al di sopra delle teste si levano lunghissime colonne d’aria, appese a una volta cieca e nascosta, in cui si teme di precipitare, come in un abisso rovesciato. Anche i suoni si smarriscono in un tale aperto, ma il silenzio che vi domina è percorso da rumori fantasma, si può addirittura udire il basso continuo di un’altissima tensione elettrica o lo stridore di pesanti congegni meccanici. Il monumentale fabbricato delle “Navate”, eretto tra il 1963 e 1965, ospitava infatti il reparto trasformatori della Breda Elettromeccanica e Locomotive, dove avveniva il montaggio e la prova di macchine elettriche di grande potenza. Oggi, la loro presenza in forma di assenza accresce le dimensioni di questa “ciclopica” officina, che appare abbandonata da un moderno dio Efesto ed esiliata nelle viscere oscure di un altoforno oramai spento. Così fin dall’inizio ci si aggira in questo luogo come in una cattedrale da cui un dio è fuggito o è sempre sul punto di farlo… Ed è proprio in una delle sue tre oscure “navate” che si trova l’installazione site-specific de I Sette Palazzi Celesti (2004) di Anselm Kiefer: sette torri, alte tra i 14 e i 18 metri, composte di pile di container ricoperte di cemento armato e disposte lungo un’immaginaria linea frastagliata, una sorta di crepa che guida e impedisce il cammino. Il titolo evoca il Sefer Hechalot, il Libro dei Palazzi, testo dell’antica letteratura ebraica, “proibitivo” quanto le sue dimore divine: “palazzi a perpendicolo su dirupi di luce”. Nessuno splendore circonda le torri di Kiefer, dalle cui aperture promana un’oscurità tenebrosa. Appaiono invece incenerite per un’onda di fuoco che le ha investite, nel dubbio se sia avvenuta una catastrofe o un’apocalisse, o ancora, simili a quegli edifici non ultimati, che espongono la loro nudità fatta di cemento armato, si ergono come rovine di un passato dimenticato e insieme navicelle provenienti da un futuro indecifrato. La loro dimensione scava nel tempo.

Tra i vari piani delle torri si scorgono libri e cunei in piombo, che se da un lato garantiscono la maggiore staticità delle strutture, dall’altro accrescono il senso della loro precarietà, che sembra consistere nel rischio non tanto di crollare a terra, quanto di ascendere verso l’alto, per tornare a un altrove a cui appartengono. La stessa tendenza ascensionale delle Sefirot: le emanazioni che nella Cabala rappresentano i modi in cui Dio si manifesta e gli elementi della sua continua creazione, tenuta insieme da Dio che “spinge” la struttura delle Sefirot  verso il basso e dall’uomo che ne “attira” l’influsso, agendo contro la loro tendenza del ritorno verso l’alto. Sefirot è il nome della prima delle sette torri, la più bassa e insieme la più distante, punto di partenza da cui provare a raggiungere le altre. Sì, “provare”, perché come in un deserto i passi sembrano non percorrere alcuna distanza, e anche quando infine siamo così vicini da poterle sfiorare ogni torre resta remota e inaccessibile, muta e vuota come il tabernacolo della presenza divina. Alla sommità, ai piedi o lungo ciascuna di essa i simboli dispersi di una ascesa o presa solo tentata.

Per il poliedro posto sulla sua sommità, la torre Melancholia evoca esplicitamente l’omonima incisione di Albrecht Dürer, mentre alla sua base le “stelle cadenti” (piccole lastre di vetro) e le strisce di carta contrassegnate da serie alfanumeriche (corrispondenti alla classificazione dei corpi celesti utilizzata dalla NASA) raccolgono a terra la melanconia della misura e della conoscenza rivolta ai perduti spazi siderali. La torre Ararat porta il nome del monte dell’Asia Minore dove secondo la tradizione biblica si arenò l’Arca di Noè, rappresentata sulla sommità della torre da un modellino in piombo, piombo saturnino. Ararat evoca insieme distruzione e cominciamento nel loro nesso inestricabile. Con i suoi 18 metri Linee di Campo Magnetico è la torre più imponente dell’intera installazione. Una serie di pellicole di piombo la percorre interamente fino a depositarsi ai suoi piedi, dove giacciono una bobina cinematografica e una cinepresa, composte sempre dello stesso metallo. Ancora il piombo, pesante, impenetrabile, opaco, inaccessibile alla luce e all’immagine. JH&WH sono la quinta e la sesta torre, poste l’una a fianco all’altra, irrimediabilmente separate l’una dall’altra. La loro base è cosparsa di meteoriti numerati in piombo fuso dalla forma irregolare, simboli della creazione secondo alcuni testi cabalistici. Alla loro sommità insegne al neon disegnano sull’una le lettere JH, sull’altra le lettere WH, le lettere dell’impronunciabile tetragramma sacro, che qui appare disgiunto, forse a indicare che Dio ha dovuto dividersi per creare, una sorta di Tzimtzum, in cui Egli, invece di contrarsi per fare spazio alla creazione, si è “spezzato” a metà, facendo così del creato la sua crepa. La settima e ultima Torre dei Quadri Cadenti deve il suo nome alle cornici di legno e piombo che sono poste alla sua base, contenenti solo lastre di vetro spesso, irregolarmente infrante. Non vi sono immagini, forse una furia iconoclasta le ha portate via oppure sono fuggite dalle loro cornici in un esilio di luce.

Rossana Lista

One thought on “I sette palazzi celesti di Anselm Kiefer

  1. Penso fosse inevitabile che l’accento acuto derivante dal Discorso di Darmstadt incontrasse l’opera di Anselm Kiefer (non a caso sensibile e intelligente interprete della poesia di Celan); i Sette palazzi celesti costituiscono un’inesauribile fonte di riflessioni e di riferimenti e di suggestioni e ringrazio Rossana Lista per questo suo splendido intervento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *