Anatomie

Sulla poesia di Lorenzo Mandalis

 

La poesia di Lorenzo Mandalis, autore della raccolta Verso dove edita da Lietocolle nel 2020, sembra farsi voce di una generazione incapace di un radicamento, una generazione spesso costretta a domandarsi quale sia adesso la direzione da prendere; Verso dove è, appunto il titolo, che può essere assunto come un interrogativo. La dimensione autobiografica è dominante: sono molti i luoghi, le città in cui Mandalis fa riferimento. Città e luoghi dove l’autore ha vissuto un periodo della propria vita.
    Fin dai titoli (Sabato all’Ikea; Il contratto; Verso Verona) la realtà è nominata per ciò che appare, attraverso una versificare narrativo ampio che guarda alla prosa: «Partirò un giorno / lascerò questa casa di granchi / e raggiungerò i tramonti dietro al Gazebo. / Io non lo so cosa sia il tempo / come scada il fiato sul mare / d’inverno». Mandalis proietta l’esperienza in una dimensione diversa dal mero dato sensibile, per cui, per esempio, la fitta trama dei corridoi espostivi in Sabato all’Ikea divengono una selva fitta in cui è facile perdersi: «Nessuno di noi due credeva d’essere nel mezzo / del cammino della vita. La selva / però c’era. E noi ce la ritrovammo / davanti come un imprevisto. […] / Gli alberi erano mobili bianchi / cassettiere taglieri posate frullatori ombrelloni. / Io ero molto confuso. Non mi orientavo». Mandalis rifunzionalizza, semplificando il significato della selva dantesca, in chiave pop-contemporanea: la selva è quella della mobilia che è insieme il simbolo di una tappa obbligata, il simbolo d’una linea di passaggio all’età adulta. Mandalis scrive ne Il contratto: «Avverto della tenerezza nel dover affrontare le cose dei grandi. / Provvedere all’apertura delle utenze.  / Cambiare la residenza». Nel corso del libro sono molti i titoli delle poesie riferiti ai luoghi in cui Mandalis ha vissuto e sono stati un dove in cui l’unico elemento radicato sarà la parola poetica: Poesie londinesi; Poesie dublinesi; Poesie veneziane. Fino a che i luoghi perdono i loro significati e diventano Posti che non sono più posti: «Strano che i posti / rimangano posti anche quando non ci siamo. / Strano che altri percorrano quella via / in cui manco. / È forse una forma di gelosia / la mia malinconia?». Alla fine del libro e del viaggio personale del suo autore è lo stesso Mandalis a suggerire un radicamento definitivo al punto di origine, Livorno, in cui la ‘siepe’ personale di Mandalis è la tamerice, di fronte alla quale anche «stando fermi / è sempre l’ora di naufragare». La siepe è, appunto, il titolo di una tra le poesie conclusive, che titola l’intera sezione; un testo tra più riusciti e tra i più significativi, in cui Mandalis definisce una personale postura poetica: il poeta è quella tamerice: «La mia siepe è la tamerice. / Un arbusto che non sa pronunciarsi. / Insicuro nel suo erigersi / sbilenco».
   Se il tema centrale della raccolta è radicato nella contemporaneità, lo stesso non può dirsi del linguaggio. Versi come: «Ed io so per te che la rosa non è finita / che non è vana questa vita» o ancora: «parlami tu che hai gli occhi sereni / e conosci i gondolieri del tempo» sono probabilmente una scelta, una volontà precisa, che può sembrare, tuttavia, anacronistica. Di seguito alcuni testi tratti dalla raccolta, Verso dove e due poesie inedite.

Paolo Cosci

 

Da Verso dove (Lietocolle, 2020)

Sabato all’Ikea

I

Nessuno di noi due credeva d’essere nel mezzo
del cammino della vita. La selva
però c’era. E noi ce la ritrovammo
davanti come un imprevisto.
Non come le solite strade
che eravamo abituati a percorrere
fianco a fianco lungo il mare
coi piedi affondati nelle conchiglie
e isole lontane che ci osservavano
come giganti rospi in uno stagno.
Siamo arrivati da un’entrata secondaria
e abbiamo fatto in fretta a perderci.
Gli alberi erano mobili bianchi
cassettiere taglieri posate frullatori ombrelloni.
Io ero molto confuso. Non mi orientavo.
Tutti gli altri sapevano benissimo
dove andare e come arrivarci.
Famiglie che costruivano così il loro futuro
e discutevano di comfort e design,
indicavano prezzi, confrontavano valori.
Progettavano vite riempiendo angoli della casa
e la commedia umana passava
anche per quelle strette vie
tra set di coltelli, cenci e pela patate.
Ero smarrito. E lei dov’era?
Tra la folla. Poco distante.
Si era fermata a guardare una cameretta:
una tenera scatola col letto a castello
scrivania e qualche sparso scaffale.
Mi sorrise.
Fu la solita dolcezza a ritrovarmi
tra le radure delle mie distrazioni.
Alla fine – mi sono detto –
c’è più futuro in uno di quei divani
che in tutte le mie malcerte visioni
di ombre e cose scadute. Sono questi oggetti
le nostre allegorie, gli scenari a cui aspirare:
la sera, il divano, la televisione, i cuscini
le lampadine da spegnere
prima dei sogni.

II

Carichi di roba abbiamo chiesto poi dove fosse l’uscita:
– Prendete la prima a destra dopo i taglieri
tagliate passando per le posate,
quando arrivate alle lavatrici
dirigetevi verso i materassi.
Lì vedrete il cartello con scritto Casse/uscita.
Seguitelo. Tranquilli, sembra complicato, ma ce la farete.
Tutto andrà per il meglio.-

 

Il contratto

Avverto della tenerezza nel dover affrontare le cose dei grandi.
Provvedere all’apertura delle utenze.
Cambiare la residenza
senza perdere – è chiaro –
la nostra essenza.
Non so se anche per lei sia così.
Se ci sia tenerezza o un altro suo modo di vederla. Sentirla.
Le sue frasi pronunciate all’agente immobiliare.
La stretta di mano. L’accordo. I sorrisi educati.
Stiamo cambiando. Più tardi, a sera, nella vecchia casa veneziana,
gelida come il gelido marmo di Rialto,
mi ha chiesto: “Come sono stata? Sembravo seria?”.
I grandi autori non parlano di tenerezza.
Parlano d’esili e nebbie. Malinconie e bassezze del mondo.
Non aiutano ad immedesimarmi.
A rendermi più saggio.
Vorrei a volte anche le loro ombre.
È bastato invece guardarti. Stendere la firma sul contratto.
Concedersi ad altre case. Ancora.
Sorridere di nuovo educatamente alla proprietaria.
Illudersi di fermarsi e dire di “sì”
che “allora siamo tutti d’accordo, affare fatto”
quando dentro sono già come il granchio
che tra gli scogli s’inombra all’arrivo dell’onda.
Mi chiedo se saranno queste prove di determinazione
a cancellare la tenerezza
o se quest’ultimo sentore di resina
conserverà la sua pineta.
Ci danno una copia del contratto.
Quando usciamo dall’ufficio
abbiamo – certo – delle riserve
delle preoccupazioni condivise,
ma c’è un lungo sorriso
nel grigio di questa via mestrina
qualcosa che non cambia.
A cui la mano del tempo non arriva.

 

X agosto

Di opaco c’erano solo i miei pensieri.
Risalimmo la collina per san Lorenzo.
La strada era uno di quei viottoli
sconnessi e sterrati pieni di buche
e sterpaglie. Una di quelle vie
ignote che necessitano di buoni
ammortizzatori per essere attraversate.
Oggi, con una strada come quella,
di metafore riuscirei a trovarne
anche troppe.
Le simbologie d’altronde c’erano già tutte:
la notte; la strada; i sassi; le stelle; il silenzio;
la fatica dell’ascendere.
Ma allora era diverso. C’era un presente
descritto dal nostro passo pesante sui sassi;
da una notte di grilli. Si vedevano sparute
le luci accese di qualche rustico lontano:
finestre che nascondevano altre famiglie
altre somiglianze e dolori da tacere.
Nessuno di noi tre aveva necessità
di adattarsi ad una qualche allegoria
e non ricordo per quale motivo la terra
mi apparisse allora tanto concava,
inevitabile come il fato e la sorte
di un eroe troiano.
La stella bruciò in fretta. Ci fu un condiviso
stupore per quel taglio dell’ombra.
Siamo rimasti lì ancora un poco
con gli occhi rivolti alle costellazioni e ai pianeti.
Poi ce ne andammo. Ognuno
col suo desiderio ed un segreto.
Se sia riuscito a trovare
la chiave del tempo in quella via
o la porta per arrivare ad una vita diversa
non mi è dato sapere. Ogni cosa da allora
ha comunque trovato il modo di raggiungermi.

 

Verso Verona

Alla madre

Era la scorza che il treno portava
del tuo volto verso Verona
quando non potevo incontrarti.
Non conosco quale vapore
la storia acconsentiva tra un bagaglio
e l’altro e quali binari
si stringevano sempre più in uno.
E se ero un pensiero in quella radura
che attraversavi piena di nebbia
e vecchi spettri zappatori
dal finestrino – non posso saperlo.
Il fondo amaro dell’andare
quello posso intuirlo,
questo volersi fermare
e dire un’altra volta
si ha da partire, si ha da fare:
non siamo inevitabili
tutto il rigoglio del tempo ci chiama
tutto là che grida col fischio
il capotreno. E le parole già
sono confuse dai fumi, dal passo
veloce dei ritardatari
e tu seduta piegata dinoccolata
levi la sciarpa dal collo
posi i guanti sul tavolino
e osservi quanto nulla del mondo ti appartenga
se non oggi il tuo posto su questo vagone.

 

La siepe

La mia siepe è la tamerice.
Un arbusto che non sa pronunciarsi.
Insicuro nel suo erigersi
sbilenco. Il progettatore
avrà pensato che non valeva
la pena di star lì a prendere
misure, a far troppi calcoli.

La bellezza toccherà altrove,
si sarà detto.
E così, eccole le mie tamerici:
lungo i pratini d’Antignano
la terra termina col loro vapore
verdastro; siepi che non escludono
sguardi. Ogni uomo che ci passerà accanto
saprà fingersi lontano e straniero,
riconoscerà dopo di loro
la malinconia del mare,
penserà che anche stando fermi
è sempre ora di naufragare.

 

Testi Inediti

 

Aironi rossi

Credo fossero aironi rossi.
Gli unici tra i migranti estivi
a poter sembrare neri così in alto.
Me li indicasti dal nostro terrazzino
mentre parlavi di scelte da prendere.
Responsabilità da assumere.
Guardai verso quella breve migrazione:
il tempo continuava a sfuggirmi di mano
a trascolorare di tramonto in tramonto;
e le ore passavano
con la stessa esattezza geometrica
della mia infinita incertezza.
Ma che suggerimenti potevano venire
da una migrazione?
Che era ora di partire? O forse di tornare?
Che il tempo è un cerchio? O magari una retta?
Li guardammo sparire oltre le nubi della sera,
irrisolvibili teoremi alati.
Invidiai la sicurezza del loro procedere avanti
del tutto incuranti del mio grigiore.
Non ho mai trovato nulla di biunivoco
in natura. Sbuffai. Rinviammo
tutto a date più lontane. Quel che venne dopo
fu il solito finire del giorno. Un assioma
scontato: sparecchiare, guardare un film,
aspettare che il sonno spegnesse
le nostre risa al di là del buio.

 

Il supermercato

La solitudine è un supermercato.
Non l’aratro in mezzo alla maggese.
È la pupilla opaca dello sgombro sul ghiaccio.
L’astice senz’acqua.
Percorro le sue corsie
senza neppure un carrello.
Cammino su quest’orbita ignota
come la calligrafa dei sogni
che mentre scrive si cancella.

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