Lingua viva

Paolo Castronuovo – poesie edite e inedite

da Labiali, Pietre Vive 2016

Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare 
degli operai che urlano e fanno straordinari 
per non stare a casa con i figli e mogli isteriche 
vorrei questo sud ardesse di più con le polveri e i petroli 
che togliesse la maschera stupida che indossa 
in questa disperata ossessione di rivalorizzare il territorio 

io sono per la distruzione, per lo sfacelo delle cose
il degradare di una rupe che segue il suo percorso
la lapide spaccate dalle rose posate
la slavina di sperma tra le gambe
quando è ormai troppo tardi
e la poesia è appena stata fecondata.

*

Sono orgoglioso della claustrofobia
domenicale in alternativa allo stadio
a uno schermo verde che ti tende sul divano
o ti sfoga come un porco sulla carcassa
non appena la sfonda l’imene di
una rete strapagata per sgattaiolare in mutande;
ma non è la disciplina ciò che mi disturba
quanto il lezzo attorno del reality-slave-show
un mercato nero colorato da bandiere € bestemmie
dietro display con cavalli in corsa
ad alimentare le casse.

da L’Insonnia dei Corpi, Controluna 2018

dobbiamo sgombrare l’inverno
evidenziare le parole con la luce
aprire la finestra della strafottenza
per uscire da questi veli su bare
dare una forma più precisa ai versi
perché la culla è un vizio ozioso
che ci incolla seppur tra labbra
a qualcosa di osceno per la vita

*

l’occhio affonda un tuorlo tra i tuoi seni
ne lascia scorrere l’albume fin l’ombelico
un miele lattiginoso scivola sui tuoi pori stretti
senz’attrito ti studio in pergamena
lungo le curve di una vertigine

la goccia scola dall’inguine all’interno coscia
devia nell’incavo del ginocchio
uno spazio labile che strapiomba
per il polpaccio illividito
dalla cavigliera di budella

Poesie inedite

mosaici bianchi

non m’importa l’immagine stavolta
ma la composizione del mosaico
la bravura nel tagliare i vetri col diamante
spaccare la pietra con la precisione dell’orafo
creare gli incastri tra marmi e legni
non costruendo dighe ma lasciando traspirare
le parole collegate alla telefonata da casa
l’annunciatrice la presentatrice la stilista
il medico il prete la bambinaia la valletta
i complimenti per la trasmissione
non mi hanno mai sfiorato ho preferito il ferro
in grado di colpire con forza e lasciare un segno
privo di retorica
questa è la poesia per me
la sregolatezza della visione che scippa una donna
dei dettagli
i contorni sono come le ore
servono a riempire gli spazi e i tempi
ma per il succo basterebbe un attimo
per questo sono andato da francesca a mangiare e bere
oltre che per stemperare il gran ritorno degli attacchi
di panico che rimontano come una carovana d’elefanti
dio è morto
non è stato mai creato
è solo uno scoglio
a cui il debole si attacca sperando non si spezzi la poltrona
io invece vago tra una corrente e l’altra del liffey
come la gente di dublino che si presenta ad ogni incontro
coi suoi morti in coda

*

il lunedì quando sono chiusi i barbieri
ti apro sempre come un paio di forbici
e il pelo spunta ispido a obliterare la giornata
sul tuo interno coscia che trasporta
le funivie del piacere lungo le tue gambe
l’attrito dei cavi ci infiamma come il fiammifero
e la carta vetrata su una scatola di letto
riluce nella stanza al profumo arancio del floid
che hai lasciato sul tuo collo da una settimana

*

questa pausa è un salasso che disarma
manca l’odore del precipizio tra le tue gambe
i versi della caduta non germogliano
come la tua pelle sbocciava un tempo
quando la mano che dava
era sempre più pesante di quella che riceveva

ormai la musa è una razza estinta che non ha
spazio nelle mani del poeta perché non ha
fianchi da spremere sotto alberi di agrumi
dove il cielo faceva capolino nella discrepanza delle foglie
e l’amore aspro ci tentava di assaggiarci

noi non siamo più
qualcosa di vivo

solo la morte ci salverà col separarci
in eterno

*

la poesia muore
in ogni
verso te

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