Alberto Castoldi, In carenza di senso, Bruno Mondadori 2012
[…] I resti dei sistemi mitici del passato, gli oggetti dell’archeologia e dell’etnologia non appartengono ad un altrove storico o geografico, ma possono appartenere a un qui, ora, (la Roma-palinsesto di Freud, ad esempio), in cui si insinua l’altrove, dove il caso può ad ogni momento aprire brecce e fare buchi. Si sogna, poi ci si sveglia, ma qualcosa del sogno, un resto, si inserisce nel risveglio. Walter Benjamin, che ricava da Baudelaire l’idea dell’intellettuale “chiffonier”, ed il procedimento dell’allegoria, si propone di decifrare la storia partendo proprio dai “rifiuti” dagli “avanzi” che producono ed escludono i grandi sistemi sociali. Ciò consente a Benjamin di gestire il fluttuante: ogni generazione prende consapevolezza dell’inconscio di quella precedente, e ciò consente, non necessariamente in termini di progresso, una continuità nello sviluppo, un’evoluzione graduale. Per Benjamin che vuole “leggere il reale come un testo”, la somiglianza, l’allitterazione, l’allegoria come procedimenti, consentono, secondo l’indicazione di Hofmannsthal di “leggere ciò che non è mai stato scritto!”, L’esistenza simultanea di modernità e mito (i residui), si rivela alla coscienza sotto le sembianze di un sogno, e per Benjamin l’età moderna percepisce l’antichità come “un incubo che si è impadronito di lei durante il sonno”. […] Il progresso, dunque, si fonda sulla catastrofe, qualcosa viene meno per riproporsi. Valéry afferma che l’essenza della prosa è di perire, vale a dire d’essere compresa e quindi dissolta, irrimediabilmente distrutta, ma è l’immaginario, il significante fluttuante a perpetuarla. […]
Dall’introduzione
Baudelaire, interrogandosi sull’immaginazione, ne forniva una definizione geniale: “l’immaginazione scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo regole di cui non si può trovare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo”. Con questa formula andava proponendo una sfida radicale alle certezze della modernità, di cui sarà l’immaginario a farsi carico, nel tentativo di dare forma a quelle esperienze che, pur non prescindendo dalla razionalità, non sono in essa integralmente riassorbibili, come tutto ciò che appartiene al nostro “sottosuolo”, all’ambito del desiderio e della pulsionalità, ricorrendo a una sorta di bricolage intellettuale in grado di coniugare letteratura, arti visive e antropologia.
Dalla quarta di copertina
A. Castoldi, In carenza di senso. Logiche dell’immaginario, Bruno Mondadori 2012.
Alberto Castoldi ha insegnato Letteratura francese presso l’Università degli Studi di Bergamo. Tra le sue pubblicazioni: Il testo drogato. Letteratura e droga tra Ottocento e Novecento (Einaudi, Torino 1994), Bianco (La Nuova Italia, Firenze 1998), Bibliofollia (Bruno Mondadori, Milano 2004), Anatomia del vuoto: Pierrot (Bruno Mondadori, Milano 2008), Congedi. La crisi dei valori nella modernità (Bruno Mondadori, Milano 2011), Ritratto dell’artista “en cauchemar” (Sestante, Bergamo 2011).