Lingua viva

Daniele Vergni

 

la prima volta si dimentica 
la prossimità collassa nel mancato 
dissesto, un piccolo gesto feroce 
con martello, due colpetti e salta fuori 
il cuore circuitato infine guasto, 
giace ridondante fino all’osso 
che si spezza si fracassa l’appiccica 
lo sputo la pupilla la palpebra 
la sbarra, giù l’arto sollevato la gabbia 
scoppia per compressione spazio dilegua 
per compassione il tizio accanto crepa. 

  

*

 

proseguire la stanchezza
è diventato impossibile, scavo,
roba da genesi; qui mi sdraio,
concludi: da questa direzione
scema l’allegria tra il pensiero
e la voce, più di un suono la ninna
nanna si ferma, esaurisce la speranza,
i ricordi e le storie, nei nomi,
nelle cose, nelle voci
e quest’altro punto d’incontro
tra gli occhi sbarrati dal sogno
e le saracinesche abbassate
come a isolare da queste parti
le ultime risorse rare.

 

*

 

devo dire dentro la bocca respiro
un esercizio di riposo incontrastato
rappreso nella gola attorno metto
un pezzo stuoia duro e fisso stretto
chiudendo gli occhi fuori fuoco
non s’aprono nemmeno le ferite;
staglia la stanza si fa stretta l’ansia
di un unico rimpallo senza sosta
seppellita la figura ma non l’ascia.

 


D. Vergni, Fitte, Anterem 2025. Con illustrazioni di Valeria D’Addabbo.

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