Trasfusioni

Lettera di Roger Laporte a Claude Royet-Journoud, traduzione di Domenico Brancale

    

    Caro Claude,
   riuscirò a scriverti questa lettera che ti ho promesso? Non lo so. Senza dubbio la parola viva sarebbe più propizia. – Ho rinunciato alla «Rötring 2000», preferendo la mia «Olivetti praxis 20»: l’impersonalità della battuta mi darà un po’ di distacco, di distanza, che un po’ placherà quello che vi è di più violento, di più nudo nella confidenza. – Cercherò di essere breve, di riassumere in un verbale, certe mie «impressioni di lettura» alquanto soggettive.
   Quanto a La Veille: credo te l’abbia già scritto, la lingua non è ancora formata, non è più quella che sarebbe stata necessaria e non ho, anche se è normale, neppure la testa che sarebbe servita per adempire pienamente a un tale progetto. – Detto ciò, ci voleva una bella faccia tosta per scrivere un libro simile, un libro, credo, senza modello.
    Une voix de fin silence: non ho nulla da dire tanto mi è divenuto incomprensibile, estraneo, colui che scriveva questo libro.  Non riesco del tutto ad abitare di nuovo, tanto meno nell’immaginario, colui che ero. Solo una decina di pagine (sulla sobrietà) mi toccano ancora. Pourquoi, la fine di questo libro è, in effetti, completamente mancata, precisamente perché non riesco a dirlo, ad ammetterlo. Solo il mio tono aspro testimonia il mio fallimento finale.
    Fugue, l’impresa «Fugue», così lunga (1968-1975). La sesta sequenza non è male; le ultimissime pagine della 9ª sequenza sono assai riuscite; sono ingrato: dimentico il primo paragrafo della 1ª sequenza! C’è in Supplément tale o tal altra pagina ancora leggibile, ma, complessivamente parlando, e prima di sfumare il mio giudizio, dico ciò: mi domando seriamente chi può veramente interessarsi a una tale impresa FOLLE (ancora una volta, parlo quanto mai seriamente) non solamente folle, ma raziocinante, noiosa e talvolta fa persino del tutto cacare (scusami se parlo così sboccatamente del lavoro del tuo amico Roger Laporte).
    Eppure ho almeno il merito di essere andato fino in fondo, ma bisognava pagare un prezzo. Mi ricordo molto bene (ma non insisto) di aver avuto verso il ’75, diciamo pudicamente, delle difficoltà psichiche.            Brevemente, ma qui è quasi impossibile essere brevi: da una parte il giudizio è ipercritico, ma d’altra parte non può esserlo veramente nella misura in cui si forma in Fugue una sorta di logica senza pietà, di rigore, se non addirittura di crudeltà (nel senso che Artaud dà a questa parola) che in seguito, proseguendo, saranno altrettante carte da giocarmi. D’altra parte questa sorta di schiacciamento, di fatica, di debolezza mi permette di essere scritto. Ecco come ho letto il Codicille che, mi sono accorto, si trascina nelle prime tre sequenze di Suite – (ma a partire da un certo momento, che potrei presso a poco precisare, si tratti proprio di Suite, cioè MORIENDO). In fin dei conti, il giudizio da dare su «Fugue» (l’impresa) è necessariamente ambiguo e dev’essere prudente. In fondo, quanto a me, sono portato a dire questo: era veramente il cammino da fare, e potrebbe essere che il cammino non sia mai fiorito, ma arido, noioso, profondamente ingrato. Anche per quel che riguarda questa parte del mio lavoro si può prendere la famosa formula di Cid Corman: «The one way is the hard way». Avrei potuto fare altrimenti, vale a dire passare d’altra parte? Non c’è nessuna risposta a questa domanda del tutto vana.
    Quanto a Suite MORIENDO, non ne parlerò neanche a un amico molto vicino, è più facile dire tutto il male che si pensa del proprio lavoro che dire…; dirò soltanto: leggendo Fugue, in certi momenti sono stato davvero disperato, ma Moriendo mi ha riconfortato. Tu sei in una buona posizione per sapere ciò che a riguardo pensa per esempio Cid Corman (non dimentico che ti devo questo traduttore e amico); mettiamo che c’è all’incirca una decina di persone (oggi giorno) a pensarla come lui.
– Ancora una parola: anche colui che non arriva a leggere ciò che tuttavia è scritto nel post-scriptum (anch’io ci ho impiegato dei mesi!) non può non comprendere che non è possibile andare al di là di queste 615 pagine.
    Poiché siamo amici e scrittori, forse ammetterai che questa lettera, per quanto strana sia, questa lettera, almeno in parte molto dolorosa, lettera in ogni caso del tutto confidenziale, è il regalo di Natale che Roger Laporte offre a Claude Royet-Journoud.
     Quanto a me ti mando già i miei
     MIGLIOR AUGURI PER IL 1986

Ti abbraccio

Roger

P.S. (1) preferirei aver scritto un solo libro Moriendo (che cominciasse press’a poco dalla 4° o 5° sequenza di Suite e si arrestasse al p.s. di Moriendo).
(2) non ti ingannare: non dimentico che l’ultima sequenza non è stata e non può essere scritta, cosa che relativizza straordinariamente ogni «riuscita», parola che ad ogni modo non conviene.
(3) amerei dunque aver scritto solamente Moriendo, più qualche studio, in particolare il «Bran van Velde» (preferirei il colore della copertina della prima edizione).

24 dicembre 1985


Nota: Questa lettera è apparsa sulla rivista “CRITIQUE Revue générale des publications françaises et étrangères”, dedicato a “Les Intensifs Poètes du XXIe siècle”, Agosto-Settembre 2008 Tome LXIV – N° 735-736, Paris.

 

One thought on “Lettera di Roger Laporte a Claude Royet-Journoud, traduzione di Domenico Brancale

  1. Chiedo scusa se inizio con un riferimento personale: è stato Domenico Brancale, con la sua consueta generosità, a regalarmi tempo fa “Lettre à personne” e a consigliarmi di leggere lo scritto di Laporte dedicato a Giacometti; ora ritrovo qui questa splendida traduzione, ritrovo due nomi fondamentali per Domenico (Royet-Journoud e Artaud), ritrovo la radicalità esemplare di Laporte innanzi tutto nei confronti di sé stesso e della propria scrittura – e in tal senso provo a meditare su questo testo, sulla capacità e la volontà di essere sinceri fino al dolore con sé stessi, anche perché le ferite che s’infliggono alla propria scrittura non sono meno dolorose di quelle che, talvolta, si ricevono nella carne.

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