Fascinazioni

Benjamin Fondane

 

Benjamin Fondane non volle mai portare la stella gialla. E quando, grazie all’intervento di Cioran e Lupanescu ebbe la possibilità di uscire dal campo di Drancy, si rifiutò di farlo. Per niente al mondo avrebbe abbandonato sua sorella Line. Si trattava del suo stesso sangue. Si trattava della poesia. Fondane morì uno di quei giorni in cui in Europa morivano a migliaia senza nessuna ragione. Morì verso l’ora che non ha sorelle. Morì dietro un filo spinato, alla luce del giorno spento. Morì in una di quelle camere dove l’aria è veleno. Il grigiore era alto e aveva un nome. La vergogna era una scrofa che non smette di sfamarsi. L’Europa non sarebbe mai stata così piegata nel dolore.
E ora quando sento parlare di Benjamin Fondane non posso non pensare a una frase che mi sussurrò Daniela, in uno di quei pomeriggi un cui la noia non poteva sfiorare i nostri desideri, e rimetterla a lui: «Era così avanti che se si voltava indietro vedeva il futuro».
Un anno prima della morte, avvenuta nel 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in una breve postfazione a L’Exode – Super flumina Babylonis (un libro del 1934 pubblicato postumo nel 1965) affermava che «la poesia cerca amici e non il pubblico». Chissà se i poeti oggi riescono a farsi carico di quel messaggio! Ne dubito. Le parole vere hanno ali e si annunciano. Ciò che si leva è un alito dalla bocca del tempo. Al poeta non rimane altro che una parola fuori dal tempo, una parola che come folgorazione lasci apparire le cose. Lasciar apparire le cose è renderle invisibili.
Vorrei qui proporvi Parole selvagge di Benjamin Fondane un testo che, ancor prima di essere la prefazione di Priveliştile (Vedute), è testamento. Ogni parola sillaba lettera spazio, ogni segno d’interpunzione corsivo parentesi testimoniano che esiste la poesia. Buona lettura!

Domenico Brancale

 

Benjamin Fondane

Parole selvagge

a Claude Sernet

   Il presente volume appartiene a un poeta morto nel 1923 all’età di 24 anni. Da allora le sue tracce si perdono nel continente. Coloro che l’hanno visto da qualche parte, in uno “studio” cinematografico o nell’ufficio di assicurazioni, hanno incontrato un uomo freddo e insensibile all’attività che stava svolgendo, e non versava alcuna lacrima sul proprio passato e sull’energia che aveva speso alla ricerca di un significato. Morto? No, assassinato secondo tutte le regole dell’arte, dopo una lunga uremia morale, durante la quale la sua volontà di realizzare e la sua volontà di essere si sono affrontate in una dura lotta; sia l’una che l’altra hanno perso piume e sangue, come quei galli nei combattimenti nelle Fiandre. Sono sopravvissuto a colui che è caduto con la bocca per terra. Non è ancora venuto il momento di decidere se sono io il morto o l’assassino.
   Questa poesia è nata nel 1917, al tempo della guerra, in una Moldavia piccola quanto una noce, in una crescita febbrile di distruzione. In realtà non c’è più niente di ciò che istituiva la materia prima di questo lirismo. Il poeta guardava scorrere da dietro i vetri le armate grigie e i tamburi battenti della morte; egli immaginava un universo pacifico in cui creava, inventava, oggi vedute di campi arati e domani l’esaltazione mistica della morte nel pane. La sua poesia descrittiva trova la propria giustificazione soprattutto nel fatto che questa rappresentazione non aveva un modello reale, ma nasceva dalle tenebre della mente, come un’intima protesta contro il paesaggio meccanico dei proiettili, del filo spinato, dei carri armati. La natura, nei suoi poemi, sembrava elevarsi alla più grande potenza rispetto alla sua immagine consueta, come un dispositivo in una parete infuocata, anche se il vero congegno era il fuoco stesso. Sintomo di nevrosi? Romanticismo? La terra si mescolava con il ferro, con il fuoco e le schegge di vetro; l’aratura era una consuetudine perduta, il bue un mito vetusto, il letame una vegetazione sconosciuta. All’epoca in cui altrove esplodeva il movimento Dada e il massacro civile cominciava nelle strade, il poeta rifletteva il mondo voltando la testa con ribrezzo. Nel grande cimitero umano, per uno solo, allontanato prematuramente dal liceo, cominciavano le vacanze
   Che gioia scoprire, giorno per giorno, nella morte incappucciata della città, il paradiso perduto! Questa poesia che, in superficie, testimoniava una vaga parentela con il mondo rurale di Francis Jammes, era vissuta come un’aspirazione alla volontà di potenza mistica di Baudelaire. Al di là dell’aneddoto, erano richieste l’equivalenza, la polivalenza, e la corrispondenza. Questa poesia non era fatta né di immagini, né di emozioni, ma di volumi, di superfici adeguate, di accordo di equilibri, di contatti precisi, di forze misurabili. L’ispirazione e la tecnica della poesia non potevano in nessun caso adeguarsi alla realtà quale che fosse. Il poema era concepito come un universo autonomo con il suo caso prevedibile e le sue leggi arbitrarie. Una specie di alfabeto Morse stabiliva nella natura una dogana aerea. Il principio d’identità era respinto; con Goethe, l’apparenza era considerata come un simbolo. Qui, non c’è alcuna confusione con la poesia simbolista, che da noi non è mai esistita, se non come vessillo o pretesto di rivolta. Arghezi, Minulescu, Bacovia non erano simbolisti. Forse soltanto Șt. Petică, D. Iacobescu, Ion Vinea e Maniu lo furono in parte.
   Una volta che uno stato dell’anima si è dato (una volta per tutte), il lavoro cominciava a conferire al verso una densità, a creare l’unità di misura, la pietra miliare, e a dare una sorta di autonomia che doveva permanere nelle orecchie e perdersi nell’intelletto. Che gioia ascetica nella formulazione delle leggi di questo cosmo; per la prima volta il verso alessandrino doveva trovare cittadinanza nella lingua romena; naturalmente, l’alessandrino, molto più retorico, doveva sdrucirsi, rompersi, liberarsi dalla sua musicalità puramente formale; l’accoppiamento maschile e femminile delle rime, il suo soffio, i suoi apparati di respiro, dovevano reggersi da soli. Invece, l’assonanza avrebbe dovuto acquisire, in maniera clandestina, ma progressiva, il posto della rima; far rimare sud con surd, seacă con calcă, semn con ren e trup con sărut, in un verso pieno, corretto, solido, doveva apportare al poema una singolare forza interiore, ampliata dall’ambizione e dalla vocazione di dare alla lingua una sonorità sorda, brusca, come un’eco di metallo, come il proiettile di un fucile, al posto di questa risata, in un letto fluviale di perle, sfiorata da un bicchiere di cristallo! La preminenza del vocabolario slavo va affermata e coltivata a scapito di quello latino, inadeguato per la poesia. È statica dunque per volontà, questa estetica del poema, come il materiale della sua ispirazione; i principi psichici dell’ordine dinamico dovevano essere eliminati con forza: l’amore, l’odio, la velocità, il caso. Un sistema come molti altri, certo; legittimo come tutto ciò che è – e fecondo, ad una sola condizione: quella di uscire da sé stesso. 
   Poesia! Quanta speranza ho riposto in te! Quanta cieca certezza, quanto messianismo! Ho creduto veramente che tu potessi liberare e rispondere là dove la metafisica e la morale avevano da lungo tempo serrato i battenti. Ti credevo la sola e valida forma di conoscenza, l’unica ragione per l’essere di perseverare nell’essere. Con una lente d’ingrandimento negli occhi, osservavo attentamente nel poema le mille rivoluzioni, le mille aberrazioni stellari. Solamente nel poema, il mondo irreale, che attraversiamo come fantasmi, sembrava prendere forma, divenire materia viva. Solamente nel poema, frutto di prolungati calcoli e azzardo, il caso si riassorbiva come un filo in una piaga. L’uomo si spogliava del caso, del capriccio, della generazione spontanea e proiettava fuori da sé un mondo visto sub specie aeterni. Il paradiso terrestre era nell’idea. L’idea era il centro e il nocciolo del poema. A quel tempo ero nudo e non lo sapevo. Il serpente non mi aveva ancora indicato con il suo dito leggiadro, nella scenografia appena dipinta, l’albero del Bene e del Male.
   Ho mangiato il frutto dell’albero proibito e immediatamente ho visto che ero nudo, che il Bello non era meno menzognero del Vero, del Bene, del Progresso e della Civiltà. Le parole all’improvviso mi hanno abbandonato, nella notte ho iniziato a urlare senza parole. Ero divenuto cieco con una lanterna in mano. Bruscamente ho capito che il mio paradiso terrestre con buoi, abbondanza, sterco era una menzogna; e menzogna il poema ovunque si fosse trovato. Menzogna Hugo, Goethe! Eminescu, menzogna serafica! Solo con Baudelaire e Rimbaud iniziava un barlume di verità. Di fronte a certe leggi che sin dalla nascita ci circoncidono, di fronte all’Evidenza con gli occhi bendati, e di fronte al destino, il poema consegnava solo un alibi. Alla domanda di Dio: “Cosa hai fatto su questa terra?” il poeta rispondeva: “La stirpe latina è la regina…” ecc. Il poeta considerava la vita come un’America già scoperta, come un mappamondo che conosceva a memoria, su cui solo ciò che era umano, doveva essere cantato, e non la steppa, i cavalli selvaggi, le amazzoni, le pampas o i poli. Pertanto, la morale della vita, come quella del poema, era la prudenza, l’astuzia, la calza di lana. Il solo attributo del bello: che sia inutilizzabile. Il poema non era altro che una maschera, la più bella, per un volto brutto e crivellato, il volto dell’ultimo Ideale. Ideale, idea, puah! Ho sputato a destra e a sinistra, ugualmente disgustato dalla verità e dall’assurdo, dalla legge e dal capriccio. Ho taciuto per quattro anni come un muto, invalido di guerra al 100%. Ho sentito dentro di me il brusco coagularsi del poema da una mano che conduceva sette anni di vacche magre. Il giorno in cui essa è ritornata da sola, come un pozzo artesiano, innaffiandomi come un arcobaleno sul muschio, senza bussare alla porta, ho capito da quale profonda miseria scuotevo la testa, quanto era d’aiuto l’amico misterioso che mi gettava il salvagente. Ho capito che non potevi liberarti della poesia e neppure prenderla al lazo quando vuoi. Essa ha aperto la porta e ha gridato: cu-cu. Da allora ho capito che la poesia è altra cosa… Cosa?… Non ho capito bene… ancora non capisco… è qualcosa che modifica la realtà? No… qualcosa che mi modifica… me? Ma chi? E chi sono io?
   Se essere poeta significa credere nella menzogna della poesia, la mia attuale poesia non può servire da rimedio come i filtri magici delle fattucchiere. Allora eccola; con la sua luce di allora, con la sua saggezza, mi punisce, mi mostra con il dito. Un verso come:

e io voglio, nonostante colui che semina nel deserto sabbia e fuoco…

potrebbe darmi dei rimorsi, se non ne avessi già, il non aver seminato altro che sabbia e fuoco, per aver respinto il deserto in cui nulla cresce se non la manna, che non porta in nessun luogo se non nella terra promessa, e non conosce alcuna felicità se non quella infranta dalle due tavole della legge. Da questa poesia, che ha trovato ciò che cercava, molte cose mi separano tanto che io vedo i suoi difetti in trasparenza come ai raggi X. Allora perché pubblicarla oggi? Per ucciderla una seconda volta, per liquidare un passato di cui vorrei tanto vergognarmi. Avrei dovuto bruciarla o lasciarla almeno intatta, per non confondere la mia mano di oggi con un meccanismo a me estraneo. Se tuttavia, qua e là, ho riparato un verso, una strofa, rispondendo ad un imperativo morale di onesto artigiano, che non può lanciare sul mercato un orologio che non funziona, è stato comunque difficile rifare il lavoro della memoria, con l’antico esemplare sotto gli occhi, non volendo contaminare uno stato d’animo preciso con un altro più mobile, morboso, con cui non ha niente in comune.
   Certo, tutte le cose dette qui, da lontano, mi sembrano – perché? – assolutamente inutili. So che nessuno va in cerca della poesia con il rischio di rovinarla, neppure Dio con il rischio di perderla. So che siamo ancora nel regno delle parole e che i giovani, sui giornali, per un verso, uno solo, che ricorda più o meno Mallarmé, Baudelaire o Apollinaire, discutono ancora, qua, sull’originalità di Arghezi, o là, la giovane fauna di Ilarie Voronca. Nessuno vuole comprendere che il poeta nasce in un ambiente morale, in un brodo di cultura che conserva, nella sua figura, il tatuaggio di qualche ostacolo messo in ginocchio. In che misura un poeta mente, in che misura dice la verità; in che misura imita o modifica la realtà – ecco ciò che nessuno si chiede.
   La poesia non è una funzione sociale ma una forza oscura che precede l’uomo e lo segue. Il suo sguardo ci sorride da tutte le parti, ci misura, ci butta serpentine e obici. La tenuta è di rigore. Un po’ di eleganza, un po’ di demenza, Signori! Tutto l’avvenire positivo dipende dall’atteggiamento che avrete avuto sulla corda, durante la danza atroce. Un fiore, solo un fiore, gettato da una perfida loggia, è rimasto nello sguardo dell’acrobata, ed eccolo che perde l’equilibrio e rompe l’aria come un vetro. Fate posto, Signori, il panico è un brutto scherzo, siate pronti per il numero seguente. La rappresentazione continua. Il prezzo dei biglietti non è rimborsato. Niente è reversibile. Niente di ciò che è stato sarà mai più. Al giudizio universale, solo la poesia giudicherà l’uomo. Solo essa non ha mai smesso di gettare lo sguardo su di lui. Chi oserà alzare la testa affinché le parole si sollevino? L’uomo è un animale che la poesia scolpisce con l’argilla, o che fa saltare in aria con la dinamite.

Parigi, 1929 

 

Benjamin Fondane Fondaianu, Vedute. Poesie 1917-1923. Edizioni Joker 2014. A cura di Giovanni Rotiroti e Irma Carannante. Note e traduzione di Irma Carannante. 

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